venerdì 19 maggio 2017

Italia
Bagnasco: «L' Italia è un Paese affamato»
Avvenire
(Mimmo Muolo) Un numero sicuramente significativo: 25 milioni pasti distribuiti in un anno. Un commento che colpisce: «L' Italia è un Paese affamato ». Una notazione che rincuora: «La nostra è una chiesa sempre vicina alle persone». Dati e parole del cardinale Angelo Bagnasco sono una fotografia del Paese cambiato negli anni della crisi, che somiglia non caso a quella scattata proprio nello stesso giorno - mercoledì scorso - dall' Istat. Una Penisola dove si aggravano le disuguaglianze sociali e cresce la povertà, diceva l' Istituto nazionale di Statistica.
Un' Italia in cui si moltiplicano le necessità cui la Chiesa cattolica deve fare fronte, ha detto in pratica l' arcivescovo di Genova e presidente della Cei nell' incontro con cui si è 'congedato' dai giornalisti che hanno seguito più da vicino i dieci anni e tre mesi della sua presidenza. Il risultato è un impegno straordinario a favore dei ceti meno abbienti. Messo in atto da sempre nelle diocesi italiane, e ultimamente anche con un nuovo slancio, specie dopo l' elezione di papa Francesco. Il cardinale è partito dai numeri. «Nel 2016 - ha sottolineato - la Chiesa italiana ha distribuito 25 milioni di pasti». 
Una stima che il porporato ha fatto basandosi sui dati della sua diocesi. «Solo a Genova - ha spiegato - l' anno scorso abbiamo distribuito quasi 600mila pasti. Se facciamo una media di 100mila per tutte le diocesi - ci sono diocesi piccole e diocesi più grandi - viene fuori 25 milioni». Dunque «l' Italia è un Paese affamato». E proprio di fronte a questa 'fame' (non solo di cibo), la Chiesa non resta certo a guardare. «Noi riceviamo mediamente all' anno un miliardo dall' 8xmille. Secondo una ricerca documentata di qualche anno fa, restituiamo allo Stato, in termini di servizi l' equivalente di 11 miliardi. Uno a 11. Anche se sono niente di fronte alla realtà», restano comunque un contributo importante. 
«Potremo avere tutti i difetti di questo mondo - ha aggiunto Bagnasco -, ma la Chiesa italiana ha una storia di assoluta prossimità alla gente». E dunque è in piena sintonia con Bergoglio. «Questa indicazione che ha fortemente ripetuto il Santo Padre - vicinanza, accoglienza, incontro, condivisone - fa parte della nostra storia, che non dobbiamo perdere o dimenticare. E la gente la riconosce, con i nostri limiti e i nostri peccati». Per questo «quando diciamo una parola sulla vita della gente, sui suoi bisogni, le sue speranze o difficoltà - ha proseguito -, lo facciamo non per partito preso, per ideologia o perché leggiamo l' ultimo sondaggio, ma perché viviamo sul territorio». 
Le parole del porporato sono giunte nell' imminenza dell' Assemblea generale dei vescovi che inizierà lunedì con l' intervento di Francesco e che martedì vedrà attivarsi per la prima volta la nuova procedura di scelta del presidente della Cei secondo il meccanismo dell' elezione di una terna, all' interno della quale il Papa nominerà il successore di Bagnasco. Il cardinale, che ha detto di non sapere quando il Pontefice procederà alla nomina (se cioè su- bito o dopo qualche giorno), ha comunque tenuto a sottolinea che la procedura costituisce da un lato «la valorizzazione della peculiarità del Papa nella Chiesa italiana e, dall' altro, dell' aiuto dei vescovi alla sua scelta». «Quale consiglio dà al suo successore? Di essere se stesso». Infine sui bilanci di fine mandato ha detto: «Io non sono bravo a fare bilanci, anche perché sono timido. Dopo l' assemblea, vedremo». Per il momento ha parlato dei ricordi più belli e più brutti di questi dieci anni. I primi «sono molti », ma soprattutto quelle «volte che qualche mio confratello vescovo mi ha dato una pacca sulla spalla, verbale o gestuale, uno sguardo o una parola, o un silenzio di consenso, di vicinanza, di affetto, di stima». Tra le pagine 'no' il porporato ha scelto invece, «senza nomi e cognomi», «alcune situazioni, in questi dieci anni, in cui la tensione si tagliava col coltello: la sentivo io, ma anche i miei confratelli, in certi momenti, in certi passaggi di carattere sociale». Tra i ricordi anche il giorno della rinuncia di Benedetto XVI. «Ero lì e come molti altri cardinali credevo di non aver capito bene il latino ». Poi «l' elezione di Francesco ha suscitato in tutti i cuori simpatie immediate, speranza, fiducia. Ci siamo presto abituati a quello che è lo stile e l' umanità pastorale del Santo Padre - ha detto il cardinale - perché ogni Papa serve il ministero petrino che Gesù ha voluto lasciare nella sua Chiesa. Ogni Papa della storia ha portato se stesso e servito questo ministero con la sua umanità, la sua fede, la sua storia. Siamo presto entrati in questa umanità pastorale del Santo Padre Francesco, che ci ha dato e continua a darci innumerevoli stimoli». Infine Bagnasco ha avuto parole di apprezzamento per i giornalisti («lavoro delicato e importante») e di vicinanza per le situazioni di precarietà occupazionale. Ma ha anche ricordato che nel riferire il magistero di papa Bergoglio spesso si fa «silenzio assoluto » sui temi etici e «grandi fanfare» su altri argomenti.