giovedì 25 maggio 2017

Indonesia
Musulmani e cristiani in Indonesia. Una naturale amicizia
L'Osservatore Romano
Missionario a Jakarta. Nonostante il periodico riaffiorare di tensioni, negli ultimi decenni il dialogo tra cristiani e musulmani in Indonesia, il paese a tradizione islamica più popoloso al mondo, ha fatto indiscutibili passi da gigante. Ne dà testimonianza il missionario gesuita di origine tedesca, docente emerito della Driyarkara School of Philosophy di Jakarta, che nel novembre 2016 ha ricevuto il premio Matteo Ricci dall’Università cattolica del Sacro Cuore. Riprendiamo stralci della sua lectio magistralis pubblicata sull’ultimo numero della rivista «Vita e Pensiero».
(Franz Magnis-Suseno) Degli attuali 260 milioni circa di indonesiani, l’88 per cento è composto da musulmani, il 9 per cento da cristiani (di cui un terzo cattolici, cioè 8 milioni di persone), l’1,5 per cento da induisti (gli abitanti originari dell’isola di Bali) e l’1,5 per cento da buddisti, confuciani, appartenenti a religioni indigene (meno di un milione) e altre religioni. Nel settembre 2016 è avvenuto un fatto piuttosto inaspettato: il presidente dell’Indonesia, Joko Widodo, ha conferito l’onorificenza Satya Lencana Kebudayaan (medaglia al merito per l’educazione) a padre Frans van Lith.
Ma chi era questo prete gesuita, nato in Olanda nel 1863? Nel 1903 aveva fondato un collegio per insegnanti a Muntilan (Giava centrale). Non era sua intenzione convertire nessuno: voleva offrire ai suoi studenti una formazione affinché potessero costituire la spina dorsale di una nuova Indonesia indipendente. Alcuni degli studenti provenivano dalle famiglie reali giavanesi. Da Muntilan uscirono non solo insegnanti, ma anche intellettuali, alcuni dei quali divennero più tardi personalità della nazione. È per quest’opera che van Lith ha ricevuto la medaglia postuma dal presidente.
A Muntilan, per i cattolici, era accaduto qualcosa di speciale: quasi da subito alcuni studenti chiesero di essere battezzati. Van Lith era di fronte a un dilemma: se li avesse battezzati, quale sarebbe stata la reazione dei genitori, tutti musulmani? Così, decise di richiedere un permesso scritto da parte delle famiglie. Sorprendentemente, molti diedero il loro consenso. Da lì in avanti Muntilan divenne la culla della comunità cattolica giavanese, che ora conta un milione di persone, diffusa in tutta l’Indonesia; una comunità in cui i laici, e soprattutto gli insegnanti e gli intellettuali, giocano un ruolo chiave.
Grazie a Muntilan, padre van Lith e i missionari gesuiti olandesi scoprirono che la religiosità giavanese era differente dall’idea che se ne erano fatti. Certo, c’erano i musulmani santri, che si sentivano fortemente islamici, pregavano cinque volte al giorno e osservavano il digiuno del Ramadan. Ma forse il 60-70 per cento dei giavanesi si sentiva più giavanese che musulmano. Molti villaggi non avevano neppure una moschea. Essi non pregavano regolarmente e i loro eroi non erano tanto il profeta Maometto e i suoi compagni, bensì Yudisthira e Wibisono, personaggi dei poemi epici Mahabharata e Ramayana che conoscevano assai bene grazie al teatro delle ombre giavanese, il wayang. Per i giavanesi, i riti e la preghiera formale non erano altro che strumenti, la cosa più importante era perfezionare la propria interiorità.
Non è difficile capire il legame che può instaurarsi tra il Vangelo e la religiosità giavanese. Che Dio stesso si è fatto uno di noi, umiliandosi per stare con noi sulle vie del mondo — Gesù come l’Emmanuele, il “Dio-con-noi” — può essere facilmente compreso da un giavanese. Il “profumo” tipico della pietà cattolica si adatta a questa religiosità del sentimento interiore. Un elemento fondamentale dell’insegnamento cristiano in sintonia con il popolo giavanese è poi il comandamento dell’amore. Ho sentito alcuni musulmani dire che l’arma segreta dei cristiani è il loro primo comandamento, il comandamento dell’amore incondizionato. Tuttavia, il Vangelo risulta attraente non solo laddove entra in sintonia con l’esperienza religiosa giavanese, ma anche per la sua chiamata alla conversione, cioè la richiesta di un cambiamento rispetto alle vecchie abitudini per seguire Cristo.
La Chiesa indonesiana deve intraprendere un altro processo di apprendimento, assai più difficile: imparare a conoscere i “veri musulmani”. Nel lavoro di scoperta dell’islam giavanese portato avanti dalla giovane Chiesa sono rimasti fuori i “veri musulmani”, i santri (così sono definiti gli indonesiani la cui identità è profondamente determinata dall’appartenenza all’islam). Implicitamente, i “veri musulmani” erano visti come un vecchio nemico, e questo sentimento era ricambiato da parte musulmana. Tra cristiani e musulmani sono sempre esistiti profondi sospetti e pregiudizi. Condividiamo una storia molto difficile che è diventata parte delle nostre identità collettive, una storia di crociate e di colonialismo occidentale, di minacce turche e arabe all’Europa. Politicamente, i cattolici si sono schierati con i cosiddetti nazionalisti, la maggioranza di quegli indonesiani che non volevano intrusioni dell’islam in politica.
Ma, durante gli anni settanta del Novecento, le cose cominciarono a cambiare. Moltissimi cattolici erano sconvolti dalle continue violazioni dei diritti umani. Essi si resero conto che vivere una relazione da “tiro alla fune” con l’islam, la religione maggioritaria, era una strategia non propizia per il futuro. Erano convinti che, a lungo termine, i cristiani dovessero sviluppare relazioni di fiducia con i musulmani. Da qui, specialmente tramite associazioni non governative e gruppi di opposizione verso il governo, cominciò a svilupparsi una rete di interrelazioni tra cristiani e musulmani indonesiani, soprattutto giovani, aventi gli stessi ideali politici, sociali e culturali.
In tale processo, assai influente risultò essere un numero sempre crescente di personalità musulmane di vedute ampie e pluralistiche, come Abdurrachman Wahid (che più tardi divenne il quarto presidente dell’Indonesia), il quale apparve sulla scena nazionale combinando un’apertura completamente nuova e un impegno per la libertà religiosa con un profondo radicamento nell’islam giavanese. Wahid sentì come una vocazione il sostegno delle minoranze religiose. Poi ci fu il teologo Nurcholish Madjid, che nel 1970 accese una disputa affermando che l’islam necessitava di secolarizzazione e fino alla fine fu detestato dai maggiori esponenti religiosi. Nurcholish dichiarava che chiunque si abbandonasse all’Assoluto era “musulmano” — la parola “islam” significa “abbandonarsi” — e che quindi non solo i seguaci delle “religioni del libro” (musulmani, ebrei, cristiani, zoroastriani), ma anche gli induisti e i buddhisti potevano andare in paradiso. Queste persone ci hanno fatto aprire gli occhi: abbiamo appreso che non esisteva un islam monolitico; infatti, le grandi organizzazioni musulmane tradizionali sostenevano la filosofia di Stato, denominata Pancasila, secondo cui l’Indonesia appartiene agli indonesiani a prescindere dalla loro affiliazione religiosa. Abbiamo imparato che è possibile essere amici dei “veri” musulmani.
A partire dagli anni Novanta, nei convitti scolastici islamici (pesantrens), le visite di ministri cattolici e protestanti e i soggiorni da parte dei seminaristi, anche gesuiti, sono diventate una consuetudine. Tutti i vescovi cattolici ora conoscono di persona i leader musulmani. Molti parroci hanno costruito relazioni con i capi musulmani locali, benché a un livello più profondo sia necessario ancora molto lavoro. E sorprende alquanto il fatto che queste relazioni non siano cadute in crisi durante la brutale guerra civile, durata più di tre anni (dal 1999 al 2002), nell’Indonesia orientale.
Se ci domandiamo che cosa può unire cristiani e musulmani, la risposta appare duplice. La prima risposta è che anche i musulmani più inflessibili in Indonesia concordano che «l’islam è tollerante» e «non ha nulla contro i cristiani» (come mi disse una volta Habib Rizieq Shihab, capo dell’integralista Fronte di difesa islamico); ciò cui essi dicono di essere contrari è il proselitismo. Ma c’è di più. Noi cristiani e i musulmani abbiamo radici che affondano in valori umani fondamentali che sono ancorati al suolo culturale indonesiano: uno sguardo positivo verso gli altri; l’aiuto ai bisognosi; l’onestà; la profonda consapevolezza del fatto che l’invidia, l’odio, il sospetto non devono trovare spazio nei nostri cuori; il rifiuto di trattamenti ingiusti. Gli indonesiani di tutte le denominazioni religiose, eccetto i fondamentalisti convinti, si sentono anche uniti dal fatto che «siamo tutti indonesiani», e come tali siamo uniti dai valori politici espressi nella Pancasila, come la giustizia sociale e la solidarietà, l’identificazione con la nazione indonesiana, la necessità di comportarsi sempre in modo pacifico e civile, l’impegno di costruire un’Indonesia pacifica, giusta, prospera e progressista.
Sulla base di questi valori, dialoghiamo con gli altri su come migliorare le relazioni, risolvere i problemi, promuovere la pace tra di noi, superare il conflitto; ma parliamo anche dell’abolizione della povertà, della discriminazione e della corruzione. Questioni come la minaccia della droga, della pornografia o dell’attrazione per il consumismo fomentato dai media preoccupano tutti noi.
L'Osservatore Romano, 24-25 maggio 2017