sabato 20 maggio 2017

Mondo
Donne e dialogo ecumenico. La profezia di Pauline
L'Osservatore Romano
Pubblichiamo l’articolo di Mary Tanner, già presidente per l’Europa del Consiglio Ecumenico delle Chiese e moderatrice della Commissione Fede e Costituzione, apparso su «Finestra ecumenica», newsletter mensile della comunità di Bos
(Mary Tanner) Lungo tutto il XX secolo si è verificato quello che Pauline Webb, una leader metodista ecumenica, definì «una costante infiltrazione nel movimento ecumenico da parte delle donne e della loro voce». Le donne portarono nuove sfide e opportunità all’interno del movimento ecumenico e attraverso di esso anche alle Chiese. Ed esse continuano a farlo.
Gli anni Cinquanta e Sessanta videro la nascita dei movimenti di liberazione tra i quali vi fu il movimento femminista laico con il suo linguaggio tipicamente tagliente, le tattiche di pressione e le preoccupazioni politiche. Alcuni interpretarono questa influenza che si fece strada all’interno del movimento ecumenico come uno spostamento dall’agenda della Chiesa all’agenda del mondo. Altri ritennero che una tale distinzione non fosse sostenibile a livello teologico ed ecclesiologico. Essi riconobbero nel sorgere dello spirito delle donne, l’opera dello Spirito Santo nel mondo alla testa della Chiesa. 
Ciò che fiorì verso la fine degli anni Sessanta fu messo a fuoco in una conferenza a Berlino nel 1974, intitolata «Sessismo negli anni Settanta». Donne da ogni parte del mondo si radunarono per riflettere insieme su cosa significasse per i loro Paesi, le loro famiglie, e per loro stesse, il fatto che fossero impegnate in una lotta di liberazione — una lotta universale — che le accomunava nonostante le loro differenze ecclesiali, culturali e continentali. Espressero il loro impegno nella volontà di porre fine a tutte quelle cose che negavano l’umanità delle donne nella Chiesa e nel mondo, cose che contraddicevano l’intenzione di Dio al momento della creazione.
Le donne uscirono dall’incontro di Berlino chiedendo al Consiglio Ecumenico delle Chiese di avviare un progetto incentrato sull’esperienza delle donne, gestito da donne, e che sarebbe culminato in una conferenza internazionale per le donne.
Questo progetto fu significativamente cambiato quando i teologi della Commissione “Fede e Costituzione”, l’organismo teologico del Consiglio Ecumenico delle Chiese, richiesero una riflessione teologica ed ecclesiale che guardasse alla Chiesa come a una comunità composta equamente da uomini e donne impegnati nella loro vita personale a mettere in pratica i valori del Regno, una comunità che avrebbe potuto essere un segno di ciò che Dio intende per la totalità dell’umanità.
Lo Studio sulla comunità di donne e uomini inaugurò in molte regioni del mondo una riflessione globale ed ecumenica condotta da donne — e qualche uomo — incentrata sulle loro esperienze nella Chiesa e nella società. Ciò che emergeva ogni volta era la comune esperienza delle donne di essere escluse dal “cerchio magico”, la loro esperienza di oppressione e di impotenza sia nel mondo che nella Chiesa. La vita liturgica, ministeriale e strutturale nelle chiese diventava spesso esperienza di esclusione delle donne e di disprezzo del loro punto di vista. Le donne erano consapevoli che questo atteggiamento contraddiceva l’insegnamento biblico — cfr. in particolare Genesi 1,27 e Galati 3,28 — secondo il quale l’uomo e la donna sono stati creati con pari dignità a immagine di Dio, ed entrambi ugualmente redenti in Cristo.
Dall’ascolto delle esperienze delle donne da ogni parte del mondo emerse la loro sensazione di essere oppresse e considerate come cittadini di seconda classe, dunque lo Studio cominciò a interrogarsi con forza sulla realtà a cui la Chiesa potrebbe assomigliare se rispecchiasse nella propria vita l’integrità che è la promessa del Regno di Dio. Quale tipo di Chiesa potrebbe diffondere nel mondo il profumo della propria integrità possibile?
Lo studio non fu un grido autoreferenziale di donne oppresse, ma una profonda riflessione ecclesiologica che chiedeva un radicale rinnovamento nella vita delle chiese: richiedeva una revisione del linguaggio, dei simboli e delle immagini utilizzati dalla Chiesa per parlare di Dio e dei credenti; un linguaggio inclusivo nel quale le donne potessero sentire di essere pienamente parte della comunità della Chiesa.
Queste cominciarono a recuperare le voci silenziose delle donne nella Bibbia e nella tradizione: chiesero modelli più inclusivi di ministri laici e ordinati; una più equa rappresentanza di donne nei sinodi e negli organismi decisionali nella Chiesa; un esercizio del potere e dell’autorità più simile all’esempio lasciato da Cristo; un maggior impegno nelle questioni di ingiustizia economica, specialmente in quelle situazioni che intrappolavano le donne in una ragnatela di sessismo, razzismo e classismo, e infine chiesero un modello più inclusivo di missione ed evangelizzazione.
L’appello al centro delle sfide era: il tuo Dio è troppo piccolo, Dio non è né maschio né femmina, né maschile né femminile. Dio abbraccia e trascende tutto ciò che noi conosciamo come maschio e femmina, come maschile e femminile.
Lo Studio sulla comunità non si occupava di alcuni cambiamenti minori della vita delle chiese: chiedeva un rinnovamento e una radicale trasformazione. Una richiesta indispensabile se la Chiesa doveva essere un segno credibile di integrità e santità nel mondo e un più efficace agente di cambiamento.
Gli anni di riflessione sull’esperienza e la visione della Chiesa come una comunità di donne e uomini hanno offerto sfide e opportunità, assieme a una reale possibilità di cambiamento. Cambiamenti effettivamente avvenuti: le voci delle donne hanno cominciato a essere ascoltate, con molta fiducia, nell’interpretazione della Bibbia e della Tradizione. In molte chiese si cominciò a utilizzare un linguaggio più inclusivo durante la liturgia e alcune chiese si mossero per includere molte donne nel ministero laicale ufficiale, altre cominciarono a ordinare le donne preti e vescovi, mentre altre si pronunciarono per rimanere nella tradizione della Chiesa di ordinare preti solo gli uomini. Molte donne furono chiamate nei sinodi e nei colloqui ecumenici internazionali.
Lo Studio sulla comunità contribuì alla re-immaginazione del tipo di Chiesa che Dio ci chiama a essere: riconobbe che l’incontro tra Chiese divise e unità visibile richiede un profondo rinnovamento della vita della comunità di donne e uomini nella Chiesa, senza la quale non potrebbe esserci alcuna autentica unità. L’ordine del giorno dello Studio sulla comunità ha recepito questo rinnovamento, ma rimane ancora un’agenda incompleta.
Allo Studio sulla comunità seguì il Decennio di solidarietà delle Chiese con le donne che pose l’accento non tanto sui problemi ecclesiologici, ma sulla vocazione della Chiesa a servizio di un mondo sofferente. Mise in evidenza il grave impatto dell’economia globale; gli effetti del razzismo e della xenofobia sulle donne; la terribile violenza contro le donne nei diversi Paesi del mondo e la ancora più terribile violenza contro le donne e i bambini all’interno di alcune chiese.
Ci sono state occasioni mancate. Una dei leader del Decennio ha affermato che questo si è rivelato più un Decennio di solidarietà delle donne con le donne che un Decennio di solidarietà delle Chiese con le donne. Le sfide e le opportunità del Decennio hanno completato quelle dello Studio sulla comunità: insieme hanno mostrato quale tipo di Chiesa potrebbe essere un segno profetico e un efficace strumento dell’integrità del Regno di Dio.
Oggi la comunità ecumenica si concentra su un ecumenismo d’azione, sul camminare insieme in un pellegrinaggio di giustizia e pace. I problemi di violenza sulle donne vengono messi in evidenza nella maniera più incisiva: la situazione di donne e bambini in luoghi distrutti dalla guerra; donne e bambini che lasciano le loro case, fuggono dalla violenza, s’imbarcano in viaggi pericolosi cercando la sicurezza per i loro figli; donne che finiscono oggetto della tratta e vendute come schiave. In questo pellegrinaggio le donne trovano sostegno l’una con l’altra come avevano fatto nello Studio sulla comunità: donne provenienti da svariati contesti geografici ed ecclesiali si sono riunite nel 2010 a Betlemme per ascoltare la testimonianza delle loro sorelle al di là del Muro della separazione, stando con loro e pregando insieme. Più recentemente, alla Commissione delle Nazioni Unite sullo Stato delle Donne, un gruppo ecumenico di donne ha organizzato un incontro pubblico di testimonianza al fine di mobilitare le comunità di fede e la società civile a lavorare solidalmente per porre fine alla violenza fondata sulla discriminazione di genere.
Le donne anglicane sono uscite dall’incontro con una maggiore consapevolezza delle sfide di genere e degli svantaggi a cui fanno fronte le loro sorelle in tutto il mondo. Si sono rese conto dell’importanza di creare relazioni a livello globale per alleviare quella sensazione di isolamento e hanno assicurato che si sarebbero impegnate a pregare, resistere e prendere la parola insieme. Hanno espresso la convinzione che gli Obiettivi per uno Sviluppo Sostenibile del 2015 costituiscono «un’unica e importante piattaforma d’azione basata su una visione che afferma il nostro desiderio come cristiani di lavorare per il Regno di Dio sulla terra. [Gli obiettivi] rievocano profondi temi biblici sulla reciproca responsabilità per vivere bene insieme, cercando la qualità di ogni persona creata a immagine di Dio, la responsabilità di prendersi cura della terra di Dio, e la scelta preferenziale di Dio per i deboli e gli emarginati».
Gli ultimi anni sono stati testimoni del «sorgere dello spirito delle donne» nel pellegrinaggio di giustizia e pace. Sempre di più le autorità della chiesa a livello mondiale stanno efficacemente ponendo l’attenzione sugli orrori causati dalla violenza di genere. Papa Francesco, il patriarca ecumenico Bartolomeo, l’arcivescovo di Canterbury Justin, il vescovo Younan della Federazione Luterana mondiale hanno fatto fronte comune per contrastare le violenze basate sulla discriminazione di genere.
Nel marzo 2017 a Cipro autorità di cinque comunità di fede — greco-ortodossa, musulmana, armena, maronita e cattolica latina — hanno dichiarato congiuntamente: «Riaffermiamo la nostra convinzione che uomini e donne hanno il medesimo valore agli occhi di Dio. Il cristianesimo e l’islam condannano la violenza contro le donne e i bambini. La violenza contro donne e bambine, in qualunque forma, è una contraddizione rispetto alla volontà di Dio ed è inaccettabile ai suoi occhi».
Le sfide teologiche ed ecclesiali dello Studio sulla comunità degli anni Settanta e Ottanta e quelle lanciate attraverso il Pellegrinaggio ecumenico di giustizia e pace possono a prima vista sembrare due percorsi non collegati. Tutt’altro: sono invece aspetti di un medesimo percorso tenuti insieme dalla volontà di comprendere la natura di Dio e quale sia la sua intenzione nei confronti dell’intera umanità; inoltre i due progetti sono collegati da una comprensione della vocazione della Chiesa chiamata a essere segno di questa intenzione di Dio e strumento per diffondere i valori di pace e giustizia che sono quelli del Regno di Dio.
Lavorare affinché la Chiesa sia una comunità inclusiva di donne e uomini, per amore di Dio e per amore del mondo, è un’azione indissolubilmente legata all’imperativo di sfidare le strutture ingiuste e l’uso scorretto delle risorse del mondo. Le chiese hanno bisogno di ascoltare attentamente le sfide che le donne pongono in essere e le opportunità di cambiamento per l’unità e la santità a cui esse guardano.
L'Osservatore Romano, 19-20 maggio 2017