venerdì 21 aprile 2017

Vaticano
Dal libro che raccoglie le meditazioni degli esercizi spirituali quaresimali per il Papa e la Curia romana. Le sorprese di Dio
L'Osservatore Romano
Stare con Gesù. «Il Signore ancora una volta ci ha sorpresi. Abbiamo riscoperto Dio in una nuova luce: lui è veramente l’unico Assoluto. Abbiamo sperimentato che le braccia del nostro Dio sono ancora aperte, che la sua pazienza ci attende sempre, per guarirci con il suo perdono e nutrirci con la sua tenerezza e la sua misericordia infinita». È un passaggio della lettera scritta dal Pontefice al francescano Giulio Michelini per ringraziarlo degli esercizi spirituali quaresimali predicati per la Curia romana, ad Ariccia, dal 5 al 10 marzo scorsi. Quella del frate minore, scrive Papa Francesco, è stata una lettura che «partendo dal dato esegetico» si è aperta «al mondo contemporaneo attraverso riferimenti letterari e notizie di attualità» e ha aiutato «a cogliere in profondità l’amore senza misura del Figlio di Dio per ciascuno di noi». Un cammino, si legge ancora nella missiva, che ha portato i presenti «a riscoprire la dimensione contemplativa nella nostra vita di sacerdoti e vescovi, privilegiando l’incontro con il Cristo sofferente e morente, cogliendone specialmente il senso più intimo degli ultimi momenti di vita terrena e delle ultime sue parole».
La lettera del Pontefice è pubblicata integralmente nel volume in cui il francescano ha raccolto le meditazioni proposte sul tema «Passione, morte e risurrezione di Cristo secondo Matteo» (Giulio Michelini, Stare con Gesù. Stare con Pietro, Assisi, Porziuncola, 2017, pagine 175, euro 14). Il libro è introdotto da una prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi. Padre Michelini, scrive il presidente del Pontificio consiglio della cultura, «è un po’ come una conchiglia marina che è ripiena e continuamente echeggia il suono/voce dell’oceano della parola di Dio. Come subito si scoprirà, il palinsesto della sua meditazione è, infatti, segnato dalle parole umane attraverso le quali la parola divina risuona». Il predicatore francescano, spiega il porporato, «irradia il messaggio evangelico nella vita personale ed ecclesiale declinandolo in più modi». Uno di questi, aggiunge, «è quello di introdurre — accanto ai padri della Chiesa, ai grandi teologi e ai biblisti — una sorta di esegesi culturale per cui la voce di alcuni scrittori non necessariamente cristiani o credenti fa brillare l’appello dell’evangelista di una luce inedita». È, ad esempio, il caso della “confessione” del romanziere francese Emmanuel Carrère nel suo Regno, oppure quello dell’invocazione di Gesù in croce alla sua mamma terrena, prima di rivolgersi al Padre celeste, secondo il Giuda dello scrittore ebreo Amos Oz. O ancora due testimonianze emozionanti: il grido lacerante della madre che i nazisti costringono a sacrificare uno dei suoi due figli nella Scelta di Sophie di William Styron, e la drammatica e sconcertante Metamorfosi di Kafka, riletta secondo «un’originale e forte applicazione spirituale».
In pagina riproponiamo proprio quest’ultima citazione letteraria — l’episodio kafkiano della trasformazione di Gregor Samsa in un insetto — pubblicando stralci della nona e ultima meditazione tenuta dal francescano.
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Dal libro che raccoglie le meditazioni degli esercizi spirituali quaresimali per il Papa e la Curia romana. Le sorprese di Dio
di Giulio Michelini
Non so bene per quale ragione (e in fondo è difficile spiegare perché si preferiscono o si leggono alcuni autori piuttosto di altri), ma prima dell’esame di maturità fui molto colpito dallo scrittore di origine ebraica, ma cresciuto a Praga, e di lingua tedesca, Franz Kafka, riconosciuto come uno degli autori più rappresentativi dello scorso secolo. Come argomento libero studiai La metamorfosi, quel racconto che, pubblicato nel 1915, secondo i critici ha influenzato la letteratura mondiale del Novecento, e che inizia così: «Un mattino, al risveglio da sonni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto». Mi chiederete cosa c’entri questo incipit così drammatico ed efficace allo stesso tempo con l’ultima pagina del vangelo secondo Matteo, quella della risurrezione di Gesù.
È che, a parte il disgusto che provoca questo inizio, disgusto voluto, e di cui Kafka era assolutamente consapevole, il risveglio di Gregor è significativo («Non stava sognando», come scrive nel capoverso successivo Kafka), se paragonato al risveglio di Gesù, dopo la sua morte. Il verbo che esprime il fatto che Gesù è risorto, infatti, è in greco, egheirõ, che ha come suo primo significato fondamentale (intransitivo) quello di «svegliarsi, ridestarsi, alzarsi, sollevarsi».
Leggere della risurrezione di Gesù, oggi, implica necessariamente fare riferimento al contesto in cui l’antico annuncio, «È risorto», viene recepito, potremmo dire, “dopo Kafka”. Lo scrittore infatti è in qualche modo un emblema non solo del contesto in cui egli è vissuto, in continuo cambiamento a causa del declino dell’Impero austroungarico, ma anche e soprattutto del dramma interiore che egli stesso viveva, dato da una identità divisa tra l’ebraismo religioso a cui apparteneva (in alcune lettere è emerso addirittura che volesse fare aliayah e andare a vivere in Israele) e la sua personale mancanza di fede in Dio. L’uomo di oggi è, potremmo dire, ancora molto vicino alla rappresentazione che Kafka faceva di Gregor Samsa, anticipandone le problematiche — come solo gli scrittori sanno fare — di un secolo: Gregor si trova in una forma animale che non riesce a comprendere; è escluso dalle relazioni familiari; è tutto preso dall’ansia di dover uscire di casa, nonostante la sua nuova condizione di insetto, per non perdere il posto di lavoro. Non deve infatti sfuggirci che Gregor, agente di commercio, al suo risveglio ha tra le sue prime reazioni la preoccupazione di non essere licenziato: «Adesso però bisogna che mi alzi: il treno parte alle cinque». Da questo risveglio, Gregor scopre, in fondo, semplicemente di non essere più uomo. La questione dell’umanesimo riemerge con forza nel nostro tempo, ed è in tale questione che la risurrezione di Gesù mostra ancora una sua forza travolgente, e si gioca tutta...
Con una piccola operazione di mediazione linguistica e culturale, ricordiamo ora che il titolo del racconto di Kafka, Die Verwandlung, traduce in tedesco la parola greca metamorphõsis che noi italiani normalmente rendiamo con “trasfigurazione”, ma che in greco dovrebbe essere proprio “metamorfosi”. Torniamo così ancora una volta in Galilea: la risurrezione di Gesù era già stata anticipata in qualche modo dall’episodio narrato dai vangeli sul Tabor, allorquando ai discepoli sembra di assistere a una metamorfosi: il greco dice che Gesù fu trasformato davanti agli occhi di suoi tre discepoli. Gesù, però, sul Tabor, se ci pensiamo meglio non si è trasformato: si è, piuttosto, mostrato, si è fatto vedere — come poi si mostrerà il Risorto — per quello che era nella sua realtà nascosta e profonda. Meglio: i discepoli sono riusciti per una volta a vedere Gesù come era nel profondo della sua identità. Per mutuare un’espressione dal racconto dell’incontro di Saulo di Tarso con il Risorto (cfr. Atti degli apostoli 8, 18), dagli occhi dei discepoli, prima accecati, sono cadute finalmente le scaglie che impedivano loro di vederlo così com’era veramente. Il Cristo trasfigurato è lo stesso Gesù della storia, e questi è, ancora, lo stesso che è risorto. In termini teologici più precisi, pensando a ciò che unisce il sepolcro vuoto al Tabor, si può dire che «la risurrezione indica una novità reale del Cristo rispetto al Gesù storico, ma una novità che è anticipata nei segni storici del Gesù prepasquale».
Da questo ragionamento ne diviene che per annunciare il Cristo risorto si deve ripartire dall’uomo Gesù, quello della Galilea, il cui messaggio, mediato da parole e opere, è un messaggio di liberazione dell’uomo, come l’uomo Gesù mostrato nella sua luminosità e nella sua bellezza sul Tabor. È difficile per l’uomo di oggi accogliere l’annuncio che Gesù Cristo è risorto, perché nella stanza in cui si trova quell’insetto in cui si è trasformato Gregor non vi è quasi più un uomo, ma una creatura tutta chiusa in se stessa (anche se continuamente connessa), che si chiede come fare per potersi alzare e uscire in fretta e andare al lavoro. Questa creatura non sembra avere altre domande, fino a quando non morirà e i suoi resti verranno spazzati via dal pavimento con una scopa, dalla sorella. Ma proprio perché quest’uomo, Gregor, è ridotto a vedersi come una mostruosa creatura, esso può accogliere l’annuncio della risurrezione come vittoria sul male che l’ha ridotto così e sulla morte che l’ha sconfitto.
Insomma, la risurrezione di Gesù può dire qualcosa a me e all’umanità di oggi ancor più ferita che in passato, ma è necessaria una nuova “immaginazione pasquale”, «se la Chiesa di oggi vuole parlare in modo significativo al mondo moderno. Data la distanza enorme che ci separa dalle asserzioni bibliche e dal contesto socioculturale entro il quale esse sono state formulate in origine, non basta “adattare” semplicemente il contenuto del Nuovo Testamento alla nostra società e cultura contemporanea. Ciò di cui c’è bisogno è niente meno che una reinterpretazione creativa del cristianesimo stesso». Ma qui siamo punto a capo: cosa significa “reinterpretazione creativa”?
Una strada possibile è quella che tenta di colmare la distanza tra il Nuovo Testamento e l’uomo d’oggi, e per questo ancora molto c’è da fare; un mezzo è quello di studiare di più la Bibbia, come Papa Francesco ci esorta a fare nella Evangelii gaudium e con l’istituzione di una domenica speciale per «la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura» (Misericordia et misera 7). Ma l’altra strada, che corre accanto a essa, può essere solo quella della carità.
Se Gregor Samsa, anziché rimanere nella sua squallida stanza, una vera e propria tomba, fosse stato soccorso da qualcuno, avrebbe ritrovato la propria umanità, e da orribile insetto, sarebbe tornato a essere un uomo.
L'Osservatore Romano, 21-22 aprile 2017