sabato 27 maggio 2017

L'Osservatore Romano
(Giovanni Maria Vian) Non era mai stato a Genova il Papa che subito dopo la sua elezione si è presentato come preso «quasi alla fine del mondo». E la sua prima parola è stata una confidenza del cuore: di provare cioè una grande emozione per la vicinanza a quel porto da dove partì per l’Argentina, appunto la «fine del mondo», la sua famiglia, migrante come oggi tantissime altre. In uno scenario che in questi anni si sta rivelando imponente, e non di rado tragico, per la fuga drammatica da fame e povertà di milioni di persone.La confidenza del Pontefice ha aperto di prima mattina una visita dai tratti inconsueti perché scandita soprattutto da tre dialoghi durante i quali Francesco ha voluto improvvisare a lungo. Innanzi tutto con il mondo del lavoro, in un grande stabilimento adiacente appunto al porto, quindi nella cattedrale di San Lorenzo con il clero, le religiose e i religiosi, infine al santuario della Guardia, con i giovani, prima di concludere la giornata con una visita al Gaslini e una messa.
Dialoghi distesi e condotti senza fretta, in ascolto partecipe delle preoccupazioni delle donne e degli uomini di oggi, di anziani e di giovani. Con lo sguardo del cuore fisso su Gesù, il Signore che manda in missione: siamo «missionati» e missionari, ha sintetizzato il Papa. E proprio su questa dimensione costitutiva del cristianesimo, che è anche la parola chiave del pontificato, Francesco si è soffermato in particolare con i giovani. E anche a loro ha parlato con la passione che colpisce quanti lo ascoltano e con un’efficacia rafforzata da neologismi che da sempre punteggiano vivacemente il suo linguaggio e affascinano.
Gli incontri durante il quale il Papa ha improvvisato lungamente sono stati in realtà un’unica meditazione, a colloquio con le interlocutrici e gli interlocutori che l’hanno interpellato. Meditazione che di continuo ha messo a confronto la realtà del nostro tempo con la chiamata del Vangelo. Parole appassionate ed esigenti quelle del Papa, che chiedono di guardare davvero la realtà, piuttosto che le sue rappresentazioni, in particolare quelle trasmesse dalle nuove tecniche di informazione, come ha avvertito i giovani, ai quali ha lasciato alla fine una preghiera: «Signore, per favore, sfidami, importunami, dammi il coraggio di risponderti».
Per primo Gesù è infatti stato sulla strada, mai fermo, e in questo modo ci aiuta a vivere oggi che andiamo sempre in fretta, incapaci spesso anche di passare un po’ di tempo in preghiera, ha ricordato Francesco in cattedrale. Sottolineando che questi sono «i vecchi criteri della Chiesa», in realtà «ultramoderni»: come quelli della fraternità sacerdotale, della dimensione diocesana, della testimonianza, anche e soprattutto senza parole ma con la vita.
Un insegnamento tradizionale e vivo, dunque, come lo sguardo sul mondo del lavoro che è una «priorità umana», e dunque anche cristiana, ha detto con forza il Papa. Che ha concluso il primo lungo dialogo genovese recitando davanti a lavoratori e imprenditori l’antichissima preghiera del Veni sancte spiritus.
L'Osservatore Romano, 27-28 maggio 2017.