venerdì 12 maggio 2017

Cile
La conferenza episcopale cilena rilancia l’invito al dialogo. In ascolto dei Mapuche
L'Osservatore Romano
Dialogo a tutto campo e senza preclusioni per risolvere la questione dei mapuche, il popolo amerindo che da decenni rivendica riconoscimento di diritti e autonomia. È quanto con decisione è tornato a chiedere in questi giorni l’episcopato cileno tramite la Commissione nazionale per la giustizia e la pace. L’organismo ecclesiale, da tempo in prima linea per risolvere una vicenda che periodicamente sfocia in tensioni sociali e violenze — frequenti i casi di incendi appiccati come atti dimostrativi — ha infatti pubblicato un nuovo documento nel quale sollecita il governo alle trattative, riaffermando «il dovere di negoziare senza paura delle diversità nazionali e dell’autonomia».
Una presa di posizione per molti versi simile a quella già espressa nell’ottobre 2016 al Tavolo di dialogo per l’Araucanía e che non aveva trovato le auspicate sponde politiche e istituzionali. Adesso però viene riproposta e resa pubblica. Con due sottolineature ulteriori: la necessità di «accettare le verità essenziali» insite nel fallimento delle precedenti trattative e, appunto, il riconoscimento dell’autodeterminazione dei mapuche, o araucani secondo la dizione spagnola, «a livello politico, economico e costituzionale». Numerose e articolate le richieste contenute nel documento intitolato La Santidad de negociar sin miedo por una Región Mapuche Plurinacional en paz, in cui viene citata ampiamente la convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro del 1989, ratificata dal Cile nel 2008, che afferma che lo stato deve garantire il diritto dei popoli nativi alla terra.
Tra le principali richieste la liberazione delle persone finite in carcere durante la fase più aspra del conflitto, l’istituzionalizzazione di un tavolo di dialogo e l’impegno della presidenza della Repubblica a includere nella nuova costituzione in fase di elaborazione il carattere plurinazionale del Cile. A ciò si aggiungono la creazione di una commissione per affrontare il problema della proprietà delle terre rivendicate dai mapuche e il riconoscimento del mapudungun, la lingua dei nativi, insieme con lefeste, i costumi e tradizioni indigene.
Della questione l’episcopato cileno si era occupato diffusamente nel gennaio scorso con una nota del consiglio permanente firmata dal presidente, il vescovo ordinario militare, Santiago Jaime Silva Retamales.
In quella occasione i presuli hanno chiesto che il lavoro della commissione presidenziale consultiva per l’Araucanía, istituita nel mese di luglio e coordinata dal vescovo di Temuco, Héctor Eduardo Vargas Bastidas, potesse «tradursi in proposte e decisioni politiche pubbliche con l’urgenza che è richiesta», poiché la regione, colpita da anni da scontri e violenze, e con essa il popolo mapuche non possono soffrire «nuove dilazioni nel cammino di incontro, giustizia, riparazione e pace».
Un rapporto finale della commissione era stato consegnato anche alla presidente della Repubblica, Michelle Bachelet, la quale aveva assicurato come la realizzazione di un piano per l’Araucanía rappresentasse una priorità.
Tra le richieste contenute nel rapporto finale: il riconoscimento costituzionale dei popoli indigeni; una rappresentanza speciale in congresso e la costituzione di un ministero per i popoli indigeni; l’approvazione di una legge speciale per l’Araucanía; la creazione di commissioni per la ridistribuzione delle terre indigene e per la riparazione delle vittime della violenza; piani organici di sviluppo per le comunità indigene; la creazione di un’agenzia per l’acqua.
La nota dell’episcopato metteva poi in evidenza tre aspetti che la commissione aveva invitato ad affrontare: la realtà storica e i diritti del popolo mapuche, la drammatica sofferenza delle vittime di violenza rurale, con chiese o templi di diverse confessioni religiose bruciati per motivi non solo confessionali ma più spesso economici e politici, e la grave situazione di povertà della regione, che rende le condizioni di vita degli indigeni ancora più difficoltose.
L'Osservatore Romano, 11-12 maggio 2017