domenica 21 maggio 2017

Arabia Saudita
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Il primissimo viaggio del Presidente Trump all’estero è iniziato ieri mattina da Riad in Arabia Saudita e già possiamo dire qualcosa di concreto sui veri obiettivi della politica estera statunitense: vendere, vendere e vendere ciò che si produce nel paese a stelle e strisce. Poi, se si riescono a rifilare anche  tante armi a chi ha tanti soldi per comprarle non è altro che oro che cola.
Poche ore fa, infatti, il Presidente Trump e il Re saudita Salman hanno firmato un accordo che prevede l’acquisto da parte dello stato arabo di 110 miliardi di dollari in armi con l’impegno, negli anni futuri, di portare tale cifra a 350 miliardi. Tutte armi necessarie, così si legge a chiare lettere in un comunicato ufficiale, per rendere più attivo il ruolo dell’Arabia Saudita nello scacchiere mediorientale davanti alla minaccia dell’Iran e, soprattutto, a quella del terrorismo.
Una cosa davvero bizzarra questa. Da un lato si parla di pace e di tanta voglia di essere mediatori di pace nel mondo, con un occhio di riguardo al conflitto perenne tra israeliani e palestinesi, e dall’altra il primo gesto che si compie mettendo piede in un Medio Oriente dilaniato dalle lotte fratricide  è quello di firmare un accordo per vendere tantissime armi, per giunta proprio a una di quelle parti belligeranti. Dobbiamo scandalizzarci ? Si e no. Certamente si del fatto che si continuino a vendere e comprare armi come se fossero derrate alimentari o medicinali salvavita, ma assolutamente no davanti al vero obiettivo primario della politica della nuova amministrazione Usa, ovvero fare economia e esportare nel mondo ogni prodotto che si può fabbricare in casa. Quindi, così come con la Cina si è barattato l’accesso al mercato americano dei polli orientali in cambio dell’autorizzazione ad esportare carne di manzo, così con l’Arabia Saudita si è subito accolto a braccia aperte il loro desiderio di poter acquistare armi. D'altronde lo slogan “American First” non prevedeva per niente diversificazioni merceologiche, ma solo l’idea di produrre americano con manodopera americana e vendere tutto al resto del mondo usando anche quella influenza politica, militare e strategica che, dalla fine della Seconda Guerra mondiale prima e dopo la caduta del Muro di Berlino poi, hanno reso gli Usa l’unica vera superpotenza economica e militare del pianeta.
Non dobbiamo meravigliarci affatto di questo. La politica statunitense sarà questa per molto tempo ancora e chissà quante altre sorprese ci riserverà. Non interessano più gli ideali o l’essere paladini della difesa dei diritti umani contro gli Stati canaglia (cosa che per la verità gli Usa hanno sempre saputo mistificare con grande perizia a proprio esclusivo vantaggio), ma unicamente la necessità di fare economia da ogni situazione potenzialmente vantaggiosa per il proprio Pil nazionale e la propria sicurezza interna. I sauditi vogliono armi ? Bene, noi siamo molto felici di vender loro ciò che più desiderano, così come siamo felici se gli europei inizieranno a comprare le nostre carni tirate su a estrogeni e i cinesi a importare le nostre auto. Poi una motivazione per rendere più digeribile questo aspetto al mondo che sta lì a guardare si trova sempre, ancora meglio in questa società dove ormai basta dire che si fa tutto per combattere il terrorismo e il più è fatto. L’importante è il business, sempre e comunque. Il problema di cosa poi si farà con queste armi è un dettaglio che si spera debbano trattare i posteri a cui affideremmo un pianeta sempre più ferito, indebitato e con conflitti a pezzi.
Ma quanti sono 110 miliardi di dollari ?  Una cifra enorme che spesso facciamo confusione persino a dover scrivere correttamente con i tanti zeri di cui è composta. Per capire meglio quanto è grande questa cifra dobbiamo pensare che l’intero PIL nazionale della Palestina (Cisgiordania e Striscia di Gaza) è pari a poco più di 6,5 miliardi di dollari l’anno (6,641 per l’esattezza secondo i dati della CIA). Fino ad oggi l’Arabia Saudita spendeva oltre 39 miliardi di dollari l’anno, il 13 % del proprio Pil nazionale, per spese di difesa. Domani arriverà a spenderne altri 110. Una cifra immensa, stratosferica verrebbe da dire. Si pensi, ad esempio, che per le spese militari l’Italia, come la Germania, sborsa all’anno poco più 45 miliardi di dollari (circa1,3 % del suo Pil), mentre gli Stati Uniti stanziano 663 miliardi (circa il 4,3 % del loro PIL).
Con questo nuovo impegno finanziario, che darà nuovo impulso alle industrie belliche statunitensi, l’Arabia Saudita potrebbe a breve diventare il terzo paese al mondo con il più alto livello di spesa militare dopo gli Usa e la Cina. Qualcosa di enorme se si considera il fatto che l’Arabia Saudita ha solo poco più di 32 milioni di abitanti, esattamente la metà della Francia e meno di un decimo della popolazione statunitense Tuttavia c’è un altro aspetto che non va assolutamente trascurato. L’Arabia Saudita è un paese belligerante, una nazione che attualmente ha un ruolo attivo nella guerra in Yemen e, per interposta persona, in altre parti di quella martoriata area geografica. Guerre certamente anomale per come sono nate e per come si stanno sviluppando, ma sempre di guerra si tratta. Come sentirsi tranquilli e a posto con la propria coscienza di governanti nel solo pensare che si venderanno altre bombe e altri missili dove già se ne usano troppe ? È davvero credibile chi parla di pace mentre vende armi a chi è già in guerra con altri ? Quale è il limite a tutto questo e quanto questa motivazione della lotta senza quartiere al terrorismo sta diventando un paravento per far passare tutto ciò che si vuole fare ?
Ciò che impressiona è la facilità con cui i potenti vogliono farci credere che si possa promettere la pace anche quando ciò che firmano sono solo contratti di vendita di armi che, prima o poi, qualcuno userà. Di pace si parla, di armi si vende senza pudore. Il Medio Oriente, quello che ha guerre un po’ ovunque e che conta più di un milione di morti negli ultimi 5 anni, può permettersi di comprare così tante nuove armi ? E noi occidentali, che tanto ci prodighiamo nei discorsi pubblici per applaudire chi parla di pace e concordia, possiamo consentire che si perpetuino paradossi come questo ? Evidentemente si, con tutta probabilità in noi è ancora molto radicato quel sentimento di appartenenza che ci fa reputare buono e giusto qualsiasi cosa venga fatto o deciso da chi riteniamo un nostro alleato. E se domani fosse l’Iran a vendere alla Siria o a qualche altro stato belligerante 110 miliardi di dollari in armi cosa succederà ? Varranno le stesse regole oppure si useranno diversi metri di giudizio sull’operazione economica proposta ? E se domani l’Arabia Saudita decidesse di cambiare politica e di sciogliersi da certi vincoli oggi ritenuti saldi usando proprio quelle armi anche contro chi oggi è trattato da alleato (da sempre la storia ci racconta che in Medio Oriente le alleanze sono fatte non per durare ma per essere rotte)?  Ma non sarà anche questa una mera strategia di marketing ben congeniata che mira ad assecondare il desiderio di acquisto di tante armi all’Arabia Saudita per invogliare l’Egitto, la Turchia o altri paesi a fare lo stesso in una spirale al rialzo che si basa sulla bramosia di assurgere a unica potenza regionale ?  Chi pagherà poi il vero prezzo di tutto questo ?
Proprio ieri, nei giornali israeliani (perché quelli italiani sono più interessati a raccontarci le beghe familiari di noti personaggi), alcuni articoli ci informavano che il Presidente palestinese Abu Mazen ha ribadito l’impellente necessità che gli Stati Uniti si facciano mediatori con Israele non solo per gli accordi di pace, ma per l’ormai non più differibile individuazione di fonti di finanziamento necessarie alla realizzazione di un aeroporto in territorio cisgiordano, alla costruzione di nuove centrale elettriche, all’edificazione di un complesso residenziale turistico sul Mar Morto e alla progettazione di importanti infrastrutture indispensabili per far decollare l’economia stagnante di quel territorio. I palestinesi soffrono la disoccupazione e l’assenza di occasioni di crescita e ciò sta sempre più portando i giovani a radicalizzarsi seguendo le farneticanti ideologie dei movimenti terroristici. Come fermare tutto questo se non dando modo ad ogni individuo di poter avere dignitose condizioni di vita e di crescita ? Oppure vogliamo continuare a credere che il terrorismo si combatta solo armandosi fino all’eccesso ?
Oggi veniamo informati che l’Arabia Saudita spenderà 110 miliardi di dollari in armi quando i palestinesi, che tanto a parole gli arabi sunniti del mondo dicono di voler difendere e proteggere, hanno bisogno di poche centinaia di milioni di dollari per investimenti strutturali che sono essenziali alla sua vita quotidiana.  Non vi pare che qualcosa nel mondo continui a non funzionare come dovrebbe ? Possibile che quando si tratti di produrre e vendere armi si trovino tutte le risorse e gli accomodamenti possibili mentre quando si deve intervenire per dare un lavoro e un futuro a intere generazioni di persone, che vivono nella più completa indigenza e mancanza di speranza, si debbano sempre attendere estenuanti trattative di pace che durano decenni senza mai approdare a nulla ?
I ben informati, coloro che sono dietro le quinte, raccontano che lunedì Trump proporrà ad israeliani e palestinesi, rigorosamente in tempi e appuntamenti diversi poiché non sia mai che si incontrino neanche per caso fortuito, un nuovo percorso di mediazione con trattative di pace da attivarsi nei prossimi 6/12 mesi. Intanto però ciò che si può fare subito è vendere armi e intascare le prime provvigioni sulle commesse da ordinare. Perché, intanto che si cerca il dialogo, non si provvede ad aiutare i palestinesi ad avere un futuro migliore investendo sulle infrastrutture, sui trasporti, sulle occasioni di lavoro ? Bisogna proprio aspettare che si firmi un accordo di pace completo di ogni crisma per dare un po’ più di speranza a chi non ce la ha più o per rendere la loro vita quotidiana meno disagiata ?
Si badi bene però che, purtroppo, non è finita qua. Mentre con i palestinesi non si potranno trattare vendite di armi, dato che ancora non sono neanche uno stato vero e proprio ma un embrione di qualcosa che non ha forma, l’amministrazione Trump ha già previsto per i prossimi giorni di visita in Israele alcuni importanti appuntamenti per sviluppare i rapporti economici tra i due paesi in previsione di un aumento della spesa militare israeliana. Gli Usa proporranno di ripristinare i livelli economici dei loro aiuti a quanto già in essere prima della seconda amministrazione Obama, ma con l’obbligo per Israele di aumentare l’acquisto di prodotti Usa e di integrare la spesa con ulteriori fondi propri. Poi, a Bruxelles, durante la riunione plenaria della Nato Trump presenterà il conto delle spese militari del Patto Atlantico e chiederà che ogni paese membro rispetti gli accordi (chissà se userà la frase latina “pacta sunt servanda”) e così, chi non lo ha ancora fatto (e sono in tanti Italia compresa) aumenti la propria spesa militare fino al 2% annuo del PIL. Naturalmente, anche da questo all’apparenza mero dettaglio ragionieristico, lo Stato che si avvantaggerà di più della manovra sono gli Usa poiché detengono la maggior quota di mercato nel campo delle armi e dei sistema d’arma.
 Infine si terra il G7 in Sicilia e anche qui terrà banco l’annoso problema del terrorismo e la necessità di impegnarsi tutti quanti per debellarlo in modo definitivo. Come ? Beh, per come si sono dipanate finora le cose non si ha motivo di credere che si voglia deragliare dal solito binario. Quindi, oltre a parlare di tante belle cose,  anche lì si punterà tutto sull’esigenza di incrementare le spese per la sicurezza e per dare una riposta concreta a chi fa della cieca violenza un’arma di lotta che uccide persone innocenti e inermi.
Tirate le somme di tutto resterà solo l’incontro tra Trump e Papa Francesco per capire se davvero la pace rientra a pieno titolo tra le prerogative del nuovo inquilino della Casa Bianca o se, come sembrerebbe, l’asse portante di tutto è solo quella di creare commercio e barattare affari. Il Santo Padre ha detto che vuole parlare con il presidente Usa per capire cosa propone per il mondo e per i tanti problemi che affliggono la società contemporanea. Forse quella sarà l’unica occasione per poter uscire da quel semplicistico slogan della campagna elettorale e ragionare non sull’obiettivo del business ma sul futuro dell’umanità intera. L’unica cosa certa è che con le armi, sempre e dovunque, non si costruiscono ponti ma si contribuisce a buttarli giù.