martedì 9 maggio 2017

(Damiano Serpi - ©copyright) Di immigrazione se ne parla ogni giorno, spesso male e di sicuro troppo ingenuamente. I governanti, le istituzioni, i giudici, le tv e i giornali, i social media, gli addetti ai lavori e, soprattutto, noi tutti ci siamo abituati a parlare di questo argomento in ogni modo e circostanza. Questo epocale evento è diventato per noi europei un interessantissimo e gettonassimo argomento da bar dello sport. Ogni nuova mattina si commentano, tra un caffè e un cornetto presi in fretta al solito bar, gli eventi del giorno prima e tutti diventiamo degli ottimi commissari tecnici, abilissimi nel giudicare ciò che gli altri fanno, ma appellandoci sempre e comunque al senno di poi.Crediamo di sapere tutto di questo fenomeno e, cosa ancora più chiara alle nostre menti, sappiamo benissimo non soltanto quali soluzioni migliori proporre, ma addirittura quali siano gli rimedi giusti alla malattia che ci ha aggrediti. Ecco che si apre il ventaglio dei suggerimenti più originali e sempre garantiti come risolutivi da un perentorio “fidati di me, è così vedrai”. Si spalanca ogni giorno, come il mercato generale dove acquistare le merci offerte sui banconi, la corsa ad offrire le proprie personali soluzioni accompagnate da ogni ipotetica garanzia sull’affidabilità della merce che si propone alla vendita.
C’è chi accoglierebbe tutti ma solo per un rapido rifocillamento degli stomaci e poi via tutti indietro da dove sono partiti. C’è chi propone le quote rigide per l’accoglienza diffusa in ogni Stato d’Europa e, superato quello, si chiuda tutto e arrivederci. C’è chi propone di creare delle piattaforme in mare per  tenere lì i disperati dando loro cibo e qualche trasmissione tv per non annoiarsi troppo nel vedere solo acqua attorno a se. C’è chi vorrebbe speronare i gommoni dei migranti con le navi militari e chi, invece, vorrebbe poter scegliere chi fa più comodo far entrare per coprire i buchi di una demografia europea troppo invecchiata. Già, c’è chi propone di tenere una sorta di maxi concorso dei migranti in entrata per poter così scegliere i più preparati, i più bravi, i più belli, i più forti da utilizzare per far crescere la nostra economia malandata. Il resto, lo scarto composto da chi è inutile, può tornarsene da dove è venuto con l’omaggio di un paio di scarpe e un telefono cellulare con scheda da 5 € prepagata.
Tutti hanno una propria idea sui migranti e sul fenomeno complessivo che li riguarda. Le frasi ad effetto si sprecano senza sosta nel linguaggio mediatico e nelle interviste delle persone per strada. Il campionario di questi luoghi comuni, peraltro assolutamente perfezionabili nel loro senso generale, è sempre lo stesso. “Non possiamo accoglierli tutti”, “non possono venire tutti da noi”, “perché non se ne restano a casa loro, anche qui c’è fame e disoccupazione”, “questi qua prima o poi ci butteranno fuori da casa nostra”. Per non parlare poi dei corollari classici che vogliamo in ogni modo collegare al fenomeno per spiegare meglio e, forse, anche giustificare il nostro pensiero, negativo o positivo che sia, sul fenomeno in generale. “Gli immigrati portano malattie”, “i migranti fanno aumentare la delinquenza”, “i migranti ci faranno dimenticare la nostra cultura”, “i migranti devono comunque lavorare gratis perché mangiano gratis”, “i migranti servono alla nostra economia”, “i migranti saranno il nostro futuro”, “ i migranti non sono tutti uguali”.
L’immigrazione è diventato il punto focale di ogni politica di governo perché si devono ammaestrare, come abili pifferai, le paure dell’ignoto, il terrore verso ciò che può succedersi, lo sbigottimento davanti all’invasione di chi è diverso da noi. Ciò che però ci scordiamo totalmente di fare è parlare di Africa. Quando parliamo di immigrazione nei nostri discorsi non ci ricordiamo mai di parlare di questo continente “nero” che langue da anni sfornandoci ogni giorno quella materia prima fatta di uomini, donne, bambini e vecchi che bussano disperati alle nostre porte scegliendo di correre il rischio di attraversare il Mar Mediterraneo. Siamo tutti esperti di immigrazione, tutti dei grandi intenditori di questo fenomeno tanto da essere in grado di proporre soluzioni miracolose. Tuttavia conosciamo davvero poco o nulla dell’Africa, ossia dell’origine di oltre il 90 % dell’immigrazione che arriva sulle nostre coste. Di Medio Oriente se ne sa qualcosa di più, lì ci sono più interessi e le guerre con navi e bombardieri attraggono di più l’opinione pubblica rispetto ai deserti africani dove c’è polvere, qualche arbusto e un po’ di bestiame brado totalmente smunto che attende la morte sorvegliato da pazienti avvoltoi anch’essi terribilmente magri.
    Pochissimi parlano di Africa in tv o nei tg. L’argomento non interessa e, poiché ciò che non affascina non fa audience, lo si scarta. Della nuova “premier dame” francese, eletta a tal ruolo dopo la scelta del popolo d’oltralpe di domenica scorsa, sappiamo già tutto. Conosciamo il suo nome, la sua età e data di nascita, la sua professione, i nomi e l’età dei suoi tre figli, il nome e la professione del suo ex marito, l’istante preciso in cui si è innamorata del suo attuale consorte (galeotto fu il ballo e il teatro), dove compra i vestiti, che abiti preferisce indossare, di che marca è il suo orologio e il suo profumo, cosa mangia di solito e che ruolo avrà nelle scelte del marito che influenzeranno lo scenario politico mondiale. Ma di Africa non ne sappiamo nulla e non ce ne importa saperne di più. Se un cantante rapper italiano decide di chiedere alla sua amata di sposarlo, allora la notizia apre addirittura le copertine dei più importanti tg,  domani sarà sicuramente in prima pagina nei quotidiani in edicola e, statene pur certi, per mesi sui rotocalchi rosa. Al contrario, se migliaia di persone in Africa muoiono di pestilenza perché non c’è acqua potabile o non si riesce più a coltivare un pezzettino di terra la notizia non ci tange se non quando decidono di fuggire o di far fuggire i loro figli affidandosi totalmente ai nuovi mercanti di uomini.
Di come sta soffrendo la popolazione del Sud Sudan o della Somalia a causa della più grave carestia degli ultimi decenni non ci è dato sapere nulla né ci incuriosisce saperne qualcosa di più. Delle persecuzioni in Eritrea forse abbiamo sentito dire qualcosa a Papa Francesco. Dei tanti paesi africani che vedono i loro giovani invadere le nostre coste cosa sappiamo o cosa ci induce a saperne di più ? Nulla. Del Mali, della Costa d’Avorio, del Senegal, del Niger (che spesso confondiamo con la Nigeria) e di tutti gli altri paesi africani di partenza dei migranti cosa sappiamo ? Nulla, non sappiamo neanche collocarli esattamente nella cartina geografica politica del mondo. Se la first lady americana, la slovena Melania Trump, indossa un paio di ballerine ai piedi al posto dei tacchi stratosferici da modella, oppure resta quattro gradini dietro il marito durante la discesa dall’Air Force One, tutti si precipitiamo a interessarsene per trovare mille spiegazioni plausibili per tale “strano” comportamento. Se, invece, centinaia di bambini africani muoiono di fame e di stenti perché è in atto una vera e propria indigenza in intere porzioni del territorio africano non si sente neanche il bisogno di dare la notizia, di interrogarsi sui perché e di proporre qualcosa di utile a salvare delle vite. La mise di una first lady batte sempre il diritto a veder salvata una vita appena nata in Africa. Poi ci lamentiamo degli effetti del problema dell’immigrazione ?
Nella nostra vita di cittadini del mondo ci poniamo ogni giorno una serie di domande frivole. Ci chiediamo, del tutto legittimamente si intende, chi vincerà, ad esempio, un concorso di bellezza, una competizione sportiva, un reality in tv. Mai, però, ci chiediamo perché la demografia dell’Europa sia così diversa da quella dell’Africa e cosa significherà per il nostro personale futuro questa differenza. Eppure è tutta qui l’origine di quel fenomeno dell’emigrazione di massa che ci fa animatamente discutere degli effetti e non delle cause. Qualcuno di noi sa quanti sono gli africani oggi ? Sono più o meno degli europei ? E con i tassi di natalità dei rispettivi continenti quanti saranno gli africani tra 20 o 30 anni rispetto agli europei ? Qualcuno di noi si è mai chiesto, ad esempio, perché in Europa la popolazione tra i 65 e i 70 anni è il 2.8 % del totale mentre in Africa lo stesso range di popolazione si ferma appena al 0,7 % ? Oppure qualcuno si è posto l’interrogativo del perché in Europa i bambini tra 0 e  4 anni sono appena il 2,6 % della popolazione totale mentre in Africa supera il 7,7 % ?  È  possibile che sia più interessante conoscere le frivolezze dei vip e dei potenti, invece di meditare su ciò comporterà questo dato per il futuro dei nostri stessi figli ? Non è forse a questo che ci ha voluto invitare Papa Francesco quando, durante l’udienza con i giovani dell’Azione Cattolica, ha invitato loro ad occuparsi di politica, quella con la P maiuscola ?
Vi siete mai chiesti il perché di tutto questa indifferenza verso l’Africa ? È verissimo, siamo colpevolmente indifferenti anche verso altre importantissime parti del Mondo come il Sud America e gran parte dell’Asia. Tuttavia è l’Africa che ci sta bussando alla porta con sempre maggior frequenza e con una disperazione che ci sta travolgendo senza che ce ne sia chiara la reale portata. In termini di immigrazione l’Africa è per noi ciò che il Sud America è per gli USA. Ciò nonostante ci scandalizziamo se il Presidente Trump parla di realizzare muri in cemento armato lungo la frontiera con il Messico ma, nello stesso momento, siamo noi stessi ad alzare muri nelle nostre frontiere principalmente per egoismo e per non aver ancora compreso ciò che genera davvero questo fenomeno mondiale che ci terrà occupati per decenni e decenni.
In Europa, per evidenti ragioni di semplice geografia,  non ci potrà mai essere una immigrazione sud americana o asiatica così poderosa come quella africana. Nonostante questo, continuiamo a vedere nell’immigrazione solo un problema transitorio che può essere combattuto e risolto soltanto procrastinando certe decisioni, facendo sbollire il tutto o utilizzando i poteri dell’emergenza. La cruda realtà è che non ci siamo mai voluti occupare dell’Africa perché non l’abbiamo mai voluta capire, conoscere e aiutare ad avere un futuro. Per noi l’Africa e gli africani sono sinonimo di ignoranza, arretratezza, incapacità di produrre e di progredire civilmente nel sociale e nell’economia. Siamo noi i primi a non credere nel futuro di quel continente e della sua popolazione.
 Per l’Europa l’Africa è sempre e solo stata terra di conquista, di saccheggio, di occupazione e di devastazione, per non dire scempio, ambientale.  Questa idea non è mai tramontata in Europa e ancora oggi produce i suoi nefasti effetti nel nostro modo di pensare e di giudicare gli altri. Gli europei, noi europei di oggi, che nessuna colpa abbiamo per il comportamento dei nostri nonni e bisnonni, facciamo fatica ad ammettere che l’Europa ha comunque un debito da pagare nei confronti di quel continente che ha oppresso e sfruttato solo per egoismo imperialista e economico. Seppur ci pesi o non ci sembri giusto dover pagare noi questa colpa, dobbiamo ammettere che gli africani non sono gli unici colpevoli della loro attuale situazione, anzi per molti aspetti ne sono solo vittima.
Per l’immaginario collettivo gli africani sono ancora quei neri che vivono con l’anello al naso, che si vestono di pelli d’animale, che ballano sulla polvere, fanno figli perché non sanno controllare gli istinti dell’uomo e praticano ancora riti di magia nera nell’era di internet. L’idea di tantissimi europei è ancora quella che gli africani sono così messi male nella società contemporanea mondiale per esclusiva colpa loro e non per colpa nostra o per una concausa di eventi politici, sociologici, storici e geografici. No, ci viene del tutto automatico  imputare l’attuale situazione di arretratezza e di grandissima difficoltà dei popoli africani alle loro solo colpe, scelte sbagliate, omissioni e responsabilità. Un giudizio che, quando non riesce a colpire aspetti storici o geografici, allora si riversa sulla stessa presunta “inferiorità” culturale di chi ci sta di fronte. Nel nostro giudizio personale, quello che poi unito fa tendenza e genera senso comune diffuso e accettato, l’Africa è il continente dei derelitti, degli arretrati, degli incapaci a crearsi migliori condizioni di vita. Un continente che non è stato capace di progredire nello sviluppo tecnologico perché troppo indietro con le lancette dell’orologio nel seguire noi occidentali. Per tantissimi europei gli africani sono meritevoli di commiserazione e, al massimo di pietà, ma non hanno scusanti per il loro stato attuale né ci dobbiamo sentire in debito con loro per queste loro difficoltà di vita. Tutto questo deriva dall’ignoranza sull’Africa e sulla sua storia. Una lacuna che danneggia non solo loro ma, soprattutto, noi stessi perché ci fa prendere decisioni e assumere posizioni che non sono veritiere ma, per quanto si voglia minimizzare, quantomeno carenti.
Ecco perché vedere oggi nelle nostre città un ragazzo nero che maneggia con un telefonino cellulare di nuova generazione ci fa sobbalzare. Questo è un comportamento che sconfessa il nostro senso comune e fa deragliare le nostre convinzioni più profonde indotte da ciò che si prova comunemente. Ciò che è l’Europa oggi non può prescindere dalla storia che è stata e dal comportamento dei popoli che ci hanno preceduto. La Francia, la Gran Bretagna, la Spagna, l’Italia, il Belgio e la Germania di oggi non possono fare tabula rasa di un passato che, purtroppo, sta continuando a produrre nefasti effetti su gran parte dell’Africa. Non si tratta di voler in ogni modo recuperare o riproporre un revisionismo storico ma, esclusivamente, ragionare seriamente sui problemi che oggi ci troviamo ad affrontare. L’effetto dell’immigrazione si avverte oggi, tuttavia le sue origini sono molto lontane e non possiamo esimerci dal conoscerle.
Se vogliamo davvero ragionare giudiziosamente sul problema dell’immigrazione allora ci dobbiamo convincere che è indispensabile parlare di Africa e degli africani in modo serio e senza più pregiudizi. L’immigrazione non cesserà solo perché si chiuderanno le frontiere, si erigeranno palizzate e si daranno soldi ai paesi di transito come Libia e Turchia per tenersi quei poveri esseri umani, nostri fratelli in Cristo, dentro recinti temporanei. Questo problema deve essere affrontato con autorevolezza e non con la sbrigatività di chi ha solo fretta di ottenere consenso. Ciò che noi vediamo ogni giorno in tv, la marea di gente che viene salvata in mare, la ressa di persone che scende dalle navi di soccorso, l’invasione delle nostre città di questa popolazione disperata sono solo i sintomi di una malattia che, se non curata, ci contagerà tutti nel peggiore dei modi. La patologia non sono gli sbarchi, gli scafisti, i permessi di soggiorno, l’accoglienza e la diversità. La malattia è lo stato di prostrazione e di abbandono dell’Africa che ha reso impossibile la semplice vita in tante parti del suo territorio annientando la sola speranza di esistenza materiale dell’uomo. L’immigrazione, con tutti i suoi problemi collaterali, è il sintomo del più grande male dell’Africa, l’assenza di prospettive future in un mondo globalizzato che taglia e seziona in modo netto e senza appello ogni cosa.
Dobbiamo parlare meno a vanvera di immigrazione e molto di più di Africa. Occorre spiegare ciò che sta vivendo l’Africa moderna, far conoscere i suoi problemi, raccontare cosa sta succedendo. Dobbiamo incuriosirci di più degli africani per poter comprendere i veri motivi della loro disperazione e della loro scelta di andar via per sempre dalla loro terra. Occorre sviscerare le ragioni di questa mancanza di speranza quasi totale e di questo irrefrenabile desiderio di cercare la vita fuori dalla loro terra d’origine, senza il pregiudizio di pensare che vogliano farlo per appropriarsi delle nostre ricchezze (cosa che peraltro abbiamo fatto noi europei per tanti secoli proprio in quelle terre lontane). Bisogna uscire dall’ottica dell’emergenza per ragionare su cosa è davvero necessario fare per curare questa malattia prima che diventi totalmente cronica. L’Africa e gli africani non hanno solo bisogno di cibo, medicine o vestiti, ma di riacquistare la speranza di poter vivere il proprio futuro nella loro terra. Per fare questo dobbiamo convincerci noi per primi che una speranza per quei popoli è possibile e, solo dopo, cercare di trasmettere questa positività a loro mediante azioni concrete.
Non serve più solo la pietà, l’emozione della fatua compassione o, peggio, il buonismo del facile obolo per togliersi ogni rimorso davanti a certe immagini di dolore e sofferenza. Ora è giunto il momento dell’agire concreto, di quel toccare con mano la carne di chi soffre che ci possa aiutare a scalfire l’egoismo strisciante trasformando i pregiudizi in speranza.  Dobbiamo interrompere quel circolo vizioso che si è creato tra la nostra paura di vederci invasi e la disperata assenza di speranza di chi scappa dal nulla. Se non lo facciamo sul serio il rischio è quello di continuare ad inseguirci senza mai raggiungerci. Loro continueranno sempre più a scappare perché senza speranze e noi continueremo sempre più ad isolarci sotto il peso delle paure.
Iniziamo a fare tutto questo informandoci di più sull’Africa. Non aspettiamo che lo facciano i potenti o i media per noi. Oggi abbiamo tutti gli strumenti per farlo da soli. Non usiamo internet solo per ficcanasare sulle vicende private degli altri o dei vip. Cerchiamo di sapere qualcosa di più sull’Africa, sulla sua storia, sui suoi problemi, sui progetti che hanno dato buoni risultati, sul lavoro dei tanti missionari cattolici, sul vero dolore che provano tanti popoli stritolati tra la fame e le carestie. Cominciamo noi a parlarne, a farne circolare la conoscenza, a creare quella cultura positiva delle cose che ci possa fornire gli strumenti per far compiere scelte giuste a chi ha la responsabilità di doverlo fare. Quando vediamo lo spot di una ong o di una istituzione che chiede denaro per aiutare il popolo africano che soffre non fermiamoci ad inviare l’obolo o l’sms con i due Euro, ma cerchiamo di sapere qualcosa di più di quegli uomini e quei bambini che non hanno nulla. Non mandiamo più i nostri soldi soltanto come se stessimo pagando con la carta di credito una pizza ordinata per mail o un pranzo del fast food sotto casa. Cerchiamo di approfondire la nostra personale conoscenza. Solo in questo modo sapremo davvero ciò che sta dietro il problema dell’immigrazione e potremo ragionare con cognizione di causa abbandonando quelle paure che altri vogliono coltivare dentro di noi.