giovedì 13 aprile 2017

(Manuel Nin) Il mistero pasquale nella tradizione bizantina viene inquadrato nella celebrazione della passione e morte del Signore in croce, la sua discesa all’Ade e la sua gloriosa risurrezione. Il Creatore di tutto, il Signore onnipotente e inaccessibile è inchiodato alla croce e muore. È messo in un sepolcro da Giuseppe di Arimatea e Nicodemo. Quindi il Signore che scende negli inferi per riprendersi Adamo e riportarlo al paradiso da cui era stato espulso.La liturgia di questi giorni mette in parallelo la grandezza del Signore onnipotente che per noi si annienta, si fa piccolo, si fa uomo, come canta uno dei tropari del venerdì: «Oggi è appeso al legno colui che ha appeso la terra sulle acque; oggi il re degli angeli è cinto di una corona di spine; oggi è avvolto di una finta porpora colui che avvolge il cielo di nubi; riceve uno schiaffo, colui che nel Giordano ha liberato Adamo; è inchiodato con chiodi lo sposo della Chiesa; è trafitto da una lancia il figlio della vergine. Adoriamo, o Cristo, i tuoi patimenti. Mostraci anche la tua gloriosa risurrezione».
I tropari della liturgia contemplano la divinità e l’umanità di Cristo nel suo essere inchiodato alla croce: «Oggi il sovrano del creato e Signore della gloria, è confitto alla croce e viene trafitto al fianco; gusta fiele e aceto la dolcezza della Chiesa; è cinto di una corona di spine colui che copre di nuvole il cielo; indossa un manto di derisione ed è schiaffeggiato da una mano di creta colui che con la sua mano ha plasmato l’uomo; è flagellato alle spalle colui che avvolge il cielo di nubi; riceve sputi e flagelli, oltraggi e schiaffi, e per me, il condannato, tutto egli sopporta, il mio redentore e Dio, per salvare il mondo dall’inganno, nella sua amorosa compassione».
Il dolore e la fede della Madre di Dio vedendo il Figlio appeso alla croce diventa il dolore e la fede della Chiesa stessa: «Oggi colui che per essenza è inaccessibile, diventa per me accessibile, e soffre la passione per liberare me dalle passioni; colui che dà la luce ai ciechi, riceve sputi da labbra inique e, per i prigionieri, offre le spalle ai flagelli. Vedendolo sulla croce, la pura vergine e madre dolorosamente diceva: Ahimé, figlio mio, perché hai fatto questo? Tu, splendido di bellezza più di tutti i mortali, appari senza respiro, sfigurato, senza più forma né bellezza. Ahimé, mia luce. Non posso vederti addormentato, sono ferite le mie viscere e una dura spada mi trapassa il cuore. Io celebro i tuoi patimenti, adoro la tua amorosa compassione: o longanime Signore, gloria a te».
La passione e la morte del Signore manifestano la gloria e la grandezza della sua divina umanità: «Oggi vediamo compiersi un tremendo e straordinario mistero: l’intangibile è catturato, viene legato colui che scioglie Adamo dalla maledizione; è iniquamente interrogato colui che scruta cuori e reni; è rinchiuso in una prigione colui che ha chiuso l’abisso; compare davanti a Pilato colui davanti al quale si tengono con tremore le potenze dei cieli; il Creatore è schiaffeggiato dalla mano della creatura; è condannato alla croce il Giudice dei vivi e dei morti; è deposto in una tomba il distruttore dell’Ade. O tu che per compassione tutto sopporti, e tutti salvi dalla maledizione, o paziente Signore, gloria a te».
Giuseppe di Arimatea e Nicodemo vengono presentati come coloro che hanno cura del corpo del Signore, e la sua sepoltura diventa il vero riposo del sabato della nuova creazione: «Giuseppe insieme a Nicodemo depose dal legno te, che ti avvolgi di luce come di un manto; e contemplandoti morto, nudo, insepolto, iniziò il lamento pieno di compassione. Come potrò seppellirti, Dio mio? Come ti avvolgerò in una sindone? Con quali mani toccherò il tuo corpo immacolato? Oggi una tomba racchiude colui che tiene in sua mano il creato; una pietra ricopre colui che copre i cieli con la sua maestà. Dorme la vita, l’Ade trema e Adamo è sciolto dalle catene. Tu oggi ci doni il sabato eterno con la tua santissima risurrezione dai morti: perché tu sei Dio. Il re dei secoli, dopo aver compiuto l’economia con la passione, celebra il sabato in una tomba, per prepararci un nuovo riposo sabbatico».
Un altro dei tropari, con delle immagini di una bellezza toccante, viene messo in bocca a Giuseppe di Arimatea che chiede a Pilato il corpo di Gesù. Il testo canta il Verbo di Dio che nella sua incarnazione «si fa, diventa straniero». È un testo che medita tutta l’economia dell’incarnazione, lo svuotarsi, lo straniarsi del Figlio di Dio. Un diventare straniero lo è stato il suo ingresso nel mondo nell’incarnazione; la sua morte fuori della città: «Giuseppe andò da Pilato, e così lo pregava: Dammi questo straniero, che dall’infanzia come straniero si è esiliato nel mondo. Dammi questo straniero, odiato e ucciso come straniero. Dammi questo straniero, di cui stranito contemplo la morte strana. Dammi questo straniero, che ha saputo accogliere poveri e stranieri. Dammi questo straniero, che per invidia è stato estraniato dal mondo. Dammi questo straniero, perché io lo seppellisca in una tomba, giacché, come straniero, non ha ove posare il capo. Dammi questo straniero, al quale la madre, vedendolo morto, gridava: O figlio e Dio mio, anche se sono trafitte la mie viscere e il mio cuore dilaniato al vederti morto, tuttavia ti magnifico, confidando nella tua risurrezione. E il nobile Giuseppe ricevette il corpo del Salvatore: con timore lo avvolse in una sindone con mirra e depose in una tomba colui che a tutti elargisce la vita eterna e la grande misericordia».
L'Osservatore Romano, 13-14 aprile 2017.