sabato 20 maggio 2017

Europa
L'Europa e la pace
L'Osservatore Romano
(Gualtiero Bassetti) Pace nell’Europa e in tutto il mondo: questo è l’auspicio del Papa che di recente ha parlato a un gruppo di polacchi reduci dalla seconda guerra mondiale. Dopo la catastrofe bellica, la pace in Europa è uno dei temi ricorrenti del magistero pontificio. Tuttavia, l’aspirazione alla pace è anche una delle caratteristiche originarie e uno degli elementi principali dell’identità più che millenaria del continente.
Sin dalla tarda antichità e dai primi secoli del medioevo, infatti, l’Europa è nata come luogo di incontro, come spazio di dialogo e di confronto. Paolo VI quando parlava dell’Europa faceva sempre riferimento alla necessità di perseverare nella costruzione di questo spazio di incontro. Uno spazio che doveva essere, nelle sue intenzioni, un luogo di pace e di solidarietà.
Purtroppo, proprio durante il quindicennio del pontificato di Montini e, nonostante l’impegno vigoroso di Giovanni Paolo II, ancor più negli anni successivi l’Europa ha iniziato a rifiutare se stessa. E questo perché ha voluto abbracciare una visione che sembrava calarsi, drammaticamente alla perfezione, nei nuovi abiti della modernità. Modernità che si presentava sicura di sé, priva di ogni tensione trascendente e incamminata verso un futuro di progressive conquiste scientifiche e sociali.
Tutto questo però, al di là delle apparenze, si è rivelato un vicolo cieco, come oggi si vede. Al benessere materiale, infatti, ha corrisposto la diffusione di un nichilismo gaudente e individualista. L’Europa come luogo di incontro e come comunità solidale si è trasformata al contrario in un spazio popolato da individui che sembrano non riferirsi più a uno stesso codice morale.
Questo stato di smarrimento genera oggi paura e angosce collettive. Paura di vivere in una società senza identità, sempre più complessa e plurale. Paura dell’altro perché non lo si riconosce più come un nostro simile. Paura soprattutto nei confronti del forestiero. Che non solo è costretto a vivere come un apolide in terra straniera, ma che, sempre più spesso, è diventato una sorta di capro espiatorio di tutti i mali della nostra società. Paura che nasce — si può dire con una sintesi estrema — anche dall’aver smarrito la coscienza dell’Europa come spazio di dialogo e di confronto.
Nel 2016 il Pontefice, ricevendo il premio Carlo Magno, ha detto di sognare «un’Europa giovane, capace di essere ancora madre». E più di recente, in occasione delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma che hanno iniziato il processo dell’unificazione del continente, Francesco ha sottolineato che occorre «investire nella vita, nella famiglia, nei giovani».
Queste parole del Papa costituiscono un forte incoraggiamento a guardare al futuro, senza perdere la speranza, e soprattutto sono un grande messaggio di libertà e di responsabilità: la libertà di intraprendere strade nuove, la responsabilità di farlo pensando alle generazioni future. Un auspicio, dunque, di concretezza e di azione. Questo, infatti, è il momento di mettersi totalmente in gioco.

L'Osservatore Romano, 20-21 maggio 2017