martedì 25 aprile 2017

Vaticano
Messa per Tawadros II. Nella festa di san Marco il Papa offre la celebrazione a Santa Marta per il patriarca copto
L'Osservatore Romano
A poche ore dal viaggio in Egitto, Papa Francesco ha offerto «per il mio fratello Tawadros II, patriarca di Alessandria dei copti», la messa celebrata nella cappella di Casa Santa Marta, martedì mattina 25 aprile. «Oggi è san Marco evangelista, fondatore della Chiesa di Alessandria» ha detto il Pontefice, chiedendo anche «la grazia che il Signore benedica le nostre due Chiese con l’abbondanza dello Spirito Santo».
E proprio le parole di Marco «alla fine del Vangelo» (16, 15-20), proposte dalla liturgia odierna, sono state il filo conduttore della meditazione del Papa: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura». In questa consegna, ha spiegato Francesco, «c’è la missione che Gesù dà ai discepoli: la missione di annunciare il Vangelo, di proclamare il Vangelo». E «la prima cosa che chiede Gesù è di andare, non rimanere in Gerusalemme: “Andate in tutto il mondo, proclamate il Vangelo a ogni creatura”». È un invito a «uscire, andare».
Del resto, ha fatto notare il Papa, «il Vangelo è proclamato sempre in cammino: mai seduti, sempre in cammino, sempre». Uscire, dunque, per andare «dove Gesù non è conosciuto o dove Gesù è perseguitato o dove Gesù è sfigurato, per proclamare il vero Vangelo». E «come abbiamo sentito nel cantico dell’alleluia, «noi annunciamo Cristo crocifisso, potenza di Dio e sapienza di Dio». Proprio «questo è il Cristo che Gesù ci manda ad annunciare».
Così i cristiani sono chiamati a «uscire per annunciare, e anche in questa uscita va la vita, si gioca la vita del predicatore: non è al sicuro, non ci sono assicurazioni sulla vita per i predicatori». Tanto che «se un predicatore cerca un’assicurazione sulla vita, non è un vero predicatore del Vangelo: non esce, rimane, sicuro».
«Primo: andate, uscite» ha insistito il Pontefice. Perché «il Vangelo, l’annuncio di Gesù Cristo, si fa in uscita, sempre; in cammino, sempre». E «sia in cammino fisico sia in cammino spirituale sia in cammino della sofferenza: pensiamo all’annuncio del Vangelo che fanno tanti malati — tanti malati! — che offrono i dolori per la Chiesa, per i cristiani». Sono persone che «sempre escono da se stesse».
Ma «com’è lo stile di questo annuncio?» è la questione proposta da Francesco. «San Pietro, che è stato proprio il maestro di Marco, è tanto chiaro nella descrizione di questo stile: come si annuncia il Vangelo?». Ecco la sua risposta, riproposta nella prima lettura (1 Pietro 5, 5-14): «Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri». Sì, ha spiegato il Papa, «il Vangelo va annunciato in umiltà, perché il Figlio di Dio si è umiliato, si è annientato: lo stile di Dio è questo, non ce n’è un altro». E «l’annuncio del Vangelo non è un carnevale, una festa che è una cosa bellissima, ma questo non è l’annuncio del Vangelo». Ci vuole «l’umiltà: il Vangelo non può essere annunciato con il potere umano, non può essere annunciato con lo spirito di arrampicare e andare su, no! Questo non è il Vangelo!».
«Umiltà» anzitutto, come raccomanda vivamente Pietro nella sua prima lettera: «Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri». E subito spiega la ragione di questo stile: «Perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili». E «per annunciare il Vangelo ci vuole la grazia di Dio, e per ricevere questa grazia è necessaria l’umiltà: lo stile dell’annuncio è questa proposta». E Pietro aggiunge anche queste parole: «Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, riversando su di Lui ogni preoccupazione».
L’umiltà è necessaria, ha affermato il Pontefice, «proprio perché noi portiamo avanti un annuncio di umiliazione, di gloria ma tramite l’umiliazione». E «l’annuncio del Vangelo subisce la tentazione: la tentazione del potere, la tentazione della superbia, la tentazione delle mondanità, di tante mondanità che ci sono e ci portano a predicare o a recitare». Sì, ha spiegato, «perché non è predica un Vangelo innacquato, senza forza, un Vangelo senza Cristo crocifisso e risorto». Proprio «per questo Pietro dice di vigilare: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze sono imposte ai vostri fratelli sparsi per il mondo”».
«L’annuncio del Vangelo, se è vero, subisce la tentazione» ha rimarcato Francesco. «Se un cristiano che dice di annunciare il Vangelo, con la parola o con la testimonianza, mai è tentato», può star «tranquillo» che il diavolo non se ne preoccupa «e quando il diavolo non si preoccupa è perché non gli facciamo problema, perché stiamo predicando una cosa che non serve». Ecco perché «nella vera predicazione c’è sempre qualcosa di tentazione e anche di persecuzione».
Insomma, ha rilanciato il Papa, «stile di umiltà, cammino — perché si va fuori — cammino di tentazione, ma la speranza» non deve venire mai meno. Scrive infatti Pietro: «Il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, egli stesso, dopo che avrete un poco sofferto, vi ristabilirà». E, ha aggiunto il Papa, «sarà proprio il Signore a riprenderci, a dare la forza, perché questo è quello che Gesù ha promesso quando ha inviato gli apostoli». Come riporta Marco nel passo evangelico odierno: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano». Sì, ha affermato Francesco, «sarà il Signore a confortarci, a darci la forza per andare avanti, perché Lui agisce con noi se noi siamo fedeli all’annuncio del Vangelo, sei noi usciamo da noi stessi per predicare Cristo crocifisso, scandalo e pazzia, e se noi facciamo questo con uno stile di umiltà, di vera umiltà».
«Che il Signore — ha auspicato il Papa — ci dia questa grazia, come battezzati, tutti, di prendere la strada dell’evangelizzazione con umiltà, con fiducia in Lui stesso, annunciando il vero Vangelo: “Il Verbo è venuto in carne”». E «questa è una pazzia, è uno scandalo». Evangelizzare, dunque, «nella consapevolezza che il Signore è accanto a noi, agisce con noi e conferma il nostro lavoro».
L'Osservatore Romano, 25-26 aprile 2017