venerdì 26 maggio 2017

Italia
Il 27 maggio la visita del Pontefice a Genova. Tra i lavoratori per indicare la via del vero sviluppo
L'Osservatore Romano
(Luigi Molinari, Vicario episcopale per il mondo del lavoro) Un’attesa gioiosa e ispirata a profonda gratitudine segna in questi giorni la città di Genova in tutte le sue componenti.
L’itinerario del Papa inizierà dallo stabilimento Ilva di Cornigliano, come avvenne per la memorabile visita di Giovanni Paolo II nel 1985. In un momento particolarmente difficile e impegnativo per l’occupazione a Genova, si è voluto che la visita iniziasse da questo storico sito industriale per rimarcare la tradizionale vicinanza della Chiesa genovese al mondo del lavoro. Gli impianti Ilva di Genova Cornigliano occupano uno spazio di un milione di metri quadrati e impiegano circa millecinquecento persone delle quali, purtroppo, ancora quattrocento in cassa integrazione o impegnate in lavori di pubblica utilità. I cospicui investimenti degli ultimi anni hanno reso lo stabilimento una realtà dinamica, snella e fortemente integrata, con una capacità produttiva annua di 1,3 milioni di tonnellate. Due sono le linee di eccellenza: un nuovo reparto di zincatura, per il quale sono stati investiti più di 260 milioni di euro, e l’impianto della banda stagnata.
Dal punto di vista logistico la posizione strategica fa dello stabilimento il nodo di collegamento con il sito siderurgico di Novi Ligure. Entrambi possono raggiungere una produzione di 3 milioni di tonnellate e alimentare i mercati del nord Italia e dell’Europa. Altro punto di forza è il polo intermodale caratterizzato dall’accesso al mare: le banchine sono in grado di ricevere da ogni parte del mondo oltre quattro milioni di tonnellate di prodotti siderurgici, mentre circa un milione di tonnellate possono essere spedite verso tutti i porti.
Una struttura di tale portata funziona solo grazie a un personale che, nonostante le vicissitudini che hanno segnato il percorso di Ilva, ha mantenuto un forte senso di appartenenza all’azienda e una cultura manifatturiera e siderurgica qui radicata da oltre un secolo. A Genova la crisi del lavoro non è solo un problema di Ilva ma, iniziata intorno al 1985, ha avuto e continua ad avere dolorose e negative ripercussioni su tutto il tessuto economico e sociale della città, come quotidianamente constatato dai centri di ascolto delle parrocchie. Possiamo elencare un complesso di cause: deindustrializzazione, delocalizzazione di attività produttive e di centri direzionali, scarsi investimenti per strutture e collegamenti ferroviari e autostradali, mancanza di adeguamenti impiantistici di siti industriali e infrastrutture portuali.
Negli ultimi cinquant’anni la città di Genova ha perduto quasi 250.000 abitanti (circa il 30 per cento della popolazione) per motivi connessi alla denatalità e al saldo negativo dei flussi migratori, dovuto al progressivo venir meno delle opportunità lavorative. Dal 2007 a oggi la città metropolitana ha perso ulteriori dodicimila posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è salito dal 4,4 al 9,9 per cento. Le uniche opportunità reali per invertire tali trend negativi sono rappresentate dalla capacità di svolgere attività economiche per i mercati in maggiore sviluppo e fondamentalmente legate all’esportazione di beni e servizi, alla portualità e al turismo.
Su questo fronte a Genova, come del resto nelle diocesi italiane, è attivo l’ufficio per la pastorale sociale e il lavoro, che opera di concerto con i cappellani del lavoro e con le associazioni e i movimenti laicali che si occupano di tematiche lavorative. Ciò che caratterizza Genova invece è l’operato che i cappellani svolgono nelle aziende: avvicinano le persone durante l’attività lavorativa, all’interno degli stessi ambienti di lavoro. I cappellani vengono accolti e ciò è reso possibile grazie alla fiducia che i lavoratori, le direzioni e le organizzazioni sindacali nutrono verso la Chiesa genovese.
Questo tipo di presenza apre ampie possibilità pastorali: proporre e veder partecipate le celebrazioni della messa all’interno delle aziende in occasione della Pasqua, del Natale, della commemorazione dei fedeli defunti e in altre circostanze. Per fare un esempio, per la Pasqua 2017 sono state celebrate più di cinquanta messe, alcune delle quali officiate dall’arcivescovo cardinale Angelo Bagnasco. La ricaduta sociale di questo apostolato si concretizza inoltre nella costante difesa dell’occupazione, nel contesto delle ricorrenti crisi aziendali e nella sensibilizzazione, in tutte le sedi possibili, verso il problema del lavoro. Ciò è reso fattibile grazie allo stile che da sempre contraddistingue i cappellani genovesi: rispetto, riservatezza e spirito di servizio.
La presenza dei cappellani del lavoro genovesi nelle fabbriche e nel porto inizia nel 1943, per volere del cardinale Pietro Boetto, per poi consolidarsi nel dopoguerra grazie all’opera del cardinale Giuseppe Siri. Questa presenza non è venuta meno neppure in anni fortemente segnati da tensioni, conflittualità e vertenze sindacali molto gravi, il che ha reso solido il rapporto fra i cappellani e la città. Nel corso del tempo l’insediamento di multinazionali e con esse l’arrivo di un management culturalmente composito, ha offerto l’opportunità di allargare il dialogo dei cappellani, supportati in questo da un percorso di formazione permanente.
Oggi la città, con la fattiva collaborazione della Chiesa, sta cercando di risollevarsi e di creare unità di intenti per individuare strade che la portino verso un sano sviluppo e al superamento del grave male della disoccupazione. La presenza del Papa tra noi, con il suo alto magistero particolarmente attento al lavoro, sarà fonte di ispirazione per creare un clima di collaborazione, di concordia e di maggiore attenzione verso il bene comune. La partecipazione a tale virtuoso percorso è inserita dalla Chiesa genovese tra i compiti che considera maggiormente rilevanti. 

L'Osservatore Romano, 26-27 maggio 2017