venerdì 12 maggio 2017

(Stefania Falasca - n.1 di «30Giorni» 2007) Nel luglio del 1977 Albino Luciani incontra suor Lucia. Come avvenne e come si svolse quell’incontro? Per la prima volta, il segretario del patriarca Luciani racconta e rivela...
Ci sono fatti e fatti. Alcuni, col tempo, restano quelli che sono. Altri si perdono e sfumano fino a diventare leggenda. Prendiamone uno. Luogo: Coimbra. Data: 11 luglio 1977. Incontro del patriarca di Venezia Albino Luciani con suor Lucia Dos Santos, la veggente di Fatima. È uno dei tanti su cui si è versato inchiostro.
Si è detto che fu proprio suor Lucia a chiedere di incontrare il patriarca Luciani. Si è detto che la veggente lo accolse chiamandolo «Santo Padre».
Si è detto anche che gli predisse la brevità del suo pontificato e che il patriarca uscì da quel colloquio sconvolto. Si è detto… E non è stato difficile cavalcare poi questi “si dice”, fino a rappresentare Luciani tormentato da quell’ombra nascosta nelle righe del terzo segreto. Interrogata su quel colloquio la stessa suor Lucia nel dicembre del 2003, più volte ha fermamente ribadito che non c’è stata alcuna preveggenza da parte della suora riguardo ad Albino Luciani. Insomma è la vecchia storia di un tipico caso di vaticinium ex eventu? Torniamo alla bassa temperatura della storia e alla cronaca. Risfogliandola da capo. Passo passo, con chi conosce bene le circostanze che portarono a quell’incontro.
Monsignor Mario Senigaglia (NdR. Deceduto nell'agosto 2008) è da trent’anni parroco della chiesa di Santo Stefano a Venezia. Ad accompagnarlo a Santo Stefano, nel lontano ottobre del 1976, fu lo stesso Luciani. Per sette anni don Mario gli era stato accanto come suo segretario particolare. Una presenza discreta e attenta, la sua, in quei travagliati anni veneziani, ricambiata dalla stima e dalla confidente fiducia di Luciani, continuata nel tempo. In quel luglio del 1977, Senigaglia incontrò Luciani pochi giorni dopo il suo rientro da Fatima. «Sì, mi chiamò e andai da lui in patriarcato…», comincia a raccontare, «ma aspetti», interrompe, voltandosi verso uno scaffale, «riprendiamo l’agenda del patriarca…».
La nostra cronaca comincia da qui.
Monsignore, vediamo allora cosa c’è scritto nell’agenda…
MARIO SENIGAGLIA: Sì. Leggiamo… Venerdì 8 luglio 1977: il patriarca si trova a Padova. Sabato 9, ecco: parte per Fatima. Domenica 10: concelebra la messa nella conca della Cova da Iria. Lunedì 11: celebra con altri sacerdoti nella cappella del monastero delle carmelitane a Coimbra. Ritorna a Venezia martedì 12 e il 13 presiede il capitolo generale delle suore francescane... non c’è altro.
Questo recita il bollettino. Ma come avvenne l’incontro con suor Lucia nella clausura di Coimbra?
SENIGAGLIA: Innanzitutto Luciani non entrò da solo.
Come? Non era solo a quell’incontro?
SENIGAGLIA: No. Lo accompagnò e vi assistette una nobildonna veneziana.
E chi era?
SENIGAGLIA: La marchesa Olga Morosini de Cadaval.
Un momento... ci faccia capire bene i fatti dall’inizio. Da dove viene fuori questa nobildonna? E perchè Luciani era andato a Fatima? C’era un motivo, una ricorrenza particolare…
SENIGAGLIA: No. Nessuna motivazione particolare. Andò a Fatima semplicemente per un pellegrinaggio. Ogni anno, qui a Venezia, il padre gesuita Leandro Tiveron, che era stato anche il confessore di Luciani, organizzava un pellegrinaggio in qualche santuario mariano. E quell’anno decise per Fatima. Luciani era stato a Lourdes diverse volte. A Fatima invece non era mai stato. Il padre Tiveron gli propose allora di andare e lui accettò. Così il patriarca si unì alla comitiva dei pellegrini. Una cinquantina circa. Il 10 luglio visitarono il santuario e parteciparono alla celebrazione eucaristica a Fatima. E il giorno seguente si spostarono a Coimbra per assistere alla messa nel convento delle suore carmelitane. A proporre e a organizzare la tappa al monastero di clausura di Coimbra fu proprio la marchesa de Cadaval, che aveva legami con il convento.
E come mai questa nobildonna aveva tanta familiarità con il convento di Coimbra da avere persino accesso alla clausura?
SENIGAGLIA: La marchesa de Cadaval era sposata a un portoghese, tenutario del sud. Era una donna di elevata cultura e sensibilità ma anche di profonda pietà, e durante le sue permanenze in Portogallo si adoperava come crocerossina al santuario di Fatima divenendo ben presto anche benefattrice del convento di Coimbra. Lì ebbe modo di conoscere suor Lucia, con la quale instaurò uno stretto rapporto di fiducia. Per anni fu sua collaboratrice. Assisteva suor Lucia nelle traduzioni della corrispondenza. Durante la guerra, ebbe persino l’incarico di portare personalmente, e spesso a memoria, messaggi a Pio XII e messaggi di questi a suor Lucia. Pacelli conosceva la marchesa fin dagli anni della sua giovinezza. La Cadaval, infatti, aveva frequentato l’università a Roma ed era in buone relazioni con la famiglia del futuro Pontefice. Si trovò così a svolgere anche il ruolo di trait d’union tra suor Lucia e il Papa. Nel ’77 era anziana ormai, avrà avuto più di una settantina di anni.
Luciani l’aveva conosciuta prima di quell’occasione?
SENIGAGLIA: L’aveva vista in qualche occasione a Venezia.
E lei, la conosceva personalmente?
SENIGAGLIA: Sì. Era una mia parrocchiana. Durante i suoi soggiorni a Venezia abitava a due passi dalla chiesa di Santo Stefano e ogni giorno, al mattino presto, veniva a messa in parrocchia. Così ebbi modo di conoscerla. E fu in una di quelle mattine dopo la messa che, parlando del pellegrinaggio a Fatima, venne fuori l’idea della visita a Coimbra.
Fu dunque iniziativa della marchesa l’incontro di Luciani con suor Lucia, non fu la veggente di Fatima a chiedere di lui…
SENIGAGLIA: Mentre si parlava della visita a Coimbra la marchesa disse: «Se dovesse venire il patriarca… avrei piacere di presentarlo, con l’occasione, a suor Lucia». Ecco come venne fuori. E il seguito andò così: «Se le fa piacere…», risposi allora, «provi a chiederglielo…». «Guardi però», aggiunsi anche, «che se lei fa presente al patriarca questa possibilità, prima di partire, è probabile che le dica di no». Luciani, infatti, era sempre discreto e restio a queste cose. Attento a non dare mai incomodo a nessuno. E, «di sicuro», dissi alla Cadaval, «se lei glielo chiede prima, obietterà che staccarsi dai pellegrini non sarebbe opportuno, che farebbe perdere del tempo… Ma se glielo dice stando lì, all’ultimo, allora… può darsi che alla fine per un saluto accetti». E così fece, in accordo col padre Tiveron.
E l’incontro come si svolse?
SENIGAGLIA: La Cadaval si trovava già al monastero quando arrivarono i pellegrini e aveva informato suor Lucia della presenza del patriarca Luciani. Venuto il momento, al termine della celebrazione eucaristica, disse al patriarca che suor Lucia avrebbe avuto piacere di salutarlo. Insieme alla priora del convento entrarono in clausura. La Cadaval lo accompagnò da suor Lucia e restò con loro. Visto poi che Luciani riusciva a capire abbastanza bene il portoghese, si fece in disparte, e finito il colloquio lo riaccompagnò dove lo aspettava il segretario don Diego Lorenzi per andare a pranzo con gli altri.
Don Diego disse che quell’incontro durò un’ora e mezzo. Altri ritengono di più. Luciani stesso riferì di aver parlato a lungo…
SENIGAGLIA: Ma… vero è che un tempo lungo per Luciani poteva essere già mezz’ora. Per chi aspettava forse potrà esser sembrato ancora più lungo… Ad ogni modo, né Luciani, né la Cadaval mi hanno mai rilevato questo fatto del tempo come qualcosa di eccezionale. So che raggiunse gli altri al ristorante e che dopo il pranzo, con la macchina messa a disposizione dalla Cadaval, tornò a Lisbona per poi rientrare a Venezia, dove aveva degli impegni. Tutto qui.
Albino Luciani con monsignor Mario Senigaglia, segretario del patriarca dal settembre 1969 all’ottobre 1976, a Venezia nel 1970
Lei incontrò Luciani al suo rientro da Fatima. Che cosa le disse?
SENIGAGLIA: Ricordo che entrai nel suo studio e mi disse: «Siediti». Questo significava che era in vena di raccontare. Mi parlò del viaggio, del clima di autentica preghiera e dei gesti di penitenza commovente che aveva visto a Fatima. Dei pellegrini che avevano fatto un lungo tragitto a piedi nudi sui sassi nella spianada, sotto il sole, e delle pie donne che all’occorrenza medicavano, all’arrivo, i piedi di quei pellegrini. Parlammo allora della differenza con Lourdes e poi ancora di queste diverse forme di pietà, e andando avanti nel discorso, a un certo punto, gli chiesi di Coimbra: «So che è stato lì e ha avuto modo anche di incontrare suor Lucia…». E lui: «Sì, sì l’ho vista… Ah! ’sta benedeta monèga», mi disse, «m’ha preso le mani tra le sue e ha cominciato a parlare…». Rimase quindi un po’ a pensare con le mani giunte, poi riprese: «… ’Ste benedete monèghe quando cominciano a parlare non la finiscono più…». Mi disse però che delle apparizioni non aveva parlato e che lui le chiese solo qualcosa sulla famosa “danza del sole”.
E poi?
SENIGAGLIA: E poi basta. Entrammo nelle questioni di Venezia. Prima di chiudere l’argomento gli dissi però, essendo allora direttore di Gente Veneta: «Eminenza, perché non ci fa un pezzo su questo incontro?». E lui: «Va bene, volentieri, lo faccio». Ed è quello che poi ha scritto.
Si riferisce alla relazione pubblicata il 23 luglio del ’77…
SENIGAGLIA: Esattamente. E lì scrisse quello che mi aveva accennato e tutto quello che, a riguardo, aveva in animo di dire. Scrisse, non senza il suo fine e abituale humour, del carattere gioviale, del parlare spedito della piccola suora, che con tanta energia e convinzione insisteva sulla necessità di avere oggi suore, preti e cristiani dalla testa ferma, e dell’interesse appassionato che rivelava, parlando, per tutto ciò che riguardava la Chiesa con i suoi problemi acuti. Scrisse poi che le rivelazioni, anche approvate non sono articoli di fede, che in merito si può pensare quello che si vuole senza far torto alla propria fede, e concluse con quello che sempre ripeteva riguardo al significato di questi luoghi mariani, e cioè: che apparizioni, non apparizioni, messaggi, non messaggi, i santuari sono lì solo per ricordarci l’insegnamento del Vangelo, che è quello di pregare.
Sull’argomento con lei poi non ritornò più?
SENIGAGLIA: No. Finì lì. E, a dire il vero, neanche a me venne la curiosità di chiedere altro. Anche se le occasioni, volendo, c’erano. Il 26 di quello stesso mese partimmo insieme per il santuario mariano di Pietralba in Alto Adige, come facevamo ogni anno. E vi restammo fino al 5 agosto. Dieci giorni. Ricordo che trascorremmo quei giorni in serenità, facendo lunghe passeggiate in montagna.
E la marchesa, ebbe modo di rivederla dopo? Che cosa le riferì riguardo a quell’incontro?
SENIGAGLIA: La rividi a Venezia a settembre, in occasione della Biennale. Mi disse che era rimasta contenta per come era andato il pellegrinaggio. Che anche suor Lucia era rimasta contenta, e che, parlando con lei, dopo quel colloquio, la suora le disse che trovò Luciani una bella persona.
Non fece nessun altro riferimento alle parole dette da suor Lucia?
SENIGAGLIA: No.
Questo però non toglie che qualche altra cosa non abbiano voluto riferirla... Luciani appuntava fatti e riflessioni strettamente personali?
SENIGAGLIA: Diari personali… Non ne teneva. Neppure quel genere di agende spirituali, come possono essere i diari dell’anima di Roncalli, per intenderci. Le racconto un episodio.
Racconti…
SENIGAGLIA: Alla morte del cardinale Urbani, predecessore di Luciani alla sede di Venezia, del quale ero stato segretario e del quale venni nominato esecutore testamentario, mi ritrovai con una mole di suoi scritti privati con riferimenti a persone, cose e fatti anche delicati. Andai allora a chiedere consiglio a Luciani su come, a riguardo, avrei dovuto comportarmi. Mi diede il suo consiglio e poi ridendo commentò: «Don Mario, stai tranquillo, che per quello che riguarda me, non ti darò mai di questi problemi».
Quindi non esistono appunti privati su quell’incontro…
SENIGAGLIA: Non era proprio nel suo carattere, nel suo stile questo genere di scritti. Metodico e organizzato aveva però un archivio fornitissimo di annotazioni e schemi delle sue letture. Una ricchissima biblioteca di appunti, in cui gli argomenti erano distinti a temi e che riforniva continuamente con un criterio giornalistico. Erano appuntati su vecchie agende e su quei quaderni che si usavano una volta, con le righe e la copertina nera e il bordo rosso. E quest’archivio gli serviva per preparare prediche, discorsi o articoli per i giornali. Quando è andato a Roma per il conclave mi ha telefonato chiedendomi di mandargli le agende su cui aveva annotato i suoi appunti sui documenti del Concilio. Quando ha fatto i primi discorsi da Papa, avrei saputo dire da quale agenda e a quale pagina aveva attinto: erano gli scritti da cui tante volte aveva preso spunti per i suoi discorsi. Per capire, quindi, il suo pensiero e il suo atteggiamento anche nei confronti dei fatti di Fatima basta vedere quello che pubblicamente ha detto e scritto.
Dei fatti di Fatima aveva già parlato?
SENIGAGLIA: Sì. Ampiamente. Anche nella ricorrenza del settantesimo delle apparizioni. Ne ripercorse la storia, l’atteggiamento della Chiesa e l’atteggiamento che i fedeli debbono avere nei confronti di questi fatti. Il suo pensiero era improntato a un’estrema cautela che considerava fuori posto anche chi, accettando le apparizioni come vere, le strumentalizza, piegandole a servire scopi politici o similari, estranei alle apparizioni stesse. Insomma, questi scritti ci dicono del suo modo di misurare e giudicare gli eventi, e anche del suo modo d’essere, di rapportarsi, che è quello di un uomo impermeabile alle suggestioni, equilibrato, volto all’essenziale, e che osserva con un’ironia fine, acuta, demitizzante. Demitizzava tutto. Anche sé stesso e i suoi stessi incontri.
Un anno dopo, nel marzo del ’78, ci fu però un episodio che fu all’origine delle successive dichiarazioni su quell’incontro a Fatima. Luciani disse al fratello Edoardo di aver incontrato suor Lucia e, vedendolo turbato, Edoardo mise in relazione questo fatto con le predizioni che la suora gli avrebbe riferito sul suo futuro…
SENIGAGLIA: Sono impressioni, ipotesi, deduzioni personali, che Edoardo espresse subito dopo la morte del fratello. E delle quali io non posso rispondere. Edoardo, tuttavia, non sapeva come era andata quella circostanza. Luciani gli disse solo che aveva incontrato suor Lucia. Nient’altro.
Il cardinale Albino Luciani attraversa piazza San Marco invasa dall’acqua alta
Resta però quel turbamento…
SENIGAGLIA: Ma quante volte, quando andavamo a trovare le suore di clausura a Venezia, lo sentivo dopo commentare: «Queste donne benedette… non escono mai e non se ne perdono una… conoscono i problemi della Chiesa meglio di noi!». Con suor Lucia ha parlato di questi in generale. Della Chiesa con i suoi odierni, acuti problemi, del pericolo dell’apostasia. L’ha detto. E quindi su questi può essere tornato, non senza preoccupazione, a riflettere.
Insomma, lei non ha mai dato peso a quell’incontro, non lo ha mai messo in relazione con l’elezione di Luciani e la sua repentina morte…
SENIGAGLIA: No. Né prima né dopo la morte. Gliel’ho detto. Guardi, rividi Luciani anche quel mattino presto quando lasciò Venezia per il conclave. Era preparato a quello che sarebbe successo in quel conclave, sapeva, ne era cosciente. Come lo sapevano gli altri. Nessuna sorpresa. A Venezia erano passati a trovarlo vescovi e cardinali da tutto il mondo. Lo conoscevano, lo stimavano tutti. Del resto era stato indicato già nel ’72. Proprio qui, a Venezia, Paolo VI gli aveva messo la stola sulle spalle. È noto. Quella fu più di un’autentica profezia ad personam. E sotto gli occhi di tutti. Più di così… non ce n’era bisogno di altre. Questo quindi è tutto, per quanto riguarda Luciani. Quanto alla Cadaval…
Quanto alla Cadaval?
SENIGAGLIA: Morì quasi centenaria nel 1997. Vent’anni dopo, dunque, quell’incontro a Coimbra. E fino alla fine rimase attiva e lucidissima. Mai fece allusioni, né mai intuii, dalle sue parole, il minimo accenno a preveggenze, profezie di suor Lucia nei confronti della persona di Luciani. L’anno precedente la morte della Cadaval, nel giugno del ’96, trovandomi a Fatima per gli esercizi spirituali, celebrai la messa nel convento di Coimbra insieme a un altro sacerdote, e anche a noi, la marchesa, permise di incontrare brevemente suor Lucia. Ci mise persino cortesemente a disposizione la macchina per andare e tornare. Questo anche per dire dell’amicizia, intercorsa e continuata nel tempo con lei, e di quante occasioni ho avuto, in tutti questi anni dopo la morte di Luciani, per vederla e parlarle.
Mi scusi… ma perché lei tutte queste cose non le ha mai raccontate prima di adesso?
SENIGAGLIA: … Non me l’hanno chiesto. L’avessero fatto avrei risposto. Se tutto poi diventa una favola, si perde solo del tempo ad andare dietro alle fantasie.