lunedì 15 maggio 2017

Irlanda
Beatificato a Dublino il gesuita John Sullivan. Benedetta esagerazione
L'Osservatore Romano
Gesuita dalla «vita semplice e ritirata», padre John Sullivan non compì mai «gesti clamorosi», ma il suo «costante esercizio quotidiano delle piccole virtù, come la pazienza, la riconoscenza, la gentilezza» e la sua instancabile dedizione «nel soccorrere i poveri, i malati e i sofferenti», lo hanno portato agli onori degli altari. Lo ha sottolineato il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, nella messa per la beatificazione del religioso irlandese, celebrata sabato 13 maggio.
Il porporato ha presieduto il rito in rappresentanza del Pontefice nella chiesa di San Francesco Saverio a Dublino. Hanno concelebrato rappresentanti dell’episcopato locale, fra i quali gli arcivescovi Diarmuid Martin ed Eamon Martin. Ha partecipato anche una rappresentanza della Chiesa anglicana d’Irlanda poiché Sullivan, battezzato nella Chiesa protestante, si convertì al cattolicesimo all’età di 35 anni.
«Povero tra i poveri», ha detto il cardinale all’omelia, Sullivan fece della carità, con l’attenzione amorevole ai più bisognosi e agli scartati dalla società, il filo conduttore della sua vita sacerdotale. Il prefetto della Congregazione delle cause dei santi ha quindi affrontato il tema della conversione come «parte essenziale della vita cristiana». Dopo il passaggio al cattolicesimo, infatti, la vita di Sullivan fu segnata da due momenti decisivi: la scelta di entrare nel noviziato dei gesuiti (il 7 settembre 1900) e l’impegno a «raggiungere la perfezione evangelica nell’esercizio eroico delle virtù cristiane» facendo proprie le virtù della povertà e dell’obbedienza. Pur appartenendo a una famiglia ricca, infatti, «era incurante delle comodità e si accontentava del puro necessario», vestendo abiti «rammendati e lisi». Alla sua morte, si legge nelle testimonianze processuali, una ragazza disse: «Oggi i poveri hanno perduto un grande amico».
La sua dedizione agli altri trovava alimento nella meditazione e nella penitenza: «Spesso pregava a lungo per terra, gemendo come Cristo in croce» ed «erano frequenti le visite al santissimo Sacramento e passava molto tempo inginocchiato davanti al tabernacolo».
La sua «umiltà», che lo portò, tra l’altro, all’esercizio di una «perfetta obbedienza», e la «bontà sconfinata del suo cuore» completano il quadro di un beato che, ha concluso il cardinale Amato, diventa modello per una Chiesa che «ha bisogno di sacerdoti e di laici santi». Perché, ha detto, «non si può mai esagerare nella carità. La santità è infatti — ha concluso — sempre una benedetta esagerazione di bontà, di misericordia, di amore».
L'Osservatore Romano, 15-16 maggio 2016