lunedì 22 maggio 2017

Italia
Il cardinale segretario di Stato al santuario della Spogliazione di Assisi. Chi sono i veri francescani
L'Osservatore Romano
(Gianluca Biccini) È stata tutta incentrata sulla figura di san Francesco, che «ha aperto il cuore a Cristo e si è spogliato di ogni mondanità e illusione umana», la riflessione del cardinale Pietro Parolin durante la messa inaugurale del santuario della Spogliazione celebrata ad Assisi domenica 21 maggio. A margine del rito il segretario di Stato ha anche commentato l’affermazione del leader dei Cinque Stelle, Beppe Grillo, che aveva definito gli aderenti al movimento «veri francescani di oggi».
«Qualcuno che si possa identificare con il messaggio di san Francesco?», si è chiesto il porporato. E la risposta è stata: «San Francesco si identificava con Cristo, lui sì che è stato la vera immagine di Cristo, tanto che ha meritato di ricevere nelle sue membra le stigmate e le piaghe». Di conseguenza «nessuno può pretendere di avere l’esclusiva del messaggio francescano».
«Sono contento che i politici si richiamino a san Francesco» ha puntualizzato il cardinale; ma «che ci si autodefinisca veri francescani non si può dire». E ancora: «Se esiste un partito che oggi può identificarsi con san Francesco? Direi di no. Io non vedo nessun partito — questa è la mia umile considerazione — che possa identificarsi con il messaggio di san Francesco. Forse mai nessuno potrà dire “mi identifico con san Francesco”», ha concluso il cardinale Parolin.
Sulla stessa lunghezza d’onda l’arcivescovo Angelo Becciu. Interpellato dall’Ansa, il sostituto della Segreteria di Stato ha tagliato corto: «Sono battute. L’uomo è così. I francescani prima di tutto vivono con umiltà, rispettano gli altri, vivono una vita da francescani». E ha aggiunto: Grillo «parla solo di cittadinanza: che c’entrano i francescani? Sono aspetti che la politica deve risolvere da sé», ha detto riferendosi alle dichiarazioni di Grillo alla marcia Perugia-Assisi per il reddito di cittadinanza. «La Chiesa è ben accorta, ha la sapienza dei secoli e non entra nelle querelle politiche. Spiace che una marcia nata per proclamare la pace e per diffondere un messaggio di concordia venga poi strumentalizzata per motivi politici interni» ha concluso.
Anche  per  l’arcivescovo  di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino, Domenico Sorrentino, «la ricerca del consenso appartiene da sempre alla logica delle forze politiche». Al «Corriere della Sera» il presule ha detto esplicitamente che «la Chiesa deve stare bene attenta a non farsi strumentalizzare da nessuno. Non sarei felice se un discorso evangelico venisse stravolto in un discorso di bassa politica. Semmai riguarda la politica nel senso più alto».
Del resto, parlando proprio nel luogo che rievoca l’avvenimento «fondamentale nella vocazione-conversione del poverello di Assisi», il cardinale Parolin aveva ricordato come questi «accolse la povertà per rivestirsi della ricchezza di Cristo e donarla a chiunque incontrasse sul suo cammino, a partire dai più deboli e abbandonati». Infatti, ha detto nell’omelia della celebrazione eucaristica, «egli accolse il Vangelo sine glossa, con una radicalità ed essenzialità che affascina e stupisce, che attira e nello stesso tempo inquieta un po’, tanta è la distanza tra i nostri stentati passi verso il Signore e il fuoco che scaldò la sua anima e la accese di un amore capace di superare ogni ostacolo e avversità, a partire da quelle che incontrò nella sua stessa famiglia e nella sua cerchia di conoscenti». Al punto che — ha osservato il segretario di Stato — «Assisi da allora è diventata sinonimo di pace e di conversione, una città il cui nome richiama tutti alla possibilità di un’esistenza che, proprio perché saldamente ancorata al Vangelo, può sollevare lo sguardo verso l’alto e porsi in atteggiamento solidale verso il prossimo».
In precedenza, sabato 20, il cardinale Parolin aveva presieduto a Civitavecchia la concelebrazione eucaristica per il 235° anniversario della dedicazione della cattedrale. E pensando alla vocazione portuale della città, ha detto che il tempio consacrato il 6 giugno 1615, vigilia di Pentecoste, «deve riconoscersi da parte di tutti come un faro perennemente acceso a illuminare il volto di Cristo e della Chiesa, cioè di coloro che lo accolgono come Signore, salvatore e maestro. Un faro — ha aggiunto — per la liturgia che vi si celebra e per la carità che ne è il frutto. Un faro per la dottrina che vi si insegna e per la mitezza e umiltà con la quale la si diffonde. Un faro per tutti coloro che sono alla ricerca del significato autentico dell’esistenza».
L'Osservatore Romano, 22-23 maggio 2017