martedì 18 aprile 2017

Vaticano
La morte di Dio e gli atei
L'Osservatore Romano
(GianPaolo Dotto) Il nucleo fondamentale della fede cristiana — che la separa nettamente da ogni altra religione e che l’accomuna all’ateismo — è la morte di Dio.
Questa semplice verità, nuda e cruda, è spesso trascurata. Sia coloro che affermano che coloro che negano la fede cristiana nell’esistenza di Dio tendono a mettere da parte la croce.
Cosa vuol dire la morte di Dio sulla croce? È solo un uomo che muore, o è Dio stesso che esiste e che muore? Se Dio è Essere assoluto, che fonda e crea ogni cosa, come può morire? Come è possibile per l’Essere di svuotarsi di se stesso per fare posto al nulla, per diventare negazione di se stesso, negatività assoluta?
Se Dio però è anche Essere personale, di persona che sorregge e viene incontro alla persona, allora Dio muore con ogni persona che muore, per poi rinascere di nuovo.
Si può anche dire che Essere assoluto e fondante non è qualcosa di immobile e astratto, ma in continuo dinamismo e in continua reciprocità con il nulla. Essere e nulla non si negano l’un l’altro, ma si con-penetrano. L’essere si slancia verso il nulla e il nulla si dilata per lasciare spazio all’essere. Questo dinamismo è slancio vitale verso l’esistere: è così che l’esistere di Dio nasce, muore e rinasce. Cosa vuol dire morire? E dunque, al tempo stesso, vivere?
Si legge all’inizio della Genesi che Adamo ed Eva, non appena hanno mangiato la mela dell’albero del bene e del male, si sono accorti di essere nudi. Al tempo stesso, sono diventati mortali.
Tutto ciò che è nato, muore. Ma si può veramente dire che un animale muore? L’animale semplicemente “fluisce”: come è entrato nella vita, ne esce, per dare spazio a nuova vita. L’animale non sa di essere nudo.
Come uomini e donne, si nasce e si muore nell’auto-coscienza della propria nudità, del bene e del male di cui siamo capaci e da cui dipende la generazione di nuova vita. Siamo persone concrete, capaci noi stessi di vita e di morte, in un tempo e uno spazio ben limitati.
Questa autocoscienza è responsabilità morale. L’aut-aut di Nietzsche è quello di ogni cristiano come di ogni ateo convinto. Siamo tutti chiamati a decidere davanti all’albero del bene e del male. Per poter decidere, bisogna prendere coscienza. Intelletto e volontà sono entrambi necessari per il procedere della vita umana che conduce inevitabilmente alla morte per fare spazio a nuova vita.
Con il suo capire e volere, l’uomo è immagine di Dio, voce e mano di Dio e strumento di vita — o di morte — nella storia.
Morte di Dio è rivelazione e mistero assoluto della sua nascita: libertà e onnipotenza dell’essere che si afferma nel suo annullarsi.
L’uomo che vuole sostituirsi a Dio senza voler morire con lui perde le sue radici: si spoglia dell’essere da cui la nuova vita rinasce.
Muore — senza rinascere — l’uomo che nega aspramente la persona e l’esistenza di Dio, ma anche quello che segue un Dio costruito a uso e consumo dell’uomo, pretesto di arbitrio e distruzione.
Cristo e tutti coloro che l’hanno seguito nella sua morte di croce hanno vissuto la morte di Dio, per potere poi vivere con Dio la sua rinascita. Cristo, e tutti i cristiani, sono dunque in dialogo aperto con tutti quanti proclamano la morte di Dio. Gli atei convinti sono anch’essi apostoli di Cristo. Anche gli atei, se non proclamano se stessi, proclamando la morte di Dio fanno spazio per la sua rinascita.
Quanto scritto non sono solo belle parole o astrazione. La storia gronda di sangue, dei martiri cristiani come di coloro che al cristianesimo si sono opposti, di chi è morto per la propria fede come di chi ha negato qualunque fede. Sul sangue e sacrificio di tutti costoro si fonda il progresso dell’umanità in cammino e di quelli che con orgoglio chiamiamo i diritti dell’uomo.
Anche oggi a sostegno di questi diritti si alzano le voci liberatrici dei martiri cristiani come quelle di atei convinti, i quali anch’essi, in terra d’Egitto come altrove, hanno il coraggio di proclamare la propria fede atea, a rischio della propria vita e di quella dei propri cari. Così facendo e anche senza saperlo, anche costoro difendono e proclamano la fede cristiana nella morte di Dio.
L'Osservatore Romano, 18-19 aprile 2017