mercoledì 12 aprile 2017

Stati Uniti
Una nuova biografia di Eleanor Roosevelt. Donna impegnata e spirituale
L'Osservatore Romano
(Elena Buia Rutt) La profonda spiritualità di Eleanor Roosevelt, moglie di Franklin Delano Roosevelt, trentaduesimo presidente degli Stati Uniti, l’ha sostenuta e indirizzata nel corso di tutte le sue battaglie; battaglie per i diritti delle donne, dei neri, dei poveri, battaglie per la giustizia e l’equità sociale, come testimonia la recente biografia di Harold Ivan Smith, intitolata Eleanor. A Spiritual Biography (Louisville, Westminster John Knox Press, 2017, pagine 256, euro 18,86). Anna Eleanor Roosevelt nacque a New York, l’11 ottobre 1884 da Elliott Roosevelt e Anna Hall Roosevelt, membri dell’élite newyorkese.
Il padre passò gran parte della sua vita all’estero dandosi al gioco, all’alcol, al divertimento e, nonostante la famiglia Roosevelt avesse sperato che la severa Anna riuscisse a mettere la testa a posto a Elliot, ciò non avvenne e il matrimonio naufragò. Theodore, il fratello, allora presidente degli Stati Uniti, rimproverò spesso Elliott in privato, più per difendere la propria reputazione e la propria carriera politica, che per aiutarlo realmente. Fu così che, il 18 maggio 1887, Elliott e Anna con la piccola Eleanor furono spediti dal clan Roosevelt in Europa, nella speranza che le abitudini alcoliste di Elliott cessassero, come pure per tenerlo lontano dai riflettori della stampa, puntati sulla famiglia del presidente degli Stati Uniti. Durante il viaggio, il piroscafo, diretto a Liverpool, si scontrò con un’altra imbarcazione: nel corso dell’evacuazione Eleanor fu lanciata dal ponte del Britannic nelle braccia del padre, nella scialuppa di salvataggio: da qui la paura per le altezze che accompagnerà Eleanor per il resto dei suoi giorni, insieme con il ricordo di un precipitare salvifico nelle braccia di un padre, comunque percepito amorevolmente. «La mia fu un’infanzia molto triste — scrisse Eleanor nella sua autobiografia — Volevo così tanto essere amata, e soprattutto volevo essere amata da mio padre».
Nonostante Elliott fosse alcolizzato, scapestrato, inaffidabile, aveva un debole per la sua bambina, chiamata affettuosamente “My little Nell”. Anna, la madre, invece la disprezzava, trattandola come una perdente, un’incapace, sottolineando pubblicamente la sua mancata avvenenza fisica ed esagerandone gli errori. Alla precoce morte dei genitori, seguita da quella del fratello maggiore, Eleanor fu affidata all’arcigna nonna materna che la educò nei più rigidi valori puritani del New England. Ma Eleanor, battezzata e formata nella chiesa episcopale, mantenne “fluido” e diretto il proprio rapporto con Dio, attingendo direttamente ai passi del Nuovo Testamento, che l’istitutrice, impostale dalla nonna, le faceva imparare a memoria in francese.
La vita della giovane subì una svolta con l’incontro di una donna eccezionale: Mademoiselle Marie Souvestre, insegnante della prestigiosa Allenswood Academy, il college di Londra dove la ragazza fu mandata a studiare. Marie Souvestre, femminista, interessata alle cause di giustizia sociale, cambiò la vita di Eleanor, poiché le insegnò a pensare in autonomia, ad avere fiducia in se stessa, a esercitare una mente aperta, libera dai pregiudizi imposti dalla società del tempo. Souvestre, pur non condividendo la fede di Eleanor, la esortava ad articolarne le ragioni, a pensarne i contenuti, a prenderne via via maggiore consapevolezza. Una volta tornata negli Stati Uniti, Eleanor mantenne con la sua insegnante una fitta corrispondenza, interrotta solo dalla morte di Marie, della quale la giovane avrebbe sempre conservato il ritratto sulla scrivania.
Nel 1902, Eleanor incontrò il cugino Franklin Delano Roosevelt, brillante studente della Harvard University, con cui convolò a nozze tre anni dopo, accompagnata all’altare dallo zio, il presidente Theodore Roosevelt. Malgrado la nascita di sei figli, il matrimonio fin da subito si rivelò un fallimento. Franklin, che coltivava l’ambizione della carriera politica nel partito democratico, si aspettava una moglie esclusivamente dedita all’accudimento dei figli; una donna remissiva, che non gli avrebbe tenuto testa, ma che anzi gli avrebbe perdonato i suoi numerosi tradimenti. Eleanor, invece, anziché subire, minacciò di chiedere il divorzio, se il marito non avesse immediatamente troncato la relazione che intratteneva con la segretaria, Lucy Mercer, oramai sotto gli occhi di tutti. Franklin promise, anche se non mantenne la promessa, il divorzio fu evitato. Anche perché, nel 1921, Roosevelt contrasse la poliomielite e da quel momento in poi il rapporto con la moglie cambiò drasticamente, come pure la vita stessa di Eleanor. Quest’ultima, contro ogni aspettativa, anziché invitare il marito a ritirarsi dalla vita pubblica, lo esortò ad andare avanti, aiutandolo, consigliandolo, operando fianco a fianco con lui, conquistandosi uno spazio personale di azione, presenziando le visite a case, ospedali e prigioni, lavorando per la League of Women Voters e per la sezione femminile del Comitato democratico dello stato di New York. Insomma, la malattia di Franklin permise a Eleanor di emergere, di mettere in pratica la sua preparazione intellettuale, emotiva, spirituale a cui Mademoiselle Marie Souvestre e la sua profonda spiritualità l’avevano preparata. «Credo molto fortemente che la fede in Dio ci aiuterà in ogni situazione — fisica, mentale o spirituale», scriveva, sperimentando una vita messa al servizio dell’altro, attraverso gesti concreti d’amore e di giustizia.
Quando Franklin Delano fu eletto presidente degli Stati Uniti nel 1932 e allo scoppio della seconda guerra mondiale, Eleanor, con le sue visite, con i suoi appelli, con la celebre colonna intitolata «My Day» sui giornali, fu di grande sostegno alla popolazione civile e ai combattenti. In ogni suo discorso o scritto era immancabile uno o più riferimenti alla figura o agli insegnamenti di Gesù, inteso come modello su cui ognuno avrebbe dovuto calibrare la propria vita. Seguendo il motto «Devi fare le cose che pensi di non poter fare», Eleanor compì numerosi viaggi al fronte per supportare le attività della Croce rossa e sollevare il morale delle truppe, indisse in patria conferenze stampa, parlò di diritti umani, dei diritti dei bambini, dei problemi delle donne. «Dove iniziano i diritti umani universali? — scrisse Eleanor nel suo famoso testo sui diritti civili, datato 27 marzo 1958, intitolato In Your Hands — In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti».
Se il razzismo istituzionalizzato nel Sud protestante la indignava, la sua preoccupazione per i neri americani la spinse a dimettersi, in segno di protesta, dall’associazione Figlie della Rivoluzione, perché aveva rifiutato il permesso di cantare nella propria sala concerto di Washington alla cantante nera Marian Anderson. La sua spiritualità, non essendo una nozione astratta, ma un qualcosa di vivo, la portò a considerare tutti gli esseri umani come figli di un Dio misericordioso, perciò fratelli e sorelle. Una spiritualità, secondo Eleanor, perfettamente rispecchiata nella Dichiarazione di Indipendenza, con la proclamazione dell’uguaglianza di tutti gli uomini.
Alla morte del marito, avvenuta nel 1945, Eleanor fu nominata dal nuovo presidente, Harry S. Truman, rappresentante per diritti umani presso la Commissione delle Nazioni unite, e fu da lui definita «First Lady of the World». Eleanor Roosevelt impiegò tutte le sue energie per la ratifica della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo da parte delle Nazioni unite, definendola, in un famoso discorso del 1948, «la Magna Carta di tutta l’umanità». La Dichiarazione, approvata quasi all’unanimità dall’Assemblea generale delle Nazioni unite, il 10 dicembre 1948, rappresentò il coronamento del suo lungo e faticoso impegno politico, affondante le radici in una spiritualità capace di prendere forma concreta e sempre lucidamente “in contatto” con il Dio cristiano: «Penso — scrisse Eleanor Roosevelt — che chiunque rifletta sulla vita di Cristo, ne debba necessariamente rimanere influenzato. Mi è sempre sembrato che se fossimo mai riusciti a mantenere i parametri che Egli ha stabilito per noi avremmo eliminato molta parte del conflitto nel mondo».
L'Osservatore Romano, 11-12 aprile 2017