lunedì 17 aprile 2017

Turchia
Turchia, il paradosso, con sullo sfondo il diritto alla libertà di culto, di aver vinto un referendum che limita la democrazia con l’uso del più importante assioma della democrazia stessa
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi) I turchi si sono espressi. La riforma della Costituzione proposta dal Presidente Erdogan è passata, seppur di un soffio. Non c’è stato alcun plebiscito, né per il Si né per il No. Ancora una volta si è vinto per poco e si può tranquillamente parlare di società turca spaccata in due. Non è una novità, ormai non si contano più le elezioni dove l’esito principale mostra una divisone profonda dell’elettorato.
I commentatori più preparati parlano oggi di sconfitta tecnica di Erdogan, di vittoria morale delle opposizioni, di mancato plebiscito popolare per un Presidente che vuol assomigliare più a un sultano che a uno statista occidentale. Tutto vero, per carità. Tuttavia il paradosso di tutta questa vicenda è un altro. È il fatto che comunque Erdogan ha vinto e oggi può sbandierare  di averlo fatto usando il principio base delle democrazie occidentali, ossia quel criterio del 50% + 1 che tanto caro sta a tutti noi. Ora questo sarà il suo mantra fisso e con questo, vedrete,  renderà pan per focaccia a chi gli farà giustamente notare che comunque non è stata affatto quella grande vittoria che, forse, si aspettava. Non per niente fino ad ora nessuna cancelleria europea si è azzardata a commentare l’esito del voto. 
Non importa adesso gridare ai brogli, affermare che si è vinto con i voti dei turchi residenti all’estero, cercare differenze tra il voto delle città e quello delle campagne o cercare di minimizzare una vittoria che, comunque c’è stata. Ciò che conta è che la Costituzione turca può essere ora emendata e che il ruolo del presidente turco assomiglierà sempre più a quello di un monarca religioso. Non è un caso che la prima dichiarazione pubblica di Erdogan di ieri sia stata indirizzata proprio agli alleati della Turchia in giro per il mondo. Il presidente turco ha voluto mandare loro un messaggio preciso: il popolo turco si è espresso e gli alleati rispettino e si adeguino a ciò che è stato da loro deciso. Poi ha aggiunto una fosca minaccia: ora voteremo un altro referendum per stabilire se introdurre o no la pena di morte in costituzione. Insomma, un continuo rilancio a piccoli passi che, però, messi assieme fanno fare, purtroppo, alla Turchia un bel salto indietro.
D'altronde che altro esempio positivo gli si può opporre? Quello degli Stati Uniti d’America dove poco meno di 6 mesi fa è stato eletto un presidente con addirittura un numero complessivo di voti inferiore al suo più prossimo sfidante e dove per due mesi di seguito si è parlato della esigenza di ricontare i voti perché si sospettavano brogli e “strane connivenze” nel conteggio delle schede ? Quello della Spagna dove non si è riusciti per quasi un anno a formare un governo per la mancanza di maggioranze certe? Quello del referendum in Inghilterra sulla Brexit dove lo stato d’oltremanica ha abbandonato l’Unione Europea per una manciata di voti tra accuse di incomprensione della vera portata del voto e necessità di ripetere la consultazione?  
Certo, sono tutte situazioni non paragonabili o riconducibili a medesime cause e radici, tuttavia ciò che dimostrano è che oggi il mondo si sta sempre più polarizzando in una divisione sostanziale a blocchi. La Turchia non fa eccezione e questo, per un paese che è sottoposto a continue tensioni, non può che essere allarmante perché, sotto le ceneri di un Impero ottomano dissoltosi ormai quasi un secolo fa, covano ancora i carboni adenti di un sogno panislamico mai del tutto abbandonato. Ciò che ora occorre fare, se si vuole capire in quali acque cercherà di navigare nei prossimi mesi e anni la corazzata turca, è capire chi ha materialmente consegnato la vittoria di misura all’attuale presidente e, con ogni probabilità, passerà presto all’incasso del premio partita. In questa analisi è molto evidente a prima occhiata una semplice cosa. I No hanno votato in questo modo più per opporsi al potere personale di Erdogan che per aver ben compreso la negatività insita nel contenuto della riforma che si stava votando. Con il fronte del No erano schierati i partiti moderati, i partiti curdi, i giovani delle università, il popolo delle grandi città, quelle più aperte alla cultura occidentale e più influenzate dai rapporti con questi paesi. Un fronte eterogeneo che si è trovato unito solo sull’opposizione al disegno imperialista attribuito al presidente Erdogan, ma tutti quanti per esigenze e per ragionamenti diversi e difficilmente conciliabili. I moderati del paese rimpiangono la laicità di Kemal Ataturk nel trattare le questioni dello Stato e i rapporti dei propri cittadini con esso. I curdi vogliono poter raggiungere il loro sogno di indipendenza o, quantomeno, di autonomia ma non sono per nulla coesi e, soprattutto, non sanno con chi allearsi per avere quel peso che ancora oggi manca loro per ottenere qualcosa di quello che desiderano. I filo occidentali, soprattutto quelli che vivono nelle grandi città e che gestiscono affari con l’Europa, non vogliono che il proprio paese si isoli troppo e faccia scelte eccessivamente drastiche che potrebbero allontanare gli obiettivi comuni di un accordo per entrare definitivamente all’interno dell’Unione Europea. I giovani delle università vogliono poter sperare in uno Stato multi etnico, multi religioso e multi culturale che, diversamente da quello che è oggi, vada persino al di là di quella stessa laicità pensata e instaurata da Kemal Ataturk. Tutti questi rappresentano oggi l’opposizione a Erdogan, ma non hanno una visione comune di come essergli alternativi e per questo ad ogni elezione politica o presidenziale non riescono mai a impensierirlo. 
Il fronte del Si era invece composto essenzialmente dal partito del presidente in carica, dall’apparato amministrativo al potere, dall’informazione locale gradita alla maggioranza di governo (quella sgradita non esiste quasi più dopo le purghe post tentativo di golpe) e dall’apparato religioso legato a doppia mandata con l’establishment politico. Proprio a quest’ultimo è infatti legato uno degli episodi più importanti avvenuti durante la campagna elettorale referendaria, ossia quando due giorni prima dell’apertura dei seggi Erdogan ha voluto recarsi in preghiera all’interno della Basilica cristiana di Santa Sofia ad Istanbul, oggi aperta al culto islamico come moschea. Quel gesto, che molti hanno etichettato come sintomo di un desiderio del presidente in carica di ingraziarsi il favore del mondo “islamico” più ortodosso, era in realtà la firma di una cambiale rilasciata in anticipo sull’esito della consultazione elettorale. 
Dietro la vittoria di misura di ieri sono entrati in gioco interessi contrapposti che non sempre sono riconducibili a questioni puramente nazionali o locali. In Turchia oggi prevale una volontà della maggioranza di assurgere a nuova superpotenza regionale che possa fungere da collante per una nuova visione pan islamica dell’area mediorientale. A parte l’estemporaneità, la vanità personale e le sfaccettature poliedriche proprie di un presidente  come Erdogan, la realtà della Turchia è quella di un paese che vuole essere nuovamente guida di quel mondo islamico che oggi si dimena tra scontri, conflitti, guerre e laceranti divisioni. Per poter raggiungere questo sogno la Turchia non può più essere quella laica di Ataturk, dove il cittadino turco, prima di essere un buon musulmano, è comunque un cittadino della Repubblica. C’è bisogno di un rovesciamento e questo parte proprio con il voler recuperare l’universalità della religione di stato come elemento di cesura rispetto al passato prossimo ma non a quello remoto. La ricerca spasmodica di Erdogan di far confluire tutto il potere nelle sue mani corrisponde, in realtà, all’esigenza di voler trasferire ciò che resta ancora oggi della laicità turca sotto l’ala oltranzista di quella che è sempre stata, con una centralità più o meno permeante, la religione di stato. Non dimentichiamo che durante le ore del tentato golpe del luglio scorso furono proprio gli imam dalle moschee a dare il colpo di grazia ai militari rivoltosi chiamando alla resistenza in piazza tutti i fedeli con l’uso degli altoparlanti dei minareti. Un episodio questo che ci riporta ad eventi storici del passato dove proprio le moschee erano luogo di lotta politica. 
La vera lotta cui si assiste oggi in Turchia non è affatto, come semplicisticamente molti occidentali pensano, quella tra un semplice eccentrico despota che vuole ad ogni costo conquistare il potere e chi, invece, vuole riaffermare a tutti i costi e ritornare ai valori puri di una architettura istituzionale di matrice occidentale introdotta da Kemal Ataturk, bensì quella tra una riaffermazione dell’ortodossia religiosa islamica, che aspira a introdurre nella società civile molti più precetti religiosi, e la scelta di voler continuare a tenere distante la religione dalla gestione del rapporto tra cittadino e stato sovrano. Insomma, per renderla più chiara, non è la figura di Erdogan il problema maggiore di una Turchia che sembra voler sistematicamente limitare le libertà personali, ma chi, usandola, vuole a tutti i costi raggiungere l’obiettivo di riportare la Turchia ad essere qualcosa di simile a quello che fu in passato. Questo è il vero conflitto in corso oggi in Turchia, scontro che poi si complica ulteriormente nel suo quotidiano per via delle tante situazioni locali e regionali che intricano il quadro generale. 
L’errore che si fa, sempre o dovunque, quando si parla di riforme costituzionali importanti è quello di personalizzarle in base alla figura politica di chi le propone. Questo modo di fare è sintomatico dell’uomo e, di per se, è anche molto naturale. Tuttavia spesso ci distoglie dal renderci conto della realtà delle cose. Il giudizio, quello definitivo e ponderato, su qualsiasi riforma venga proposta non si deve basare sulla figura di chi le propone o sull’attuale situazione politica, ma deve essere letta tenendo conto del suo valere nel tempo a prescindere da chi oggi potrà iniziarne a beneficiare.
Detto questo, ciò che a cui dovremmo ben presto assistere, sarà, purtroppo, una ulteriore stretta a quella libertà religiosa che in Turchia già da anni soffre di continue limitazioni a senso unico. La vittoria referendaria più che un successo per Erdogan lo è per l’apparato tradizionale religioso che gli ha garantito, anche stavolta, di restare ben saldo al potere e con più prerogative di prima. Questo apparato religioso  tradizionale, che, tra le altre cose, aspira a isolare e rendere più difficile quel sacrosanto diritto alla libertà religiosa, non tarderà a chiedere che il presidente turco eserciti quel suo nuovo potere di legge per adottare misure e provvedimenti che, in modo diretto o indiretto, abbiano come scopo quello di isolare sempre più le comunità religiose di credo diverso come quella cristiana cattolica e ortodossa. Ovviamente tutti speriamo che non sia così, ma oggi all’orizzonte si possono intravedere queste nubi nere cariche di pioggia.