martedì 30 maggio 2017

El Salvador
(Lucia Capuzzi) Lo scrittore centroamericano in "Noviembre" strappa dalla memoria la barbara uccisione dei religiosi, fra cui Ignacio Ellacuría, nel pieno della guerra civile. Era l' alba del 16 novembre 1989: «Stesi sull' erba, i sacerdoti pregavano» «Stesi sull' erba, i sacerdoti pregavano. Non litigavano, non discutevano, non imploravano misericordia, pregavano. Si rivolgevano a Dio. Le loro voci erano come brezza. Un' unica brezza. Unite nella stessa preghiera. La fede li aveva condotti, fin là, dov' erano ora. In quel momento, la loro storia era anche la storia del mondo».In una delle ultime pagine di Noviembre (Novembre), edito in Spagna da Planeta e ancora non tradotto in italiano, Jorge Galán descrive così gli ultimi istanti di Ignacio Ellacuría, Ignacio Martín-Baró, Segundo Montes, Juan Ramón Moreno, Amando López, Joaquín López y López. Presto i militari del feroce battaglione Atlacatl avrebbero esploso gli spari letali. Così si sarebbe conclusa l' esperienza terrena dei sei gesuiti alla guida dell' Universidad Centroamericana de San Salvador (Uca). Era l' alba del 16 novembre 1989. La guerra civile, in corso ormai da nove anni, aveva assunto i toni cruenti dello scontro finale, con l' offensiva guerrigliera sulla capitale. I combattimenti sarebbero terminati solo tre anni dopo. Quella lunga notte di terrore - che, oltre ai religiosi, si portò via anche la loro collaboratrice, Elda Ramos, e la figlia adolescente Celina - però, segnò il principio del lento epilogo. La pace che padre Ellacuría aveva perseguito ostinatamente in vita - nonostante minacce e incomprensioni - germogliò dal sangue suo e dei confratelli. Un bruciante fallimento per i carnefici. Cioè quanti, all' interno delle Forze armate, volevano perpetuare lo scontro, da cui traevano prestigio, potere e risorse illimitate. Forse è per questo che, ventotto anni dopo, l' assassinio dei gesuiti continua ad essere un tema scomodo in Salvador. Tanto che l' autore di Noviembre ha ricevuto intimidazioni. Eppure non si tratta di un saggio dalle rivelazioni inedite. Bensì di un ritratto umano e appassionato di sei uomini. «Perché solo così si può comprendere la profondità del loro sacrificio e l' importanza avuta nella storia del Paese», spiega Galán. Il romanzo è in perfetto equilibrio tra rispetto della verità storica e capacità di catapultare il lettore nel mondo interiore dei perso- naggi. Un' ennesima prova dell' abilità dello scrittore salvadoregno, conosciuto in Italia per La stanza in fondo alla casa (Mondadori), nello spaziare fra i diversi generi letterari, senza mai rinchiudersi in un cliché. Poeta pluripremiato, autore di racconti per bambini, saggista e romanziere, Galán è venuto di recente all' Università Cattolica di Milano per il ciclo "Parole contemporanee", organizzato dal professor Dante Liano. Perché ha deciso di trasformare l' omicidio dei gesuiti della Uca in un romanzo? «Ho "conosciuto" Ignacio Ellacuría attraverso la testimonianza di una persona che lo frequentò a lungo: Francesco Andrés Escobar, uno dei docenti della Uca. Me ne parlò, per la prima volta, nel 1991. La presenza di Ellacuría era onnipresente in quell' ateneo, anche dopo la sua morte. Allora non avevo idea che avrei scritto un romanzo sulla vicenda. Mi ci è voluto molto tempo per capire che dovevo farlo. Dovevo sottrarre la storia di quei sacerdoti ai rapporti di polizia e alle ricostruzioni dei libri di testo. E restituirle la sua dimensione umana per farne cogliere l' eroismo, il coraggio, l' amore. Quegli uomini hanno scelto di restare in una nazione dilaniata dalla guerra, nonostante avessero ricevuto minacce e molti sacerdoti fossero stati già assassinati. Erano intellettuali riconosciuti, potevano vivere in qualunque altro luogo. E, invece, sono rimasti. Il loro gesto non smette di commuovermi». Non c' è il rischio di "romanzare" un episodio drammaticamente reale? «Non in questo caso. I fatti hanno una tale potenza che non hanno necessità di essere né ritoccati né stravolti. La fedeltà alla verità storica è, in tale contesto, la miglior "tecnica letteraria"». Il conflitto civile è terminato 25 anni fa. Eppure ancora El Salvador non riesce a fare i conti con quell' epoca. Lei stesso ha subito minacce dopo l' uscita di Noviembre. Perché la vicenda di Ellacuría e compagni è ancora tanto scomoda? «L' omicidio dei gesuiti è rimasto impunito. I veri colpevoli sono in libertà. Qualunque tentativo di rompere il silenzio sulla questione è considerato una minaccia. Il mio romanzo - per quanto non fosse una denuncia né un pamphlet politico - ha riportato quel delitto sotto i riflettori. Dunque, solo per questo, ha creato malumori in alcuni che magari non l' hanno nemmeno letto». Lei ha esordito con la poesia. Tanto da essere riconosciuto da oltre cento tra critici e studiosi come il poeta latinoamericano più rilevante dal 1970. Non le mancano i versi? «Non li ho abbandonati. Continuo a scriverli. Anche se i romanzi occupano quasi tutto il mio tempo ora». Quali sono i suoi maestri di narrativa? «Essendo latinoamericano, Gabriel García Márquez e Mario Vargas Llosa sono modelli inevitabili. Sono stati i miei "primi amori" letterari. Poi è arrivato Faulkner che continuo a leggere e rileggere ogni anno. Ho, però, anche l' incalcolabile fortuna di avere maestri in carne e ossa, con i quali posso sedermi a conversare come Almudena Grandes, Horacio Moya Castellanos e Eduardo Mendoza». A proposito di García Márquez, La stanza in fondo alla casa rivela la profonda influenza del realismo magico. Tale tradizione continua ad affascinare anche gli scrittori latinoamericani attuali? «Quando ho scritto quel libro, la mia intenzione non era fare del realismo magico. Ho semplicemente cercato di raccontare una storia nel modo in cui faceva mio nonno - e la gente del mio Paese - quando ero bambino. Lui narrava in prima persona e infarciva i fatti di dettagli straordinari: donne che si trasformavano alla luce della luna, sottomarini che spuntavano dalle acque del Pacifico, folletti capaci di far innamorare le ragazze. Per quanto strane possano sembrare, è questo tipo di storia a esprimere nel modo più autentico la nostra identità di popolo e di Continente. A descrivere il nostro sguardo peculiare sul mondo».