lunedì 29 maggio 2017

Italia
Bagnasco: «Serve più Europa si rifondi sul piano spirituale»
Il Secolo XIX
(Massimo Righi, Bruno Viani) Sono passate ventiquattr' ore esatte dal ritorno a Roma di Papa Francesco. Alle otto di domenica sera, seduto nel suo studio in Arcivescovado, il cardinale Angelo Bagnasco riflette sul peso delle parole che il Pontefice ha lasciato in eredità a Genova. Ma anche su quelle che le agenzie di stampa hanno battuto poco prima, sulla sfiducia che Angela Merkel nutre per Donald Trump all' indomani del G7 a Taormina.
Temi che si incrociano, si toccano, si sovrappongono. 
I genovesi hanno ancora negli occhi i momenti più commoventi della visita del Papa. Pensi a uno di questi, simbolo della giornata: cosa le è rimasto? 
«Tra i molti simboli donati dalle parole e dai gesti del Papa, quello riassuntivo mette insieme orizzonte e coraggio: due temi legati in qualche modo al mare, che ci parlano in modo unico. Siamo fortunati: guardando al mare vediamo l' orizzonte lontano che ci permette di partire nella giusta direzione. Vale per le città, per la Chiesa, per la vita delle persone. Chi non ha orizzonti sbatte contro i muri. Però non basta l' orizzonte, se poi si sta fermi. Ma per attraversare il mare ci vuole coraggio. Tutti i messaggi dati dai vari momenti di incontro con il Papa possono rientrare in questa immagine». 
La visita del Santo Padre è stata un atto di stima e fiducia nei suoi confronti. Ora lei guarda alla sua città da arcivescovo e all' Europa da presidente della Conferenza Episcopale Europea in un momento cruciale. E non solo per la Chiesa. Partiamo dal primo punto: sono stati dieci anni , durante la sua presidenza della Cei,nei quali la Chiesa ha vissuto al suo interno cambiamenti profondi. Tentiamo un bilancio? 
«Non sono bravo a fare bilanci e neppure lo desidero. Qualcun altro lo farà meglio di me. L'importante è avere coscienza di aver fatto del mio meglio per servire i confratelli e le diocesi, il Santo Padre e il suo ministero. In questi dieci anni c' è stata crescita, com' è stato mio desiderio, nella comunione tra noi nell' Episcopato e ho cercato di aiutare i miei confratelli a servire la Chiesa che è in Italia, illuminati dal magistero del Papa e attenti al vissuto della gente. In questi anni ho sentito crescere la conoscenza reciproca con i miei confratelli, la stima e l' amicizia. Abbiamo vissuto insieme momenti delicati. Una delle esperienze più belle che porterò sempre nel cuore è stata ogni volta che ricevevo da loro una parola di incoraggiamento, di silenzio paziente, una pacca sulle spalle, un sorriso». 
Oltre a fargli gli auguri per l' incarico, e forte della sua esperienza, ha dato un consiglio al cardinale Bassetti per i cinque anni che lo attendono dopo di lei alla presidenza della Cei? «Prima che fosse scelta la terna, ho detto che, chiunque fosse diventato presidente, avrebbe dovuto restare se stesso. Cosa che Bassetti ha ripetuto dopo la nomina». 
Lei ha paragonato i genovesi ai motori diesel , il Santo Padre ha detto che i cristiani non sono centometristi, ma maratoneti. Il cristiano è un "maratoneta speranzoso": mite, ma deciso nel camminare. Pensa che il Santo Padre abbia pensato anche a lei o, comunque, si sente un po' maratoneta? 
«Il fatto che il Papa abbia detto così mi rallegra moltissimo, perché in effetti, come Genova in generale, anch' io sono un po' maratoneta». 
Adesso, per lei che è presidente della Conferenza Episcopale Europea, la nuova sfida è l' Europa, costantemente alla prova dei populismi e spesso divisa sul grave problema dei migranti. Le frontiere dell' episcopato europeo invece non conoscono muri e abbracciano quaranta Paesi: come richiamare - in modo non solo morale ma concreto a una condivisione delle responsabilità? 
«La Chiesa ha i principi del Vangelo, che sono accoglienza e speranza. I vescovi dell' Europa svolgono il loro compito di stimolo, di richiamo, di incoraggiamento nei singoli Paesi, sapendo che sono i singoli governi che decidono le politiche degli Stati». 
L'Europa non ha voluto includere le radici cristiane nella sua Costituzione. Lei invece ha detto: c' è bisogno di più Europa, però di un' Europa fondata su una base spirituale e morale «capace di ispirare una identità culturale, alta, bella, secondo la sua tradizione e la sua storia. Il che non significa esclusione di qualcuno». 
Può chiarire cosa significa questa idea di Europa inclusiva? 
«Per dialogare ci vogliono almeno due persone e ognuna deve avere qualcosa di bello e importante da dire all' altra. Un' Europa che rinuncia alle proprie radici cristiane mostra di aver rinunciato ai valori che hanno generato la propria cultura. Non potrà dialogare con nessuno, perché non avrà niente da dire. Come potrà includere?». 
Al G7 si è consumata una rottura sul clima e le intese su migranti e commercio sono state al ribasso. Angela Merkel dice che degli Stati Uniti con Trump non ci si può più fidare. La preoccupa questo nuovo stato dei rapporti tra Europa e Usa? 
«Sono sempre più convinto, come ho detto altre volte, che c'è bisogno di più Europa, soprattutto in questo momento di maggiori difficoltà interne ed esterne. Ma deve rifondarsi sul piano spirituale. Sono convinto che qualsiasi difficoltà possa essere superata se varie parti del mondo saranno convinte che ogni continente con la propria storia e la propria cultura ha qualcosa da importante da dire a tutti, l'umanità». 
Vista con occhi laici, l' Italia è diventata sempre più marginale nella geopolitica ecclesiale. Papa Bergoglio nell' Assise della Chiesa ha aumentato la rappresentanza dei territori alla periferia del mondo. Quali sono le sfide di una Chiesa che oggi è davvero universale? 
«A mio parere una visione geopolitica, se intesa come rapporti di forza, non esiste. In una visione ecclesiale, invece, esiste una cattolicità della Chiesa che cresce in tutti i punti della Terra ed è bello che ci siano rappresentanze sempre più qualificate». 
Parliamo dell' altra sfida, quella con la laicità o, se preferisce, un' idea laicista della vita: le capita di pensare che sia una battaglia - sul piano umano - destinata a vedere la vittoria di chi indica obiettivi più immediati e più facili? 
«Il futuro è nelle mani di Dio e nessuno lo può prevedere in modo certo. L' ideologia laicista come un piano in discesa capace di travolgere anche le cose più belle, di sfigurarle. Ma dalla parte dei cristiani vi è il Vangelo, comunque per tutti vi è la coscienza di ogni persona che ha al fondo il desiderio del bene e della verità. Questo desiderio può essere assopito a lungo, ma non potrà mai essere ucciso». 
Il mondo del lavoro, i religiosi, i giovani hanno abbracciato il Santo Padre. Ma rispetto alla visita di Giovanni Paolo II di 30 anni fa, a Genova ci sono 12.000 posti di lavoro in meno, unterzo dei religiosi in meno, oltre 150 mila abitanti in meno e molti meno giovani. Lavi sita del Papa pensa che possa fare la differenza per ridare anche alla città le ali alla speranza di cui lei ha parlato? 
«Certamente sì, ma come ogni dono che si riceve, dev'essere custodito con gratitudine e intelligenza e trafficato perché porti più frutto. Tocca a noi farlo». Lei, accanto al messaggio rivolto dal Papa agli imprenditori, ha richiamatola politica aun maggiore impegno sul fronte del lavoro. 
Tra poco si vota a Genova: ora che tornerà a occuparsi a tempo pieno della città, qual è il problema che vede con maggiore preoccupazione? 
«Il lavoro e la famiglia. Il lavoro perché dev' essere custodito e moltiplicato. La famiglia perché va valorizzata sul piano culturale e sostenuta sul piano politico e sociale con risorse consistenti e regole semplici. Per la nostra amata Genova, in più, auspico si consolidi e cresca la volontà e la capacità di parlarsi fra tutti, istituzioni e cittadini, per poter affrontare e risolvere i problemi urgenti che, a mio avviso, sono quelli indicati e che costituiscono la base e il fondamento di una comunità vivibile, solidale, bella, come può essere Genova». 
Il grande patrimonio dei giovani si è visto nitidamente durante la visita di Papa Francesco. Come si evita di perderli per strada in un Paese, una città, che non sempre sembrano considerali un investimento per il futuro? 
«Spero che né il Paese, né la nostra città, siano così miopi da non considerare seriamente e non affrontare concretamente la realtà giovanile. I giovani sono un patrimonio esplosivo di capacità, di bontà e di voglia di vivere. Purtroppo vivono anch' essi dentro a una bolla virtuale piena di finzioni, bugie e miti, che crea solo illusioni e quindi gravi delusioni. Essi pretendono, nel mondo degli adulti, dei punti di riferimento credibili, che sappiano dire la verità e che siano di esempio nel loro agire. Parola e azione». 
In conclusione torniamo alla visita del Papa. Il Santo Padre sembrava molto emozionato dal fatto di essere a Genova, il luogo dal quale sono partiti i suoi nonni e suo papà per attraversare l' Oceano da migranti. Cos' altro ha colpito il Pontefice, lei che l' ha seguito tutto il giorno, di Genova e dei genovesi? 
«La bellezza di Genova e il grande cuore dei suoi abitanti. Bellezza visibile e cuore che si è manifestato nel grande abbraccio della messa conclusiva. I genovesi sono di indole riservata, ma sono riusciti a esprimere al meglio il proprio cuore».