martedì 23 maggio 2017

America
Nel pontificato di Francesco. Il vento di Aparecida
L'Osservatore Romano
Dieci anni dopo. Un evento ecclesiale che si è rivelato determinante non solo per la vita del subcontinente ma anche per quella della Chiesa universale. Così, a dieci anni dalla sua celebrazione (11-31 maggio 2017) viene ricordata la quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi, che ebbe luogo nella città brasiliana di Aparecida, in un articolo della Civiltà Cattolica, di cui riprendiamo ampi stralci, nel quale si evidenzia la continuità ideale con il magistero di Francesco.
(Diego Fares) Nel mondo si è dissolta quell’atmosfera ottimistica, sviluppatasi nel dopoguerra, che dava al “centro” la sicurezza di raggiungere il futuro e alla “periferia” l’impazienza davanti alle difficoltà nel raggiungerlo. Oggi ci troviamo di fronte a un mondo più duro (basti pensare ai muri costruiti per tenere lontani gli immigrati) e più scettico rispetto ai progetti inclusivi e a lungo termine. E tuttavia nella Chiesa soffia un vento diverso, si respira un’aria fresca e nuova. È importante notare che quest’aria fresca portata da Papa Francesco non è qualcosa di improvvisato o di esclusivamente suo. Ha avuto un precedente in Aparecida, dove il modo di lavoro sinodale incoraggiato dal cardinale Bergoglio, allora presidente della Commissione di redazione del Documento finale, suscitò nell’assemblea la maturità umile di un consenso compatto.
Aparecida è stato un vero e proprio avvenimento ecclesiale. E lo diciamo per mettere in risalto l’esperienza che ad Aparecida la realtà è stata «superiore all’idea»: la realtà dell’avvenimento è stata superiore alle idee che sono state discusse, votate, scritte e corrette durante la Conferenza e, più tardi, nella versione finale approvata dalla Santa Sede. Sebbene resti aperto il tema del valore teologico e giuridico delle Conferenze episcopali, è innegabile che in America latina esse hanno sempre avuto quella che potremmo definire «un’autorità pastorale». Fedeli, sacerdoti e vescovi hanno lavorato sui documenti non appena questi venivano pubblicati. Dalla metà del secolo scorso le Conferenze hanno segnato tappe di consapevolezza e nuovi passi avanti nel cammino del popolo di Dio in America latina e nei Caraibi. Con l’elezione di Papa Francesco, la quinta Conferenza di Aparecida ha acquisito poi una dimensione non soltanto continentale, ma universale. Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, ha dato un nuovo impulso alle Conferenze, riprendendo la visione del Vaticano II e auspicando che sia «esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale».
Se pensiamo a quale grande evento sia stato il concilio Vaticano II, constatiamo che cinquant’anni dopo stiamo ancora cercando di mettere in pratica molte delle ispirazioni che lo Spirito ha dato ai padri conciliari. I frutti di Aparecida — una Conferenza subcontinentale importante, ma relativamente piccola — si sono estesi alla Chiesa universale e molto oltre le sue frontiere, grazie alla spinta che Papa Francesco ha dato a un’evangelizzazione che rende il popolo di Dio, nel suo insieme, «discepolo missionario», come voleva il Vaticano II. Questa evangelizzazione si compie «in un effluvio di gratitudine e di gioia», con uno sguardo spirituale che sa discernere un’unica crisi — ecologica e sociale: la buona notizia della destinazione universale dei beni e dell’ecologia — e una cristologia incarnata che sa vedere Cristo nei poveri.
Durante la Conferenza, ogni mattina, la giornata cominciava con una Eucaristia concelebrata, a cui partecipavano le folle dei fedeli che venivano al santuario. Quando, mercoledì 16 maggio, il cardinale Bergoglio concluse la sua omelia in spagnolo, venne applaudito dall’intera assemblea. L’applauso — che non si era mai verificato prima e che non si è ripetuto nelle omelie successive — ha risvegliato in molti la consapevolezza che era stato detto qualcosa di importante e che il popolo fedele di Dio l’aveva capito.
Che cosa aveva detto di speciale quel cardinale argentino, eletto il giorno prima a presiedere la Commissione di redazione, che avrebbe avuto il difficile compito di tradurre in un documento tutto ciò che si sarebbe discusso e deciso ad Aparecida? In quella “omelia applaudita”, che il cardinale Bergoglio scrisse di buon mattino, possiamo scoprire, in modo sorprendente, la fonte remota del suo pontificato. A suscitare l’applauso fu un passo che però rimase in sospeso, perché il cardinale si soffermò a descrivere la mite immagine di san Turibio de Mogrovejo, che nel 1606 morì dopo 22 anni di episcopato, di cui 18 trascorsi a percorrere la sua immensa diocesi, mentre un indio suonava il suo flauto tradizionale perché l’anima del suo pastore riposasse in pace. Il passo in questione diceva così: «Non vogliamo infatti essere una Chiesa autoreferenziale, ma missionaria; non vogliamo essere una Chiesa gnostica, ma una Chiesa che adora e prega. Noi popolo e pastori che costituiscono questo santo popolo fedele di Dio, che ha l’infallibilità nella fede, insieme con il Papa, noi popolo e pastori parliamo in base a ciò che lo Spirito ci ispira, e preghiamo insieme e costruiamo la Chiesa insieme, o meglio siamo strumenti dello Spirito che la costruisce».
Possiamo immaginare un ponte che unisce idealmente quest’omelia con la concezione del Vaticano II sul popolo fedele di Dio e con il primo saluto di Papa Francesco, quando, chinando la testa, chiese la benedizione al popolo fedele, dopo aver detto: «E adesso, incominciamo questo cammino: vescovo e popolo». Questo ponte si estende alla sua prima messa con i cardinali, in cui parlò di «camminare» ed «edificare», e continua a estendersi ogni volta che lo Spirito spinge Papa Francesco — come ai suoi tempi spinse san Turibio — a uscire verso le periferie e a dialogare con tutti.
Alcuni giorni prima nella messa inaugurale, anche Papa Benedetto XVI aveva ricordato lo Spirito con un’espressione originale degli Atti degli apostoli: «Lo Spirito santo e noi». Benedetto XVI affermò che ogni cultura autentica è aperta e non chiusa; che il Vangelo — per quanto possa venire offuscato da strumentalizzazioni di vario tipo — non aliena mai; e che i popoli originari che sono sopravvissuti hanno avuto la sapienza e la grandezza di riuscire a inculturare il Vangelo nel momento stesso in cui respingevano — e continuano a farlo — tutto ciò che ha significato imposizione di strutture antievangeliche. Sono affermazioni che permettono di pensare alla realtà storica e attuale del subcontinente senza cadere nelle ideologie.
Benedetto XVI aveva anche affermato — nel contesto della domanda sulla realtà che include Dio e sulla cultura dell’incontro — che «l’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci con la sua povertà (cfr. 2 Corinzi, 8,9)». Il Documento di Aparecida ha sviluppato il punto 8.3 proprio in base a questa frase di Benedetto XVI: «Questa opzione nasce dalla nostra fede in Gesù Cristo, il Dio fatto Uomo, che si è fatto nostro fratello (cfr. Ebrei, 2,11-12). Essa, tuttavia, non è né esclusiva né escludente. Se questa opzione è implicita nella fede cristologica, tutti noi cristiani, in quanto discepoli e missionari, siamo chiamati a contemplare, nei volti sofferenti dei nostri fratelli, il volto di Cristo che ci chiama a servirlo in loro: “I volti sofferenti dei poveri sono il volto sofferente del Signore”». Non c’è bisogno di portare molti esempi per mostrare la chiara opzione preferenziale per i poveri sostenuta da Papa Francesco. È bene però ricordare che questa opzione è cristologica, come ha affermato Benedetto XVI. Ogni volta che Papa Francesco parla dei poveri sta facendo cristologia. Una cristologia del genere più elevato e incarnato, perché chi non confessa Cristo venuto nella carne non è dallo Spirito. Il senso del povero è l’essenza del cristianesimo, come affermava sant’Alberto Hurtado.
L'Osservatore Romano, 23-24 maggio 2017