venerdì 21 aprile 2017

Spagna
A Oviedo la beatificazione di Luis Antonio Ormières fondatore delle suore dell’angelo custode. Per educare le bambine povere
L'Osservatore Romano
(Carmen Trejo Delgado, postulatrice) Fece della scuola il luogo privilegiato per aiutare ogni individuo a realizzarsi secondo il dono ricevuto da Dio. Impegnato in prima persona nel campo educativo, Luis Antonio Rosa Ormières (1809-1890), sacerdote e fondatore delle suore dell’angelo custode, viene beatificato sabato 22 aprile, a Oviedo in Spagna, dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in rappresentanza di Papa Francesco.
Nacque il 14 luglio 1809 in una piccola città dei Pirenei francesi, Quillán, in una famiglia profondamente cristiana. In casa ricevette, con attenzione e affetto, i primi insegnamenti che segnarono il suo carattere. Secondo la testimonianza di parenti e amici, ereditò dal padre «un animo sincero e leale, una grande intelligenza» e una natura «molto ingegnosa e gioviale, per cui trovava sempre battute e scherzi per far ridere tutti»; e dalla madre «una fede profonda», insieme a una solida formazione religiosa e al gusto per la lettura.
Fu un vero esperto in “umanità”. In lui le idee diventavano progetti. Fece della sua intelligenza uno strumento di apostolato, grazie anche a una propensione particolare nel cogliere gli aspetti essenziali delle questioni e a una speciale disponibilità a farsi carico delle difficoltà altrui. Aveva una squisita sensibilità per l’amicizia, perché la considerava parte di un’esperienza essenziale di fede.
Entrò nel seminario di Carcassonne a sedici anni e a ventiquattro, nel 1833, fu ordinato sacerdote. Tutta la vita spirituale di Ormières fu segnata dalla grazia che sperimentò, a diciott’anni, attraverso la lettura di san Paolo, soprattutto della prima lettera ai Corinzi (12, 7): «E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune».
Il dono della sua vocazione sacerdotale coincise con quello della vocazione educatrice. Si sentì interpellato dalla realtà di abbandono in cui si trovava la gioventù delle campagne francesi dopo la rivoluzione; e, a partire da uno sguardo contemplativo di tale realtà, comprese che il Signore lo invitava a dare una risposta. Forgiò la propria vocazione nella preghiera, negli studi teologici e nell’attenzione per i bambini abbandonati di Carcassonne e dintorni, insieme alla decisione di dedicare la propria vita al servizio di una Chiesa povera, partecipativa, generosa. La semplicità evangelica fu il tratto profetico che segnò tutta la sua esistenza e che fu anche l’elemento distintivo della congregazione che fondò il 3 dicembre 1839.
Visse sempre con grande umiltà, povertà e fiducia. Aveva affidato la propria esistenza al Signore, in assoluta fedeltà alla volontà di Dio. Seppe perciò spendersi per le piccole cose, per il servizio alle persone abbandonate e colpite dalle epidemie dell’epoca, con un amore evidente per la Chiesa: «Nulla senza il mio vescovo, che mi troverà sempre docile» era solito dire.
Appassionato del Vangelo, s’immergeva nella lettura e nella meditazione della Bibbia, perché per lui era questa la via maestra che portava alla conoscenza sempre più profonda di Cristo. Fu un vero “esploratore della Parola”, che seppe incarnare sapientemente nelle attività di ogni giorno, accanto alla gente. Così, rivestito dell’abito delle virtù teologali — fede, speranza e carità — proclamò la presenza viva di Cristo.
Tra i diciotto e i venticinque anni scrisse El Espíritu de la Casa, in cui è condensata l’essenza del suo dono carismatico. Lungi dall’essere una teorizzazione del suo pensiero sull’educazione, il testo illustra, con oltre cento citazioni della sacra Scrittura, lo spirito che deve animare chi si dedica al servizio degli altri e all’annuncio del Vangelo, a maggior ragione se lo fa attraverso l’educazione. L’obiettivo era formare figli di Dio che rimanessero in Lui, come discepoli di Gesù. Era il suo modo di contribuire alla pacificazione della società e alla nobilitazione del popolo.
Per questo la scuola era il luogo privilegiato in cui aiutare ogni persona a realizzare il dono particolare datole da Dio. Si preoccupava soprattutto dei più bisognosi. Riguardo alle bambine, riteneva necessario offrire loro una formazione cristiana per renderle donne capaci di rigenerare, partendo dalla famiglia e dall’ambiente di lavoro, il tessuto sociale logorato dalle lotte civili e politiche.
Nel dicembre 1839, convinto che fosse lo Spirito santo ad agire, cominciò il suo cammino fondazionale aprendo una piccola scuola a Quillán, insieme a madre San Pascual (Juliana Lavrilioux, 1809-1875), suora dell’istruzione cristiana di Saint Gildas de Bois, che lo raggiunse per sostenere la nuova opera. Ormières vide nell’approvazione della congregazione delle suore dell’angelo custode l’espressione più chiara della missione ricevuta, un cammino aperto per fare il bene, condividendo le condizioni di vita della gente semplice. Consapevole che il dono ricevuto andava messo al servizio della comunità, volle che la missione delle suore fosse pervasa dalla semplicità evangelica che passa attraverso il «farsi piccolo con i piccoli», e, come per l’apostolo Paolo, condividere con loro il pane, la povertà, la sobrietà; vivere senza ostentazione e assolvere tutti i doveri di una vita di lavoro, illuminata e guidata dai valori cristiani, fedele agli impegni religiosi.
E siccome aveva fondato la propria spiritualità sulla Bibbia, così fece anche per la congregazione, dove, oltre alla semplicità, spiccava un’altra delle virtù che lo contraddistinsero: la fiducia nella Provvidenza. Parlava alle suore, con un linguaggio talvolta condito di ingegnose battute, della sollecitudine paterna di Dio verso tutte le sue creature, affermando che più fiducia si ha in Dio più lo si «obbliga» a proteggerci e ad aiutarci.
Non tutto ciò che intraprese giunse a buon fine, ma non si stancò mai di «ricominciare», di cercare il modo per capire i segni dei tempi e la presenza di Dio in essi. Per esempio, nella sua vita non riuscì a realizzare il sogno missionario di portare la congregazione religiosa in America e in Africa. «L’angelo andrà in altri paesi? Questo è il mio sogno più grande... Nei limiti del possibile, ci piacerebbe che le suore dell’angelo custode, conformemente allo spirito dell’istituto, potessero occuparsi dell’educazione e dell’insegnamento delle bambine povere» in ogni luogo perché la «missione dell’angelo» non ha confini.
Dal 1883 trascorse gli ultimi anni di vita quasi sempre a Gijón, in Spagna. Lì iniziarono a chiamarlo el santín de Dios. Il 16 gennaio 1890, con la pace, la semplicità e la serenità che lo avevano sempre contraddistinto, consegnò definitivamente la propria vita a Dio. Quando si apprese la notizia, tra tutti coloro che lo conoscevano o avevano sentito parlare di lui, si diffuse la voce: «Il santo è morto».


L'Osservatore Romano, 21-22 aprile 2017