martedì 11 aprile 2017

L'Osservatore Romano
(Nicola Gori) Con il suo prossimo viaggio in Egitto il Papa «offrirà l’abbraccio della partecipazione al dolore» di una comunità ferita dall’ennesima strage perpetrata con ferocia la scorsa Domenica delle palme. E la sua presenza «aiuterà a levare lo sguardo in alto, per invocare insieme la discesa dello Spirito di pace e riconciliazione» sulla martoriata nazione. Ne è convinto il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, che in questa intervista all’Osservatore Romano parte dalla visita papale in Egitto per un excursus sulla situazione del Medio oriente e in particolare della Terra santa, alle cui necessità è destinata l’annuale colletta del Venerdì santo che si tiene in tutte le chiese del mondo.
A pochi giorni dalla visita di Francesco, l’Egitto è stato scosso da una nuova strage.
La settimana della Pasqua si è aperta con l’annuncio degli ennesimi attentati che hanno seminato vittime tra i nostri fratelli e sorelle copti, radunati per la celebrazione della domenica dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. I rami di palma benedetti e agitati dai bambini e dagli adulti, per alcuni di loro si sono trasformati nella palma del martirio. Siamo addolorati e senza parole, ma ancora una volta siamo ammaestrati dalla testimonianza di fede di Papa Tawadros ii. Egli ha voluto che i corpi delle vittime fossero seppelliti come i nuovi martiri della loro Chiesa. Siamo certi allora della loro intercessione per la cara nazione egiziana. E anche per il viaggio apostolico di Papa Francesco, che tra pochi giorni senz’altro offrirà l’abbraccio della partecipazione al dolore, ma aiuterà anche a levare lo sguardo in alto, per invocare insieme la discesa dello Spirito di pace e riconciliazione sull’Egitto, come in modo significativo appare nel logo della visita, attraverso la colomba accanto alla croce e alla mezzaluna crescente.
Che messaggio porterà la presenza del Papa?
Per i fatti drammatici di questi giorni la visita è ancora di più un segno profetico, come è stato del resto all’inizio del giubileo il viaggio nella Repubblica Centrafricana pure dilaniata dalla violenza. Il Papa di Roma va a confermare i fratelli della Chiesa copto cattolica e delle altre Chiese presenti in Egitto, che sono numerose, come esprimono i vari riti: maronita, caldeo, armeno, siro-cattolico e latino, anche se tutti insieme rimangono un “piccolo gregge” che però è una presenza importantissima. In particolare, per le opere che portano avanti in ambito educativo, formativo e sociale e di elevazione del livello della popolazione più povera. Il secondo motivo della visita del Pontefice è il rinnovato abbraccio con Papa Tawadros e con la Chiesa copto ortodossa, ferita e spaventata, ma sempre di più “chiesa dei martiri”. Tawadros è venuto a Roma per salutare Francesco e adesso lui ricambia quel gesto, dal quale tra l’altro è scaturita la giornata di amicizia cattolica-copta che da allora celebriamo ogni anno. Vorrei ricordare che il Papa copto è tra quelli più impegnati per giungere a una intesa sulla data comune per la celebrazione della Pasqua. Anche questa è una realizzazione che giungerà attraverso passi concreti nel cammino verso l’unità, piuttosto che attraverso dichiarazioni. In certi Paesi e in Egitto in particolare — come purtroppo dimostra ancora una volta questa domenica delle Palme — la strada è stata segnata dal cosiddetto ecumenismo del sangue. I copto ortodossi uccisi sono morti nel nome di Cristo e quindi appartengono anche per noi all’alveo dei martiri che hanno confessato la propria fede.
Quale significato ha la visita dal punto di vista del dialogo interreligioso?
L’incontro con lo sceicco di Al Hazarcostituisce un aspetto importantissimo del viaggio. Anche lui ha fatto visita al Papa e adesso il Papa ricambia, per dire al mondo intero che quelli che credono nell’unico Dio possono dare una testimonianza della sua esistenza, camminando fianco a fianco, parlando con franchezza, con rispetto reciproco. Giustamente, poiché crediamo in un unico Dio, possono sorgere iniziative comuni in favore dei più poveri in modo da dare a tutti il necessario per vivere umanamente. Questo perché Dio è grande, potente, misericordioso. Dall’amore di Dio provengono tutta la misericordia e la pace per gli uomini. E questo unisce insieme cattolici, ortodossi e musulmani.
Qual è lo stato dei rapporti tra musulmani e cristiani?
Ci sono state delle difficoltà. E non sono mancati anche gesti violenti in tutto il Medio oriente o in Africa: chiese bruciate sia cattoliche, sia ortodosse, rapimenti, esplosioni. L’importante è mettere da parte quelli che aizzano queste differenze e fomentano l’odio, soprattutto se lo fanno in nome della religione, e cercare invece di creare un mondo nuovo. Noi dobbiamo perseguire l’ecumenismo della persona umana e della sua inviolabile dignità. Siamo tutti creature umane — musulmani e cristiani — e dobbiamo vivere per l’elevazione della dignità dell’uomo. Credo che si possa pensare a una convivenza pacifica, rispettosa della propria identità e aperta al dialogo e alla collaborazione. Quando sono stato in Egitto, nel periodo delle manifestazioni a piazza Tahrir, da parte di tutte le persone ho trovato simpatia, apertura e accoglienza. Penso che la situazione possa degenerare solo se c’è la spinta di qualcuno che vuole portare le differenze non come contributo alla ricchezza, ma per sottolineare l’odio e la divisione. La ferma condanna da parte di Al-Ahzar pronunciata dopo le esplosioni di domenica nelle chiese copte fa ben sperare.
La situazione in Siria sembra ancora più ingarbugliata dal punto di vista politico, umanitario e militare.
Certamente, soffriamo moltissimo per tutte le notizie che arrivano dal Paese, ancor più per i fatti degli ultimi giorni. Il 4 aprile scorso ho parlato con il nunzio apostolico, il cardinale Zenari, e mi ha detto che nella giornata precedente cadevano dei razzi anche su Damasco. Era una situazione di paura e di violenza. Di fronte a bombardamenti o esplosioni che hanno portato la morte a tanti bambini e civili, veramente non sappiamo più che fare e che dire. Il Papa continuamente pronuncia parole fortissime in favore della pace, in difesa di quelli che soffrono e di quelli che sono meno protetti in questa situazione. Proprio in questa settimana santa, pensando alla Siria, ci sarebbe bisogno di un grido dell’umanità che rompa l’indifferenza di quelli che hanno il potere e l’influenza in questa regione.
E per quanto riguarda l’Iraq?
Sappiamo che è in corso la grande battaglia per la liberazione di Mosul, con morti quotidiane, centinaia di migliaia di civili ancora in trappola in alcuni quartieri in mano al cosiddetto stato islamico e numerosissimi sfollati. In altre zone c’è maggiore tranquillità, messa in pericolo però dallo scoppio molto frequente di autobombe. Nella mia ultima visita a Bagdad nel 2015, insieme con il patriarca dei caldei Sako, ho visto lo sforzo della gente per continuare a vivere. Ma c’è sempre qualcuno che accende la miccia dell’odio tra le diverse fazioni. Sappiamo dell’importanza dell’equilibrio giusto che va mantenuto tra le componenti sciite, sunnite e curde. Ricordo che la nunziatura si trova nella zona sciita della capitale. Sono andato con il vescovo ausiliare con un camion a portare aiuti alimentari nella zona sunnita. Abbiamo passato i controlli severi che dividono le due parti, ma ho sperimentato con quanta cordialità e gentilezza ci hanno ricevuto in quella che possiamo chiamare la “Caritas dei sunniti”. I vescovi, anche quelli siro-cattolici e caldei, hanno visitato le zone liberate di Mosul e hanno visto le profanazioni e i soprusi commessi: atti contro la fede cristiana e più in generale contro l’umanità. Chi ha sostenuto indirettamente o direttamente la guerra, anche attraverso alleanze di potere basate sul commercio del petrolio e sul traffico di armi, a scapito della dignità delle persone e dei popoli, dovrà risponderne un giorno dinanzi a Dio e dinanzi alla comunità internazionale, senza veli di false ipocrisie. Ma dobbiamo chiederci se si vuole rimanere prigionieri di questi disastri o liberarsi dalle macerie — come ha detto Papa Francesco a Carpi — aprendoci alla speranza in un mondo di pace per il Medio oriente e la Terra santa.
Quale significato assume la recente riapertura dell’edicola del Santo Sepolcro?
È stato uno dei punti culminanti della conservazione, manutenzione e restauro dei luoghi santi. E la preghiera ecumenica fatta da Papa Francesco nel maggio 2014 si è come perpetuata attraverso il desiderio di tutte le comunità cristiane storicamente presenti di attivarsi per consentire il consolidamento strutturale dell’edicola. Vi hanno concorso infatti la Santa Sede, attraverso la Segreteria di Stato e la nostra Congregazione, il Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, quello armeno, altre Chiese locali e anche donatori e istituzioni del mondo musulmano, come il re di Giordania. Questo segno di unità vuole ora continuare, attraverso un nuovo accordo che preveda il restauro del pavimento e dell’area circostante, individuando le maestranze più valide che potrebbero garantire l’intervento migliore. È in corso anche quello della basilica della Natività di Betlemme, dove Gesù è nato. Anche in questo caso la nostra Congregazione ha contribuito: il cammino è ancora lungo, va dato atto al positivo interessamento del governo palestinese ma va anche ricordato il valore mondiale di questo luogo, che travalica i confini dei singoli Stati e degli interessi di parte, come ci ricordano i santi ritratti sulle colonne in attesa di restauro, che vanno da Olaf di Norvegia a Biagio e a tanti altri santi di diversi popoli e nazioni. Questi due restauri sono segni di quel futuro ut unum sint che speriamo possa realizzarsi soprattutto in Terra santa dove c’è una presenza multiforme delle Chiese cristiane.
A chi sono destinati i fondi della colletta del Venerdì santo a beneficio della Terra santa?
Per disposizione pontificia la colletta viene ripartita tra la Custodia di Terra santa, che riceve il 65 per cento, e la Congregazione per le Chiese orientali, a cui va il restante 35 per cento. In entrambi i casi il ricavato è destinato sia al mantenimento dei santuari, luoghi secolari di pellegrinaggio e di celebrazione, sia alle pietre vive rappresentate dalle comunità cristiane, con le loro esigenze di vita, evangelizzazione, educazione, giustizia e promozione sociale. Il dicastero poi, in particolare, con quanto riceve garantisce i sussidi necessari alla formazione e alla vita di sacerdoti e seminaristi, alle opere sociali, senza dimenticare lo straordinario sforzo educativo portato avanti quotidianamente e a volte in modo davvero eroico dalle scuole cattoliche. Tra le altre, vorrei ricordare l’università di Betlemme, che conta il 70 per cento di studenti musulmani, ed è davvero un luogo di incontro, crescita e preparazione qualificata: a essa versiamo annualmente un milione e duecentomila dollari, cui si uniscono altri benefattori istituzionali e privati, grazie all’ottimo lavoro di fund-raising portato avanti dai Fratelli delle scuole cristiane (Lasalliani) e dal Board of Regents dell’ateneo. Segni di ripresa e speranza vengono anche dall’università di Madaba, in Giordania, che ha visto aumentare ogni anno il numero dei propri alunni e ha bisogno di saldare i debiti passati per riprendere con slancio fiducioso il cammino futuro. In tutte queste realtà l’impegno educativo ha a cuore lo sviluppo umano integrale di questi popoli, con l’uomo e la sua dignità al centro, come abbiamo ricordato in questi giorni commemorando l’enciclica Populorum progressio di Paolo VI. Mi permetto qui di ricordare le modalità ordinarie per far pervenire quanto raccolto per la colletta, direttamente al dicastero, per esempio tramite le nunziature apostoliche, oppure attraverso i commissari di Terra santa che devono trasmettere le offerte alla Custodia. Inoltre, poiché negli ultimi anni si sono attivate molte raccolte straordinarie per le emergenze, anche promosse da benemerite agenzie o associazioni, vorrei invitare a una generosità che non dimentichi l’ordinario della Colletta, richiesta dai Pontefici. Quando le emergenze saranno finite, dovremo continuare ad aiutare nel quotidiano. Solo così, quando qualcuno compie un pellegrinaggio, visita i santuari e incontra le comunità, potrà sentire che essi sono già stati parte della propria vita e delle proprie scelte di condivisione solidale.
L'Osservatore Romano, 11-12 aprile 2017