mercoledì 19 aprile 2017

Vaticano
Nel cinquantesimo anniversario della «Populorum progressio»
L'Osservatore Romano
Questione mondiale. In occasione del cinquantesimo anniversario della Populorum progressio, Ferdinando Citterio ha curato il volume Questione sociale, questione mondiale. La permanente attualità del magistero di Paolo VI (Milano, Vita e Pensiero, 2017, pagine 161, euro 16). Pubblichiamo la prima parte dell’introduzione e l’inizio di uno dei testi raccolti nel libro.
-Il Papa dei molti inizi (Ferdinando Citterio)
-Quel filo rosso nell'enciclica (Martin Schlag)


Il Papa dei molti inizi

di Ferdinando Citterio
Dalla morte del beato pontefice Paolo VI sono trascorsi ormai quasi quarant’anni e, mentre per lo scorrere del tempo, come è naturale, il ricordo della sua figura si fa più sbiadito e remoto, il suo magistero e la sua opera invece emergono con forza sempre maggiore. Infatti non c’è ombra di dubbio che il ruolo, l’azione sulla scena mondiale e la stessa figura del Papa, come li vediamo oggi, hanno avuto in lui il loro inizio.
Oggi siamo abituati a vedere il Papa in giro per il mondo, in viaggi transoceanici fino agli estremi confini della Terra, ma è stato lui a iniziare questa nuova modalità di apostolato, quasi volendo imitare l’apostolo Paolo, dal quale prese il nome e la missione.
Anche nel campo della promozione del dialogo ecumenico tra le Chiese è stato l’iniziatore, pur senza dimenticare la visita in Vaticano a Giovanni XXIII del Primate della Chiesa di Inghilterra nel dicembre del 1959 e l’invito rivolto ai fratelli separati a partecipare in qualità di osservatori ai lavori del concilio. Se tutti oggi abbiamo vivo nella mente l’incontro tra Francesco e Kirill all’aeroporto dell’Avana lo scorso anno, il pensiero rimonta all’abbraccio a Betlemme nel gennaio del 1964 tra Paolo VI e il patriarca Ecumenico Atenagora.
Un ultimo esempio, tra i tanti, la sua visita nell’ottobre 1965 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Anche in questo caso fu la prima volta di un Papa al Palazzo di vetro e, dopo di lui, da Giovanni Paolo II a Francesco, passando per Benedetto XVI, i suoi successori si fecero come un dovere di recarsi là. Da non trascurare, infine, che è stato lui a introdurre anche l’appuntamento settimanale con i fedeli attraverso l’udienza del mercoledì.
Venendo più da vicino all’ambito sociale, Paolo VI fu l’iniziatore di molte strade. Condotto felicemente in porto il concilio Vaticano II, che soprattutto nella costituzione pastorale Gaudium et spes si era interessato ai temi sociali, Paolo VI quindici mesi dopo pubblicava il suo documento di dottrina sociale più rilevante, cioè la lettera enciclica Populorum progressio sullo sviluppo integrale e solidale.
In quegli anni non si parlava naturalmente di globalizzazione e nel mondo piuttosto si vedevano contrapposizioni, tra il nord e il sud sotto il profilo economico e tra l’est e l’ovest sotto quello politico. Non di rado si abusa del termine “profetico” per indicare prese di posizione della Chiesa, ma in questo caso esso è quanto mai appropriato.
Papa Montini introduce nel magistero della Chiesa il tema dello sviluppo, fino ad allora sconosciuto, intuendo con lungimiranza la sua centralità. È ancor più interessante osservare come egli intenda e determini il sostantivo nel senso di sviluppo «di tutto l’uomo e di tutti gli uomini». Al primo momento poteva sembrare che formulasse un auspicio o si trattasse di una suggestiva espressione retorica, mentre conteneva l’intuizione di tutta la complessità del concetto di sviluppo, che emergerà via via nei decenni a venire non solo nei documenti della Chiesa, ma anche nelle riflessioni degli economisti e scienziati sociali.
Ormai più nessuno parla di sviluppo senza aggettivi, ma quanto meno di sviluppo sostenibile nella presente generazione e compatibile con quelle che verranno, di sviluppo integrale, come appare esplicitamente nell’ultima enciclica di Francesco. Il quale, nella recente riforma dei dicasteri della Curia romana, ha chiamato quello risultante dalla fusione di diversi precedenti Pontifici consigli o commissioni Dicasterium ad integram humanam progressionem fovendam.
Che con la Populorum progressio si fosse aperto un nuovo cammino nella storia del magistero sociale, lo avvertì chiaramente Giovanni Paolo II, che volle ricordare nel 1987 i vent’anni dell’enciclica paolina, con la Sollicitudo rei socialis e lo stesso fece Benedetto XVI in occasione del quarantesimo con la Caritas in veritate, dove esplicitamente la riconosce come «la Rerum novarum dell’epoca contemporanea». Si potrebbe dire, con un’immagine senz’altro gradita a quest’ultimo, che con la Populorum progressio l’organo della dottrina sociale abbia aggiunto una nuova tastiera. Effettivamente la parola di Paolo VI in campo sociale è risuonata forte e risuona tuttora nella Chiesa, sebbene nell’ultima parte del suo pontificato proprio la dottrina sociale non godesse buona salute, criticata da più fronti anche per la suggestione che il pensiero marxista esercitava in quegli anni fuori e dentro la Chiesa. Tant’è che si ricorda il primo viaggio di Giovanni Paolo II in America latina, che anche per esperienza personale non si faceva incantare da quella sirena, come il rilancio con forza della dottrina sociale stessa e della sua funzione evangelizzatrice.
Altro tema, molto coltivato nel pontificato di Paolo VI e continuato con la stessa cura dai successori, è quello della pace, soprattutto nel suo rapporto con la giustizia. Si deve a lui, inoltre, l’istituzione della Pontificia commissione Iustitia et Pax (1967) e della Giornata mondiale della pace (1º gennaio 1968), con relativo messaggio indirizzato ai governanti, molto atteso dai popoli e dal mondo politico e sempre incentrato sulla relazione complessa che la pace ha con altre dimensioni e valori del vivere sociale: pace e giustizia, pace e sviluppo, pace e vita, quando in Italia e un po’ in tutto l’occidente era vivo il dibattito sull’aborto, per una sua introduzione nella legislazione civile, sulla scia del processo di secolarizzazione sempre più penetrante e imponente.
Un ulteriore orizzonte di natura sociale, sul quale si è affacciato lo sguardo lungimirante di Paolo VI, è quello che oggi chiamiamo “questione ecologica”, oggetto dell’enciclica di Papa Francesco Laudato si’.
L’attuale Pontefice richiama all’inizio del suo scritto i precedenti interventi sull’argomento da parte del magistero papale e cita espressamente come primo Paolo VI, il quale propose le sue riflessioni in proposito in diverse occasioni, agli inizi degli anni Settanta, apparendogli subito chiarissima la serietà della posta in gioco insieme con le cause e soprattutto le possibili conseguenze. Riconduce tutta la questione a una concezione insufficiente di sviluppo, in quanto che quello scientifico e tecnico come la stessa crescita economica più prodigiosa, se disgiunti da un autentico progresso sociale e morale, si ritorcono alla fine contro l’uomo.
Il sentiero aperto da Paolo VI sul fronte dell’ecologia si è via via allargato nel magistero sociale di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che nelle loro encicliche hanno dedicato spazio sempre maggiore al tema dell’ambiente, fino a farlo diventare un’autostrada nella Laudato si’ di Francesco, prima enciclica a occuparsi interamente della questione ecologica, collegandola opportunamente alla concezione dello sviluppo e al sistema economico dominante.
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Quel filo rosso nell’enciclica

di Martin Schlag
Nel discorso pronunciato a conclusione dell’ultima sessione del concilio Vaticano II, Paolo VI paragonò la spiritualità del concilio all’«antica storia del Samaritano», in cui scorgeva «il paradigma della spiritualità del Concilio». Tramite il concilio, la Chiesa si rivolgeva all’umanità e ai suoi bisogni con la massima simpatia e «tutta si dichiara in favore ed in servizio dell’uomo», proponendo un «nuovo umanesimo» incentrato su Dio Padre, Cristo e Spirito Santo. L’altro pilastro concettuale, menzionato dal Beato nello stesso discorso, che aveva animato tutto il lavoro del concilio, era l’ottimismo, la visione positiva dell’uomo nella sua realtà concreta nella vita moderna: l’atteggiamento del concilio «è stato molto e volutamente ottimista».
L’ottimismo del Pontefice nel post-concilio venne deluso presto. Russell Hittinger, ad esempio, ha rilevato che la Chiesa nella sua dottrina sociale non era preparata all’eventualità che l’epos eroico della modernità con la sua conquista di spazi di libertà e diritti umani sarebbe potuto essere usato per pretendere la neutralità dello stato nei confronti del male o persino per ostacolare la legislazione statale nell’assumere un’antropologia adeguata, sotto il pretesto del rights-language. Tali eventi rendono comprensibile l’atteggiamento di san Giovanni Paolo II che, nell’enciclica Evangelium vitae caratterizza la «cultura della morte» in occidente come una storia di tradimento e di avvelenamento dei principi strutturanti e portanti della cultura occidentale e la sua tradizione di costituzioni di stampo liberale.
In ogni caso, l’umanesimo cristiano rimase un concetto centrale del magistero del concilio Vaticano II, promulgato da Paolo VI, che l’ha ulteriormente sviluppato e arricchito. Anche dopo di lui l’umanesimo cristiano resta un concetto chiave della dottrina sociale cattolica.
Già il titolo della Costituzione pastorale Gaudium et spes «la Chiesa nel mondo contemporaneo», esprime l’intenzione del concilio di inserire il messaggio di Cristo in mezzo al mondo, nella società e in tutte le attività umane. La Costituzione pastorale definisce il rapporto tra la fede e la società quale programma pastorale e pone questa sfida come un compito culturale dei cristiani nella società civile. Gaudium et spes è la “magna charta” cattolica riguardo all’umanesimo cristiano: la Chiesa e i cristiani sono nel mondo e per il mondo, perché «nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (1). È l’ora dei laici, che ben istruiti e zelanti, sono specificamente chiamati ad alzare la loro voce in difesa della dignità umana, a prendersi cura dei poveri e degli emarginati, a includerli nell’economia di mercato, ad annunciare Cristo e la fede nella sfera pubblica. Gaudium et spes esplicitamente definisce lo sforzo per costruire un mondo migliore nella fede cristiana, nella verità e nella giustizia un “nuovo umanesimo” (Gaudium et spes, 55) che attinge le sue radici concettuali in Cristo e riceve la sua forza operativa dallo Spirito Santo.
Questo umanesimo teo e cristocentrico non solo non è stato abbandonato dai Papi dopo il concilio, ma al contrario, grazie soprattutto a Paolo VI, è diventato un filo rosso che attraversa vari dei loro pronunciamenti. Nel concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha compiuto la “svolta antropologica” che è, contemporaneamente e inseparabilmente, eristica: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è il Redentore e il rivelatore dell’uomo. In questa prospettiva si può dire che oggi l’appello all’umanesimo cristiano è più attuale e necessario che mai, poiché rispecchia un inesorabile bisogno umano: la sete di giustizia e di carità, che, in definitiva, viene dalla santissima Trinità attraverso il Cuore di Gesù.
Dalla Gaudium et spes in poi il termine “umanesimo cristiano” è strettamente collegato alla preoccupazione sociale per un mondo giusto e caritatevole. La più forte e chiara affermazione di questo legame la troviamo nell’enciclica Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli. Allo stesso tempo, Paolo VI aggiunge un’importante sfumatura: “umanesimo cristiano” non solo esprime il lavoro per un mondo migliore in generale, ma significa concretamente la preoccupazione sociale per i poveri, i diseredati, e i paesi in via di sviluppo.
Lasciando da parte le critiche mosse nei suoi confronti da un punto di vista economico, si può affermare che l’enciclica Populorum progessio collega umanesimo cristiano con la preoccupazione per lo sviluppo in una maniera che ha continuato a caratterizzare l’insegnamento sociale. Pubblicata poco dopo la fine del concilio Vaticano II, l’enciclica può essere vista come una sorta di interpretazione papale del significato di Gaudium et spes. Paolo VI lega l’umanesimo cristiano all’impegno per lo sviluppo dei poveri e, allo stesso tempo, rimanda l’uomo verso Dio attraverso tutte le sue azioni.
Citando Pascal, Maritain e de Lubac, Papa Paolo VI scrisse: «È un umanesimo plenario che occorre promuovere. Che vuol dire ciò, se non lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini? Un umanesimo chiuso, insensibile ai valori dello spirito e a Dio che ne è la fonte, potrebbe apparentemente avere maggiori possibilità di trionfare. Senza dubbio l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma “senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano”. Non v’è dunque umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana. Lungi dall’essere la norma ultima dei valori, l’uomo non realizza se stesso che trascendendosi. Secondo l’espressione così giusta di Pascal: “L’uomo supera infinitamente l’uomo”» (Populorum progressio, 42).
In che modo continua a essere attuale il concetto, qual è il suo contenuto, e come si potrebbe definire l’umanesimo cristiano? Basti dire che nel Compendio della Dottrina sociale l’umanesimo cristiano è presentato come l’essenza dell’insegnamento sociale cattolico. Possiamo definirlo così: l’umanesimo cristiano è il contributo della fede cristiana alla felicità sulla terra, non solo in cielo, e allo sviluppo di ogni uomo e di ogni donna, delle loro comunità e della società in generale.
L'Osservatore Romano, 19-20 aprile 2017