martedì 30 maggio 2017

L'Osservatore Romano
Nel pomeriggio del 30 maggio, nella basilica dei Santi Nereo e Achilleo, saranno illustrati i restauri nelle catacombe di Domitilla sulla via Ardeatina. All’incontro di presentazione, moderato da Paloma García Ovejero, vicedirettore della Sala stampa della Santa Sede, e introdotto dal cardinale Gianfranco Ravasi e da monsignor Giovanni Carrù, rispettivamente presidente e segretario della Pontificia Commissione di archeologia sacra, interverranno Norbert Zimmermann, direttore scientifico dell’Istituto archeologico germanico a Roma, e il sovrintendente della commissione, Fabrizio Bisconti, che ha anticipato per «L’Osservatore Romano» una presentazione dei lavori e curato il libro, presentato durante l’incontro, Catacombe di Domitilla. Restauri nel tempo (Città del Vaticano, Pontificia Commissione di archeologia sacra, 2017, pagine 218). Dell’introduzione del cardinale Ravasi pubblichiamo ampi stralci.Il mito e il tempo - di Fabrizio Bisconti
L’incessante lavoro di restauro nelle catacombe cristiane d’Italia da parte della Pontificia Commissione di archeologia sacra, l’ente della Santa Sede che si occupa della tutela, della conservazione e della custodia di questi suggestivi cimiteri paleocristiani, ha prodotto in questi ultimi venticinque anni un cospicuo numero di scoperte o di riscoperte di affreschi, sarcofagi ed epitaffi, che meritano di essere conosciuti e valorizzati, in quanto testimonianza concreta del fenomeno della cristianizzazione, guardato nell’evolversi esponenziale dei primi secoli.
Le scoperte più significative di questi ultimi anni — sempre anticipate nelle pagine culturali di questo giornale — hanno riguardato specialmente l’incalcolabile patrimonio pittorico dei cimiteri cristiani di Roma, che, con le circa quattrocento unità monumentali dislocate nella cinquantina di catacombe, che costellano il suburbio sino al III miglio delle strade consolari, rappresentano la testimonianza più concreta e leggibile della morte cristiana, guardata dai fratelli della prima ora come un sonno provvisorio in attesa della resurrezione finale.
Dopo aver reso note le scoperte e i restauri delle catacombe di Santa Tecla, dei santissimi Pietro e Marcellino, di Priscilla, di San Callisto e dell’ipogeo degli Aureli, l’attenzione si è concentrata sull’immenso complesso di Domitilla sulla via Ardeatina. È parso utile — innanzi tutto — ricapitolare gli interventi, che hanno fatto rivivere gli affreschi dell’ipogeo dei Flavi, dell’arcosolio di Veneranda, del cubicolo di Ampliato, dell’arcosolio degli Apostoli Piccoli, che raccontano la storia della pittura delle catacombe dalle origini, degli inizi nel III secolo, al declino negli ultimi anni del IV.
Ma le scoperte più interessanti sono venute da due cubicoli monumentali della piena età costantiniana, completamente ricoperti di una patina nera e da un numero impressionante di graffiti anche moderni. Con l’uso del laser i due cubicoli hanno mostrato i loro programmi decorativi in tutto il loro sviluppo, proponendo vere e proprie scoperte, anche se i due cubicoli erano noti da molti secoli. Il più noto e conosciuto già da Antonio Bosio si presenta ora come sepolcro di famiglia di un alto rappresentante dell’Annona, l’istituzione che si occupava dello stoccaggio delle derrate alimentari e, dunque, anche del grano e del pane. Ebbene, questo cubicolo monumentale accoglie, da un lato, un maestoso collegio apostolico, un buon pastore tra le stagioni e il ciclo di Giona e, dall’altro, un fregio che rappresenta il viaggio che il grano, che sbarca al porto di Ostia, effettua verso Roma dove viene macinato per diventare pane.
L’altro cubicolo convoca nella volta alcune scene bibliche (i tre fanciulli nella fornace, la moltiplicazione dei pani, il sacrificio di Isacco, Noè nell’arca, Mosè che batte la rupe), che fanno da contorno a una scena di introduzione di due defunti al cospetto di Cristo maestro, tra due santi protettori, forse i martiri eponimi Nereo e Achilleo. Quest’ultima scena rappresenta la vera grande novità, che è venuta dal restauro, in quanto vuole esprimere il contatto che i defunti eccellenti vogliono intrattenere con il Cristo e con i santi.
Con l’occasione si è anche pensato di creare un piccolo museo di nicchia in un ambiente adiacente all’ingresso della catacomba, con alcuni materiali marmorei (sarcofagi e iscrizioni) dispersi nelle catacombe romane o scoperti nel complesso di Domitilla per creare un filo conduttore, che si dipana dal II al IV secolo dell’era cristiana, e che svolge tre significativi temi iconografici, che animarono il pensiero dell’antichità e della tarda antichità, ovvero il mito, il tempo, la vita.
Con questa nuova esposizione si vuole tracciare il percorso della civiltà antica, avvolta nell’affabulazione del mito, attraverso alcuni sarcofagi di produzione attica, recuperati per l’occasione dal grande giacimento dei marmi ritrovati nel complesso di Pretestato sulla via Appia Pignatelli. Le storie di Ettore e di Achille sfuggite agli studiosi del passato e riconosciute — sia pure in frammenti — da Matteo Braconi, propongono un immaginario struggente e drammatico, che vuole parlare di un’epopea dolorosa proiettata nella lontananza del tempo.
A questo ultimo riguardo, un’arca marmorea monumentale, proveniente proprio da Domitilla, ci suggerisce la scansione regolare della vita con la personificazione delle stagioni. E la vita è fatta di otium, come racconta un sarcofago di caccia al cinghiale e al cervo, che si svolge in un luogo ameno, secondo quanto racconta il dolce mito di Endimione e Selene, rappresentato in un altro sarcofago frammentario.
Il mito si inanella con il tempo e si proietta nella vita quotidiana, con scene, iscrizioni e incisioni cristiane che creano un mondo di bambini, argentieri, vinai, pastori, medici, oculisti, guardarobieri, cavallari, boscaioli, fossori.
Con questo fervido e suggestivo mondo dei vivi si vuole anche parlare di un mondo altro, quello dell’aldilà, che viene tradotto in figura da un coperchio di sarcofago restaurato e reso noto per l’occasione: qui un gruppetto di pastori è fotografato in un habitat paradisiaco, dove sono anche rappresentate, per paradosso, scene di contabilità.
Il mito, il tempo, la vita trovano una loro soluzione di continuità e ben si innestano su un labirinto catacombale, che racconta la storia infinita della salvezza attraverso gli affreschi restaurati, dopo le infinite vicissitudini sofferte nei secoli e specialmente, dopo il grave momento del “traffico delle reliquie”, nel corso del Settecento, quando le catacombe di Domitilla divennero cave di pitture strappate. Un volume concepito per questo evento (Catacombe di Domitilla. Restauri nel tempo, 2017) attraverso riproduzioni fotografiche ad altissima definizione, racconta i cantieri degli affreschi paleocristiani, i vandalici strappi del passato, i colori commoventi di un racconto figurato dislocato nel tempo e nella storia.
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Chi era costei? - di Gianfranco Ravasi

La storia delle catacombe di Domitilla sulla via Ardeatina, le più estese del suburbio romano, con ben dodici chilometri di gallerie disposte su quattro piani, inizia sullo scorcio del I secolo. Alla base della loro denominazione c’è un piccolo enigma che riguarda la sua protagonista. Infatti, Eusebio di Cesarea, nella sua Historia ecclesiastica (III, 18), ricorda che una cristiana, Flavia Domitilla, nipote di Flavio Clemente, console di Roma, era stata deportata nell’isola di Ponza a causa della sua fede.
Alla fine del IV secolo, Girolamo riferisce che la sua discepola Paola, veleggiando verso la Terra Santa, vide le carceri (cellulae) in cui la matrona romana Domitilla aveva trascorso la sua lunga prigionia (longum martyrium). Tale visione — ricorda il Padre della Chiesa (Epistula 108, 7) — infiammò l’animo devoto di Paola, tanto che il vento le sembrava troppo pigro a spingere la nave che la doveva condurre in Palestina per vivere là un’esperienza di consacrazione spirituale comunitaria a Dio.
Ora, il citato console Flavio Clemente era uno dei personaggi più in vista del tempo di Domiziano e la vicenda della sua nipote dimostra che, già al tramonto del I secolo, il cristianesimo era diffuso in ogni strato sociale e perfino nella famiglia imperiale.
Ma, secondo Svetonio (Vita di Domiziano 15, 1), il console era sposato con una nobildonna anch’essa di nome Domitilla, figlia di una sorella di Domiziano. I due figli della coppia erano stati designati come successori al trono imperiale, tanto che la loro educazione era stata affidata al grande pedagogo Quintiliano (Institutio oratoria IV, 2).
Dalle fonti finora considerate risulterebbe, dunque, che Flavio Clemente fosse lo zio della prima Flavia Domitilla cristiana relegata nell’isola di Ponza e che, allo stesso tempo, fosse il marito di un’altra Domitilla che soffrì, insieme al marito, una persecuzione per la loro fede. Dione Cassio, poi, precisa che Domiziano perseguitò e persino tolse la vita a molti personaggi altolocati della Roma del tempo e, tra questi, anche al console Flavio Clemente, benché fosse suo cugino e avesse in moglie, come si diceva, sua nipote Domitilla. Ambedue furono accusati di ateismo e di essere adepti delle idee dei giudei e, per questo, Domitilla, moglie del console ucciso, fu relegata nell’isola Pandataria, cioè Ventotene (Historia Romana 67, 14).
La maggior parte degli studiosi tende a vedere nelle due Domitille la stessa persona, duplicata solo nei nomi da una tradizione antica. Tuttavia la designazione dei due luoghi dell’esilio sembra confermarne la distinzione. Tra l’altro, le due isole, ossia quella di Ponza e quella Pandataria (Ventotene), erano attestate come luoghi abituali per la deportazione dei membri dell’entourage imperiale e da Tacito sappiamo che, al tempo di Domiziano, alcune nobilissimae feminae furono condannate all’esilio (Vita di Agricola 45).
Anche i modi e i tempi della condanna sembrano distinguere le due Domitille. Eusebio, infatti, definisce esplicitamente “cristiana” la matrona, relegata quindi a Ponza per la sua fede. Svetonio, invece, attribuisce agli zii di Domitilla, Flavio Clemente e l’altra Domitilla, una condanna per tenuissima suspicio, quindi con l’accusa poco fondata di aver provocato, nel 96, l’uccisione di Domiziano da parte di Stefano, che era procuratore proprio di Domitilla (Vita di Domiziano 15, 1). In sintesi, la prima nobildonna sembra condannata per motivi religiosi, mentre la seconda per questioni politiche.
Il nome di Domitilla, comunque, è rimasto legato a un appezzamento di terreno molto esteso, situato al secondo miglio della via Ardeatina, nell’attuale tenuta di Tor Marancia, definito appunto praedium Domitillae da alcune iscrizioni funerarie dislocate nel sepolcreto che sorse nei primi secoli dell’impero e che comportò una densa concentrazione di recinti, di mausolei e di colombari.
Dalla fine del II secolo l’area iniziò a essere sfruttata anche nel sottosuolo, con lo scavo di ipogei familiari, tra i quali uno completamente decorato ad affresco e dedicato, come attesta una iscrizione frammentaria — secondo l’ipotesi interpretativa dell’archeologo romano Giovanni Battista De Rossi — alla famiglia dei Flavi. Al di là di questa ipotesi, che dimostrerebbe una continuità della memoria dei primi proprietari dell’area suburbana della via Ardeatina, il sito archeologico ha restituito molti altri ipogei pagani, come quelli di Ampliato e dei Flavi Aureli che nel tempo divennero cristiani. Da questi ipogei si ramificò un ampio reticolo di gallerie, che diede luogo proprio alla celebre catacomba comunitaria detta di Domitilla.
In questo grande cimitero cristiano furono sepolti i martiri militari Nereo e Achilleo, vittime della persecuzione dioclezianea, in quanto obiettori di coscienza, secondo la testimonianza di Eusebio di Cesarea che, al proposito, ricorda che «la persecuzione prese l’avvio con i fratelli che erano nell’esercito» (Historia ecclesiastica 8, 1, 7). Il Pontefice agiografo Damaso (366-384) fece incidere dal calligrafo Furio Dionisio Filocalo una delle iscrizioni commemorative più commoventi, che ci è nota dalle sillogi medievali e da alcuni piccoli frammenti di una grande lastra marmorea, rinvenuti durante gli scavi dell’Ottocento.
Ebbene, questo epitaffio descrive il momento in cui i due militari, proprio mentre si apprestano a uccidere i cristiani, all’improvviso si convertono e abbandonano l’istinto crudele (subito posuere furorem) per diventare soldati vittoriosi di Cristo.
È ciò che è rappresentato da una colonnina marmorea scolpita, rinvenuta nel complesso di Domitilla, con la raffigurazione del martirio di Achilleo. Papa Damaso fece costruire un piccolo ambiente martiriale attorno alle tombe dei due santi, mentre solo nel VI secolo fu realizzata una grande basilica semi-ipogea.
Una basilica assai frequentata dai pellegrini e dal popolo romano, tant’è vero che il pontefice san Gregorio Magno (590-604), il 12 maggio di un anno da collocare verso la fine del VI secolo, pronunciò proprio qui un’accorata omelia.
Dinanzi alla tomba dei due martiri soldati, il Papa di una Roma attanagliata dalla miseria, dalla fame, dalla peste, dalla minaccia dei longobardi, rievocava il mondo meraviglioso della Chiesa nascente, percorsa dalla grave prova della persecuzione, ma illuminata dalla fede inattaccabile dei martiri: «Ecco, il mondo tanto amato si dilegua. Questi santi, presso la cui tomba ci siamo raccolti, hanno saputo calpestare, con il disprezzo dell’animo, il mondo fiorente. La vita era semplice in quel tempo, la sicurezza continua, il benessere diffuso, la tranquillità e la pace caratterizzavano ogni giornata. Eppure un mondo tanto felice morì improvvisamente nei loro cuori (…). Oggi dappertutto è morte, lutto, desolazione, da ogni parte siamo percossi, da ogni parte amareggiati» (Omelie, 28).
L'Osservatore Romano, 30-31 maggio 2017.