martedì 11 aprile 2017

Ucraina
Mons. Gugerotti e la missione diplomatica vaticana in Ucraina. «Per la diplomazia pontificia l’importante è aiutare piccoli accordi di pace, piccole intese, piccole azioni umanitarie, piccoli contatti»
(a cura Redazione "Il sismografo")
Mons. Claudio Gugerotti è Nunzio Apostolico in Ucraina dal 13 novembre 2015, incarico avviato in uno dei momenti più complessi per il paese, che vede ancora oggi le sue regioni più orientali infiammate da una logorante e mai sopita guerra iniziata nel 2014. Come sempre accade in queste occasioni a pagare il prezzo più caro è la popolazione civile, tra sfollati che devono abbandonare le loro case e coloro invece che non hanno alternative a quella di restare nelle zone di conflitto. 
Il 3 aprile dell'anno scorso, festa della Divina Misericordia, Papa Francesco, costantemente preoccupato per la situazione in Ucraina, diede l'annuncio di una colletta straordinaria da raccogliersi il giorno 24 dello stesso mese e che sarebbe stata inviata per alleviare le necessità più urgenti della popolazione ucraina.
Nacque così il progetto "Papa per l'Ucraina", che in quest'anno ha potuto finanziare centinaia di piccole imprese e progetti d'assistenza che hanno fornito cibo, medicine, assistenza medica agli sfollati e in quella "zona grigia" che il Nunzio Apostolico Gugerotti ha più volte visitato, per far sentire alle persone che il Papa e la Chiesa non si è dimenticata di loro.
Nel corso di una conferenza stampa, tenutasi a Vinnycja il 9 aprile scorso, mons. Gugerotti ha risposto ad alcune domande della stampa locale riguardanti il suo incarico ormai esercitato da più di un anno e mezzo e sulle modalità con cui la diplomazia pontificia agisce in contesti spesso molto difficili, una diplomazia fatta di piccoli passi ma che racchiude gesti molti concreti, proprio ciò che serve a chi ha davvero bisogno. (FG)
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Lei in Ucraina è già da un anno e mezzo, ed è venuto in Ucraina in un tempo molto difficile. Vorrei chiederLe come riassumerebbe questo anno e mezzo del suo lavoro e anche vorrei chiedere, dato che Lei è stato nell’oriente d’Ucraina, in quelle regioni dove c’è la guerra, nella cosiddetta “zona grigia”. Vorrei chiedere cosa ha mostrato la guerra e su chi si può contare? Con chi si può collaborare? E come si riesce a realizzare in modo pratico la distribuzione di questo aiuto, nell’ambito dell’azione “il Papa per l'Ucraina”?
- Certo un anno e mezzo è passato velocissimo. Ed è stato un anno difficile. Sapete qual è la cosa più difficile per un Nunzio? Non offendere nessuno. Perché molto spesso succede che qualsiasi cosa tu dica per qualcuno non va bene. Soprattutto il silenzio, naturalmente. Il silenzio non fa bene a nessuno perché tutti lo interpretano. La cosa più difficile in questo momento, e lo dico a voi che siete i rappresentanti dei media, è riuscire ad interpretare quello che la gente sente e non quello che qualcuno vuole che senta. Questo è il problema più delicato e perché in un momento di grossa difficoltà del Paese la concordia è fondamentale. La grande vittoria di coloro che non amano l’Ucraina è dividerla. E hanno enormi mezzi per farlo e i mezzi più importanti non sono le armi, ma la propaganda. Ed è colpire i sentimenti più nascosti, più primitivi della persona. 
Ecco, questo francamente è la cosa più difficile e che  mi è capitata meno in altre situazioni, che pure ho vissuto e con grandi difficoltà: come la guerra tra Russia e Georgia nel 2008. Ecco, però diciamo che ci trovavamo di fronte a un’opinione pubblica piuttosto unita. E qui è molto più difficile proprio perché la guerra è soprattutto una guerra di divisione, di frammentazione. Lei accennava alle mie frequenti visite nell’est del Paese, sia dalla parte sotto controllo governativo, sia dalla parte non controllata dalle forze governative. E dunque sempre Ucraina, non dobbiamo dimenticarlo. La cosa più difficile è riuscire a capire perché le persone che si sentono tutto sommato in comunione, che si sentono amiche, che si sentono fratelli vengano descritte come nemiche? Ci sono persone che non amano il Paese, ma la grande maggioranza non ha nessuno spirito di reazione contro l’Ucraina in quanto tale. Hanno idee diverse, ma questo non significa il rifiuto. 
La cosa fondamentale è che questo sentimento non venga fomentato in maniera artificiale, che da una parte e dall’altra della linea non diventi ossessivo perché questa sarebbe la più grande vittoria dei nemici. Sarebbe un bellissimo regalo, offerto su un vassoio d’argento. Ecco, l’iniziativa del Papa ha proprio questo risultato: quello di far vedere che la persona umana è la stessa, al di là delle linee e dei fronti. Il che non significa che non ci siano dei colpevoli e degli innocenti. La giustizia è un sentimento importante, un valore importante che va capito e va valutato criticamente. Ma non tutti sono colpevoli di tutto. Soprattutto non tutti sono colpevoli semplicemente perché sono nati in un posto anziché in un altro. La nascita non è mai una colpa. La colpa prevede che ci sia una scelta. E la nascita non è mai una scelta.
L'anno scorso Lei ha visitato i territori occupati. Qual'è la Sua impressione di tutto ciò che Lei ha visto? E per quanto tempo ancora esso si prolungherà? 
Le impressioni che ho avuto sul posto sono impressioni molto, molto pesanti. La gente soffre moltissimo, molti cercano di andare altrove. Il simbolo che mi ha colpito di più in queste visite sono tutti i ponti distrutti. Quando i ponti sono tutti distrutti vuol dire che non c’è più comunicazione. E fisicamente dà un senso di grande tristezza, il fatto che per andare a Lugansk bisogna passare per Donetsk, far una lunga strada perché tutti i ponti sono stati saltati. C’è solo una possibile alternativa: passare per la Russia. Questo vuol dire molto. La mia sensazione è che la gente ha i nervi a pezzi, i bambini in particolare. Da tutte e due le parti vivono in una situazione impossibile a sopportarsi. Io non so come reagiranno quando saranno adulti. Ma come mi fa pena il loro dolore, così mi fa paura il loro futuro. Queste sono le mie impressioni principali, non so dirle quanto questa cosa durerà, ma certamente non dipende dalle persone che ho incontrato io.
Lei non ritiene che il Papa si sia un po’ dimenticato di noi?
Il parlare del Papa è l’azione per l’Ucraina; il parlare del Papa è quando mi ha mandato ad Avdiivka durante i bombardamenti. E quando mi ha fatto portare 200.000 euro per i bambini. Vi posso assicurare che nelle sedi internazionali, la diplomazia pontificia è molto attiva per l’Ucraina. E sui principi che voi conoscete: rispetto dell’integrità territoriale e dei confini.  Si interviene regolarmente per favorire il rispetto di questa norma internazionale. Però per la diplomazia pontificia, che ha un carattere particolare, l’importante non è ripetere per la gente ad alta voce, continuamente queste cose. Ma quello di aiutare piccoli accordi di pace, piccole intese, piccole azioni umanitarie, piccoli contatti, in modo che dal piccolo possa venire il grande. Noi siamo la diplomazia dei piccoli passi, anche se gli ideali politici della Santa Sede sono i più esigenti perché non hanno come orizzonte il mondo, ma l’eternità e con l’eternità non si gioca. Forse a distanza di cento anni si può anche pensare di poter vincere, ma di fronte al tribunale di Dio ci sono pochi giochi.
Lei già ha detto prima che non può dire quanto durerà ancora la situazione all’est. Secondo Lei, secondo la Sua opinione personale, noi cattolici e tutti gli uomini di buona volontà, indipendentemente dal fatto che siano credenti o no, cosa può fare ciascuno di noi perché questa guerra finisca?
Grazie di questa domanda. Per me la cosa più importante è che le persone si incontrino come persone. Si accettino come persone e non guardino soltanto i luoghi di provenienza. La cosa più importante che i cristiani e i cattolici possono fare è accettare l’altro. Il che non significa essere d’accordo su tutto quello che dice. Ma non significa neanche sperare che il problema si risolva o si risolverebbe se l’altro non ci fosse. Perché quando questo è successo nel passato ha portato a catastrofi. E uno strumento molto importante per i cristiani è che qualche volta si chiedano cosa farebbe Gesù se fosse al posto loro. Non questo o quell’eroe nazionale, questo o quel politico, questo o quel capo religioso, ma Gesù Cristo. E ciò probabilmente ci porterebbe al coraggio di scelte radicali che andrebbe al di là di tutti gli stereotipi, di cui ho parlato prima. Io ho visto, per esempio, un gruppo molto numeroso di giovani che si sono mobilitati su iniziativa di un'associazione cristiana: sono più di 1.500, provenienti da ogni parte dell'Ucraina, e vanno nell’est per aiutare le persone in difficoltà a ricostruirsi la casa, a tenere i bambini, a rimettere a posto la stalla... e lo fanno gratis e rinunciando alle proprie vacanze. Ecco, questo è un comportamento cristiano.