sabato 15 aprile 2017

L'Osservatore Romano
Un’«umile e tragica e potente storia di dolore e di amore» si consuma sul legno della croce innalzata duemila anni fa sul Golgota. «Nessuna cosa potrebbe sembrare meno atta a svelarci Iddio, eppure questa è la finestra su la teologia» annota Giovanni Battista Montini in un quaderno personale su cui, tra la fine degli anni trenta e l’inizio degli anni quaranta del Novecento, compone una lunga meditazione dedicata alla Passione di Gesù.«Sono pagine e pagine colme di fede, di devozione, di stupore di fronte all’amore di Gesù che sulla croce ha tramutato il dolore in pegno di risurrezione e di vita» commenta il rogazionista Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia, al quale si deve la pubblicazione di una parte di questo testo — sinora inedito — sotto forma di Via crucis, accompagnato da brani della Scrittura e dalle preghiere di Ettore Malnati.
Il volumetto curato dal religioso (Via crucis. Meditazioni di Paolo VI, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, pagine 80, euro 5) e illustrato da Amedeo Brogli, ha il merito di guidare il lettore attraverso le stazioni della «via dolorosa» con un compagno di viaggio d’eccezione. Lucido e penetrante, lo sguardo di Montini si affaccia da queste pagine sul mistero «immenso, insondabile, maestoso» della sofferenza di Cristo: sofferenza racchiusa in quello «spasimo del divino Paziente» che «non è raccolto dall’indifferenza dei carnefici del tempo» e del quale — è la sua amara constatazione — anche oggi gli uomini restano «spettatori e causatori».
La parola montiniana è, come sempre, evocativa e profonda nella sua essenzialità. Scava con discrezione nel dolore fisico e interiore di Gesù, descritto come «vittima in quanto uomo, altare in quanto Dio, sacerdote in quanto uomo-Dio». Ma riconosce alla fine l’incapacità di cogliere a fondo il senso di quel «dramma storico, troppo vasto e universale per essere capito subito e completamente». Un dramma umano e «divino» allo stesso tempo: perché — spiega — «il sacro lo avvolge, il mistero lo cela, l’infinito lo possiede». Eppure «Dio ha voluto rivelarsi così». Per questo, «guardare alla croce è guardare alle apparizioni di Dio», che si offre al mondo «per farsi discepoli gli uomini, per farseli figli».
Particolarmente suggestive le parole dedicate a Pilato, nel cui gesto Montini vede racchiuso «il peccato della responsabilità declinata, del ripiego trovato, dell’incoerenza giustificata, della violenza gratuita, della formalità ritenuta sufficiente»; quelle che descrivono Maria e il suo dolore lancinante di madre; quelle sul Cireneo, sprovveduto passante che prendendo sulle spalle il peso della croce «sente per primo trasformarsi il sinistro carico in tesoro gratissimo». Ma è l’intera riflessione montiniana — osserva Sapienza — a dar vita a «un’analisi profonda, una lettura attenta dei vari momenti» dalla quale emerge «sia la sensibilità acuta nel cogliere i riflessi psicologici del dramma che si è consumato sul Golgota, sia l’intuizione religiosa dell’amore di Dio, che si rivela in modo unico nella sofferenza di Gesù».
L'Osservatore Romano, 15-16 aprile 2017.