lunedì 29 maggio 2017

Italia
Ma se ghe pensu...
L'Osservatore Romano
(Nicola Gori) Davanti al mare, nel lembo di terra che unisce il porto alla città e alle colline circostanti, Genova ha riservato a Papa Francesco l’abbraccio più grande e caloroso. Circa centomila fedeli venuti non solo da ogni quartiere ma da tutta la Liguria, hanno salutato il Pontefice nell’ultima tappa della sua visita pastorale, sabato pomeriggio 27 maggio. Con slogan e grida di gioia lo hanno accolto al piazzale Kennedy, dopo averlo atteso per ore, sfidando il caldo e il sole quasi estivo per vederlo e partecipare alla concelebrazione eucaristica.
La gente si era assiepata perfino sui monumenti, sui terrazzi dei palazzi circostanti e sugli ultimi piani per sventolare bandiere con i colori del Vaticano e la croce di san Giorgio. Sfilando con la papamobile tra due ali di folla, il Pontefice è così arrivato sul palco dell’area della Fiera. Tutte le realtà ecclesiali e cittadine erano presenti, a cominciare dai quindici vescovi delle diocesi liguri e dai seicento sacerdoti concelebranti, fino al ministro italiano della difesa Pinotti, al governatore della Regione Toti, al sindaco Doria con assessori e consiglieri comunali. Grande lavoro per i più di mille volontari che aiutavano i fedeli e distribuivano bottigliette d’acqua. Tra i presenti anche diverse confraternite con gli artistici Cristi, i grandi crocifissi dai “canti” dorati che ornano le estremità delle braccia. Portati in processione nelle occasioni solenni, alcuni pesano oltre cento chili e i più preziosi risalgono al quindicesimo secolo.
Durante il rito — diretto dal maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, coadiuvato dal cerimoniere Vincenzo Peroni — si è pregato per la Chiesa, il Papa, i vescovi, i governanti, gli indigenti, i poveri e gli immigrati. La messa si è conclusa con il saluto del cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, che ha accompagnato il Pontefice per tutta la visita. Prima di lasciare il piazzale Kennedy, il Papa ha ascoltato il canto in genovese dal titolo Ma se ghe pensu (“Ma se ci penso”) intonato dal coro del Monte Cauriol. Si tratta di una canzone scritta nel 1925 e diventata simbolo della cultura musicale della città. Racconta di un padre emigrato da Genova in Sud America che dopo trent’anni viene preso dalla nostalgia e dalla voglia di tornare a morire a casa. Il figlio cerca di fargli cambiare idea, convincendolo che la patria ormai non è più a Genova, ma lui risponde: «Tu sei nato e hai parlato spagnolo, io sono nato genovese e non mi mollo». E il testo alla fine recita: «E senza tante cose è partito». Scritta e musicata da Mario Cappello, con l’aiuto di Attilio Margutti per la stesura musicale, la canzone — resa celebre tra gli altri da Bruno Lauzi — ha voluto essere un omaggio al padre e ai nonni di Bergoglio, che partirono proprio dal porto di Genova, per cercare fortuna in Argentina.
Dopo aver salutato i membri del comitato organizzatore della visita, il Papa ha incontrato una trentina di parenti giunti appositamente dal Piemonte, in particolare dalle zone dell’astigiano di cui è originaria la sua famiglia, e dalla Liguria: Grugliasco, Cornigliano, Cogorno-Lavagna. Successivamente, si è trasferito in automobile all’aeroporto di Genova, dove prima di imbarcarsi ha benedetto una statua della Madonna di Loreto. Ad attenderlo centosettanta bambini e ragazzi, figli e nipoti dei dipendenti dello scalo aeroportuale. La statua della Vergine era stata regalata all’aeroporto negli anni ottanta in previsione della costruzione del nuovo terminal, ma finì dimenticata in un magazzino. Mesi fa, dal santuario di Loreto chiesero notizie della statua che dopo una ricerca è stata ritrovata, avvolta in un panno, pochi giorni prima dell’annuncio della visita del Papa. Dopo la benedizione, il velivolo dell’aeronautica militare italiana con a bordo il Pontefice è decollato alla volta dell’aeroporto di Roma-Ciampino. Quindi il rientro in Vaticano.
Prima della messa, il Papa aveva visitato l’ospedale pediatrico Giannina Gaslini, accolto dal presidente Piero Pongiglione e dal direttore generale Paolo Petralia.
Molti bambini e genitori assiepavano il corridoio che porta al padiglione sedici, dove si trova il reparto di rianimazione e terapia intensiva. Passando lungo il corridoio, il Papa ha accarezzato e baciato oltre cento piccoli pazienti e i loro genitori, ascoltando storie di dolore, sofferenza, ma anche di speranza e di fiducia. Tanta commozione sui volti dei parenti dei piccoli e tanta gioia per aver avuto la possibilità di salutare di persona il Papa, il quale, accompagnato dal presidente e dai medici della rianimazione, è entrato nel reparto dove i bambini lottano tra la vita e la morte.
L’ospedale Gaslini è sempre stato, per la città di Genova e non solo, un punto di riferimento in ambito pediatrico. Ogni anno accoglie un migliaio di bambini provenienti da tutto il mondo, e oltre ventimila da tutte le regioni italiane. L’istituto è nato nel 1931 con un gesto di generosità e di solidarietà del senatore Gerolamo Gaslini in ricordo della figlia Giannina, morta in tenera età, per assicurare all’infanzia la migliore assistenza sorretta dalla ricerca più recente.
Durante la visita Francesco ha anche stretto la mano a don Roberto Fiscer, il sacerdote che mercoledì scorso, attraverso l’emittente «Radio fra le note», lo aveva messo in collegamento con i degenti del Gaslini.
Successivamente, raggiunto il piccolo palco realizzato all’entrata dell’ospedale, il Pontefice è stato accolto con cori e striscioni — toccante quello su cui era scritto: «Negli occhi di chi soffre c’è Dio» — da circa trecento persone, tra piccoli pazienti con i loro genitori, e personale medico, infermieristico e amministrativo.
Sull’albo d’onore il Papa ha scritto di proprio pugno: «A tutti coloro che lavorano in questo ospedale, dove il dolore trova tenerezza, amore e guarigione, ringrazio di cuore il loro lavoro, la loro umanità, le loro carezze a tanti bambini che, da piccoli, portano la croce. Con ammirazione e gratitudine. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me».
L'Osservatore Romano, 29-30 maggio 2017