venerdì 12 maggio 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Roberto Oliva - ©copyright) La notizia della storica visita di papa Francesco a Barbiana per ricordare don Lorenzo Milani il prossimo 20 giugno, ha suscitato stupore nell’opinione pubblica e all’interno della comunità ecclesiale: dopo cinquant’anni dalla morte del priore si infrange il silenzio della Chiesa e in una mezza mattinata il primo papa non europeo riscatta una delle figure più discusse della Chiesa italiana del secolo scorso.
Oggi la Chiesa italiana vive una fase di cambiamenti notevoli alla luce del pontificato profetico di papa Francesco: a Firenze in occasione del V convegno ecclesiale il papa ha fornito indicazioni coraggiose (tra le quali l’approfondimento in maniera sinodale dell’Evangelii gaudium) che richiedono ancora molti processi da avviare e ad esse si dovranno ispirare i futuri protagonisti dello scenario ecclesiale nazionale: il futuro presidente della CEI, il nuovo vicario della diocesi di Roma e il nuovo arcivescovo di Milano ( solo per citarne alcuni).
La sfida alla quale il papa gesuita chiama la Chiesa italiana è la stessa che don Milani affrontò con coraggio creativo: evangelizzare avviando processi culturali audaci che promuovano l’umanità delle persone in particolare dei più poveri. L’attuale contesto postmoderno è sicuramente mutato rispetto all’Italia del secondo dopoguerra in cui visse il priore fiorentino, però le due epoche condividono quello che il papa ha definito «non un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca» (1). La Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo in un questo contesto cosparso da un “opinionismo” indistinto, da un appiattimento culturale e da un acceso individualismo che porta a scartare i più fragili: è necessario dunque che l’annuncio sia preceduto e informato da un senso più profondo della vita. In una dittatura della mediocrità dove il pensiero si assottiglia e il dialogo si frantuma in miriadi di opinioni non ragionate, i giovani hanno perduto autorevoli modelli di riferimento e soprattutto il desiderio di cercarli attraverso processi di maturazione e impegno sociale. La lezione di don Milani alla Chiesa italiana è ancora tutta da comprendere: l’evangelizzazione infatti rischia di diventare un urlo nel vuoto se rimane ancorata a vecchie categorie teologiche e rigide crociate culturali.
Così scriveva profeticamente don Lorenzo Milani quattro anni prima dell’apertura del Concilio Vaticano II: «Qualunque scuola eleva gli interessi, risveglia dal fondo dell’anima quella naturale sete di sapere che è spesso seppellita negli infelici e che è la premessa più necessaria per il loro ritorno alla fede. È tanto difficile che uno cerchi Dio, se non ha sete di conoscere. Quando con la scuola avremo risvegliato nei nostri giovani operai e contadini quella sete sopra ogni altra sete e passione umana, portarli poi a porsi il problema religioso sarà un giochetto. Saranno simili a noi, potranno vibrare di tutto ciò che noi fa vibrare. Ed ecco toccato il tasto più dolente: vibrare noi per cose alte. Tutto il problema si riduce qui, perché non si può dare che quel che si ha. Ma quando si ha, il dare viene da sé, senza neanche cercarlo, purché non si perda tempo. Purché si avvicini la gente su un livello di uomo, cioè a dir poco un livello di Parola e non di gioco» (2).
Secondo il priore di Barbiana la cultura (la scuola) costituisce l’antidoto alla crisi epocale che stiamo vivendo: una cultura che sia in grado di risvegliare ed elevare le persone oppresse da numerose forme di asservimento antiche e moderne. Gli educatori stessi dovranno essere attratti da interessi più alti in grado di suscitare nei giovani il desiderio di orizzonti culturali più ampi nei quali trovi spazio la possibilità dell’infinito. Nella sete di sapere e di pensare la Chiesa (l’educatore) maieuticamente sviluppa negli infelici di oggi la sete di cose più alte che diano senso alla vita di ogni giorno. L’approccio umano e pastorale che il concilio proclamerà solennemente è stato preceduto e praticato in una piccola frazione toscana anni prima; secondo don Milani occorre fornire ai giovani l’antidoto contro l’oppressione della mediocrità e delle ideologie: la Parola. Intesa non soltanto come mero strumento di alfabetizzazione ma nella sua accezione più universale che comprende il suo valore pedagogico(3): il primato della Parola è – biblicamente - rinvio al Logos, cioè al senso più grande che ha originato tutto, è comunicazione - non soltanto verbale - di un pensiero che ci ha generati e che genera. La Chiesa italiana dovrebbe riconoscere da questa lezione che tra le numerose periferie esistenziali e forme di povertà esiste in quest’epoca la povertà di chi non sa parlare, cioè di chi non sa pensare più: un essere umano che ha perso questa alta capacità vive - quella che Heidegger chiama esistenza inautentica - cioè un’esistenza in superficie senza l’inquietudine di ricercare e senza la passione di scoprire nuovi scenari in grado di far emergere quella sete di Dio. La mediocrità del pensiero della nostra epoca costringe i giovani ad accontentarsi di facili sogni e a rinunciare alle alte forme di amore: «in questo secolo come vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più tempo delle elemosine ma delle scelte” (4). Spesse volte invece la Chiesa ha commesso l’errore di rifugiarsi dietro comodi dogmatismi e rigide norme che le hanno evitato il disagio di dialogare con la società e di aiutarla nei processi di liberazione. Il dialogo invece presuppone Parola, cioè pensiero, formazione e coraggio di sporcarsi le mani e la “testa” in mezzo alla realtà del mondo così com’è: «si rende necessaria un’evangelizzazione che illumini i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente, e che susciti i valori fondamentali. È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città» (5). L’evangelizzazione dunque si compie con amore non facendo proselitismo, accompagnando i processi storici senza giudicarli e così rintracciare nel loro dispiegarsi quell’eccesso di senso che la Chiesa può indicare come preparazione alla fede cristiana. «Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra» (6).
***
1. Papa Francesco, Discorso al V Convegno ecclesiale della Chiesa italiana, 10 novembre 2015, Firenze.
2. Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, in Don Lorenzo Milani Tutte le opere, Mondadori, Milano 2017, 264.
3. Carlo Maria Martini, L’esperienza pastorale di don Milani oggi, in Vita e Pensiero, 2/2017, 7.
4. Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa.
5. Papa Francesco, Evangelii gaudium, 74.
6. Papa Francesco, Evangelii gaudium, 183.