sabato 15 aprile 2017

Vaticano
Per i novant’anni di Benedetto XVI
L'Osservatore Romano
Scritti per il festeggiato. Per il novantesimo compleanno di Benedetto XVI, che ricorre il 16 aprile, la fondazione a lui intitolata ha pensato a un omaggio che unisce tradizione e originalità. La tradizione è quella accademica delle Festschriften, le raccolte di scritti in occasione di anniversari che a Joseph Ratzinger sono state offerte in altre occasioni, mentre l’originalità è costituita dal fatto che questa volta «sono stati invitati a partecipare tutti e solo i tredici studiosi che hanno finora ricevuto» il premio intitolato al festeggiato, come scrive nell’introduzione alla Festschrift (Cooperatores veritatis, Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2017, pagine 464, euro 24) il presidente della fondazione, il gesuita Federico Lombardi, che l’ha curata insieme a Pierluca Azzaro. Prefato dal salesiano Giuseppe Costa, direttore dell’editrice, il libro raccoglie così i contributi di Inos Biffi, Rémi Brague, Richard A. Burridge, Waldemar Chrostowski, Brian E. Daley, Olegario González de Cardedal, Maximilian Heim, Nabil el-Khoury, Ioannis Kourempeles, Mario de França Miranda, Anne-Marie Pelletier, Christian Schaller e Manlio Simonetti, del cui contributo pubblichiamo la prima parte. In questo modo «L’Osservatore Romano» vuole esprimere gli auguri più affettuosi a Benedetto XVI, la cui forza è «la semplice e umile amicizia con Gesù che traspira in ogni scritto», come ha detto in una lunga intervista a Tv2000, che sarà trasmessa il 16 aprile, l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn. (g.m.v.)
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Esegesi ed erudizione tra ellenismo e tarda antichità (Manlio Simonetti)
A prima vista esegesi ed erudizione sembrano estranee una all’altra, ma in realtà hanno un forte denominatore comune, vorrei dire un’affinità genetica, in quanto sia l’una sia l’altra discendono dall’insegnamento impartito a scuola. Per non dilungarmi troppo nei preliminari, preciso subito che per scuola intendo la scuola greca quale assunse struttura definitiva in età ellenistica, con insegnamento ripartito in tre livelli: istruzione primaria, istruzione secondaria, istruzione superiore. Questo ordinamento scolastico fu fatto proprio anche dai romani, ed è quello tuttora vigente in Italia e in occidente. In questa sede non interessa l’istruzione primaria, con cui si insegnava agli scolari a leggere, scrivere e fare conti elementari. Interessa invece l’istruzione secondaria. Anche se non vi mancava lo studio delle matematiche, essa s’incentrava nell’insegnamento della grammatica, che constava sia nello studio della teoria sia nell’apprendimento dei classici. Il classico per eccellenza era ovviamente Omero, in particolare l’Iliade, fondamento non soltanto della cultura ma addirittura dell’autocoscienza che i greci avevano di costituire, al di là delle differenze politiche e sociali, un solo popolo. Venivano anche studiati i tragici, soprattutto Euripide, e i comici, con preferenza per Menandro, e non mancavano scelte antologiche dei lirici. In effetti si studiava soprattutto la poesia. Nell’ambito della prosa la preferenza era per l’oratoria, in particolare per Demostene, ma non era trascurata la storia, dove primeggiava l’interesse per Tucidide. In ambito latino prima Ennio e poi Virgilio avevano sostituito Omero; in ambito drammatico prevaleva la studio di Terenzio; quanto alla prosa, si studiava soprattutto Cicerone, e tra gli storici Sallustio.
Compito del maestro, il grammatico, era di spiegare agli scolari questi classici, e la spiegazione era articolata in quattro momenti, diòrthosis, anàgnosis, exègesis, krìsis, cioè critica del testo, lettura, interpretazione, giudizio. La parte più importante di questo articolato insegnamento era l’interpretazione, mediante la quale il maestro doveva chiarire agli scolari il significato del testo previamente letto e che, soprattutto se poetico, non riusciva subito di agevole intelligenza. In effetti per prima cosa il maestro doveva spiegare il significato di tutte le parole che, soprattutto ma non soltanto nei poemi omerici, non fossero familiari all’ascoltatore, chiosandole con termini di uso più comune. Quindi approfondiva la spiegazione, esplicitando il significato dell’intero contesto e, dato che sia in Omero sia nei tragici i contenuti della poesia erano in gran parte mitologici, la spiegazione consisteva soprattutto nell’esposizione di questo e quel mito, oltre che di dettagli d’ordine geografico, storico, erudito in genere. Di qui lo spunto per amplificazioni di vario genere, soprattutto in ambito mitologico, dove quasi sempre di ogni mito si conoscevano più varianti, con accumulo di nozioni che permettevano al maestro di fare sfoggio delle proprie conoscenze; esse, messe per scritto, si trasmettevano da maestro a maestro e passando da uno all’altro si amplificavano sempre di più, sotto forma di scolii. Col passare del tempo, attribuendosi importanza sempre maggiore a questo accumulo di notizie varie, soprattutto, ma non solo, di carattere mitologico, l’erudizione, pur continuando a caratterizzare l’interpretazione dei classici e conseguentemente la letteratura scoliastica, diventò anche fine a se stessa, ispirando la composizione di scritti appositi, quali le Noctes Atticae di Aulo Gellio (secolo ii dell’era cristiana) e i Saturnalia di Macrobio (secolo v), nei quali una cornice narrativa, quale la piacevole discussione tra alcune persone colte su svariati argomenti, permette all’autore di accumulare «ricordi, citazioni, aneddoti, a proposito di mille piccoli problemi che si ama risolvere en passant, sul calendario, le istituzioni romane, la gastronomia; tutti i rami del sapere antico sfilano: la mitologia, la storia (intesa come raccolta di aneddoti), la fisica, la fisiologia» (Henri-Irénée Marrou).
A livello di istruzione superiore lo studente poteva scegliere tra varie opzioni, delle quali di gran lunga la più frequentata era la retorica. Qui lo studente apprendeva le regole dell’eloquenza proposte in modo quanto mai dettagliato, e le integrava, come nell’apprendimento della grammatica, con lo studio di adeguati modelli, che spaziavano da oratori contemporanei di grido ai più importanti del passato, Isocrate Lisia Demostene per i greci, Cicerone per i latini. La spiegazione di questi autori, da parte del retore, ricalcava più o meno quella del grammatico, ovviamente con particolare attenzione alle regole della tecnica oratoria, sì che, per quanto concerne il nostro argomento, non troviamo qui niente, o quasi, di nuovo rispetto a quanto abbiamo già riscontrato nell’insegnamento della grammatica. In effetti il discrimine tra l’insegnamento della grammatica e quello della retorica era piuttosto labile, con possibili sconfinamenti del grammatico nella materia del retore e viceversa. Tra le discipline insegnate nell’istruzione superiore, se pur distanziata rispetto alla retorica, c’era la filosofia, e qui troviamo qualcosa di nuovo e importante per noi. Dopo un’introduzione generica, il maestro entrava nel vivo dell’insegnamento sia mediante la lettura e la spiegazione di uno dei grandi maestri del passato, Platone Aristotele Zenone Epicuro, e altri, a seconda che la scuola frequentata dallo studente fosse accademica peripatetica stoica epicurea e così via, sia mediante il diretto apprendimento della dottrina del maestro. A noi qui interessa in primo luogo il primo tipo d’insegnamento, in quanto la spiegazione di un testo di un illustre filosofo precedente da parte del maestro era molto più libera rispetto all’aderenza al testo commentato da parte del grammatico: Plotino «era personalissimo e nuovo alla visione alle dottrine altrui» (Francesco Adorno), e l’importante commento al Timeo platonico di Calcidio (metà del iv secolo) nel presentare il contenuto del dialogo ne espone la dottrina sfruttando anche commentari precedenti e senza pedissequa aderenza al dettato platonico. Perciò, schematizzando al massimo, possiamo concludere che l’insegnamento impartito nella scuola antica ci presenta lo studio dei classici articolato secondo due modi di spiegazione, a seconda di maggiore o minore pedissequa fedeltà al testo spiegato, donde sono derivati due tipi di commentario, uno che definiamo grammaticale e l’altro filosofico.
Ma accanto a questi due modi di porsi dinanzi a un testo classico, di poesia storia filosofia e così via, con minore o maggiore libertà ne contiamo un terzo nel quale la libertà era massima: ci riferiamo all’interpretazione filosofica dei poemi omerici. Abbiamo sopra accennato all’importanza che veniva attribuita da tutti i greci ai poemi di Omero, considerati fondamento non soltanto dell’istruzione scolastica ma di tutta la formazione culturale. D’altra parte l’insorgere e il rapido sviluppo della riflessione filosofica avevano per tempo messo in evidenza l’inverosimiglianza, l’assurdità, anche l’immoralità dei miti degli dei e degli uomini che erano oggetto di quei poemi, sì che al fine di salvaguardarne l’autorità e il prestigio si fece strada l’ipotesi che quei miti dovessero essere considerati come racconti che al di là del loro significato letterale ne adombravano uno nascosto e più autentico, che la riflessione filosofica poteva e doveva mettere in luce. Nasce così, forse già a partire dal vi secolo prima dell’era cristiana (Teagene di Reggio) un’interpretazione, debitamente adattata, dei racconti della ricchissima mitologia greca, che gradualmente prende sempre più piede, nonostante l’ostilità di Platone, che per altro da parte sua usava abbondantemente del mito, per opera soprattutto dei filosofi stoici. Duplice era la linea interpretativa, secondo cui i racconti mitici venivano intesi come significativi o della discordia degli elementi naturali, per cui il caldo si oppone al freddo, il secco all’umido, e così via, o dei sentimenti e delle passioni dell’anima. In tal modo, da una parte il fuoco viene identificato con Apollo o Efesto, l’acqua con Poseidone, l’aria con Era; secondo l’altro, Zeus diventa simbolo dell’intelligenza, Atena dell’abilità e così via. In questo modo veniva eliminato il significato letterale di tutto ciò che la tradizione mitologica attribuiva agli dei, e insieme, interpretando gli dei come simboli di forze naturali e altro, si riusciva ad armonizzare il politeismo della religione ufficiale col fondamentale monoteismo filosofico. Aggiungiamo che col tempo questo procedimento ermeneutico venne allargato e applicato anche a racconti che non si riferivano agli dei: Plotino (cfr. Enneadi, 1, 6, 8) interpreta le peregrinazioni di Ulisse alla ricerca della patria come allegoria dell’anima che cerca di risalire nella sua autentica patria. Abitualmente definiamo questo modo di interpretazione allegorico, da allegoria, figura retorica mediante la quale si dice una cosa per significarne un’altra.
A questo punto non è fuor di luogo un duplice chiarimento. In primo luogo si abbia presente che il termine tecnico allegoria, come anche tropologia, che inizialmente ha il medesimo significato, furono coniati molto più tardi del procedimento interpretativo che indichiamo con queste parole: in effetti riscontriamo questo, come abbiamo sopra accennato, già forse nel vi secolo prima dell’era cristiana, mentre la più antica accezione di allegoria, nel Brutus di Cicerone, è del i secolo avanti l’era cristiana. Prima che allegoria entrasse in uso, il procedimento allegorico era indicato con hypònoia, termine indicante un parlare nascosto. In secondo luogo va precisato che con allegoria gli antichi indicarono un duplice procedimento: quello per cui un poeta o un qualsiasi altro autore fa uso di una parola, un’immagine per significarne un’altra: la selva dantesca significa il peccato; e quello per cui l’interprete attribuisce a una parola, a un concetto un significato diverso da quello originario: è il caso dell’allegoria di Plotino sopra ricordata. Indichiamo il procedimento come allegoria espressiva, il secondo, ora definito anche allegoresi, come allegoria interpretativa.
Prima di interessarci all’impiego dell’allegoria in ambito letterario cristiano, è opportuno rammentare che già prima che i letterati cristiani adottassero il procedimento allegorico per interpretare la loro Scrittura, questo avevano già fatto i giudei ad Alessandria (giudeoellenismo). Già nella traduzione della Scrittura giudaica in greco, detta dei Settanta, si rinviene qualche traccia di traduzione adattata in senso allegorico, e nella lettera detta di Aristea i precetti della legge mosaica relativi agli animali impuri sono interpretati (cfr. 9, 148) come ammonimenti a evitare la violenza e la prevaricazione. Ma per noi il massimo rappresentante giudeoellenista in questo ambito è Filone (i secolo dell’era cristiana), il quale, al fine apologetico di rendere accetta ai pagani colti la Scrittura giudaica, l’ha interpretata sulla base della filosofia greca, soprattutto platonica ma con forti apporti stoici, perciò in modo prevalentemente allegorico, in dimensione psicologica e cosmologica: Abramo è allegoria dell’uomo sapiente, il tempio di Gerusalemme allegoria del mondo. È importante rilevare, nell’applicazione del metodo allegorico, una differenza dell’allegoria filoniana rispetto ai modelli greci. Secondo questi il significato allegorico di un mito ne sopprimeva il significato letterale; questo procedimento si riscontra qualche volta anche in Filone, ma di norma, dato che egli ha considerato per lo più storicamente validi i racconti scritturistici della Genesi e dell’Esodo, il significato allegorico si sovrappone a quello letterale senza sopprimerlo: il fatto che Abramo simboleggi l’uomo sapiente non toglie che per Filone Abramo fosse stato un uomo in carne e ossa.
L'Osservatore Romano, 15-16 aprile 2017