giovedì 20 aprile 2017

Spagna
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla - Francesco Gagliano - ©copyright) Nell'articolo precedente abbiamo tracciato un breve profilo storico del tristemente famoso bombardamento di Guernica, avvenuto 80 anni fa, il 26 aprile 1937. L'evento è molto conosciuto non solo perché si tratta del primo, tragico e crudele atto diretto contro la popolazione civile indifesa e inerme - anche se non fu l'unico poiché nella regione di Biscaglia si effettuarono più di 30 bombardamenti su altrettante località - ma anche perché questo dolore venne immortalato da Pablo Picasso in uno dei suoi capolavori più noti.
L'artista di Malaga, all'epoca dei fatti in esilio in Francia, in poche settimane e quasi in uno stato di trance, dipinse la sua grande tela dedicata alle vittime, quasi tutte civili, del bombardamento della città basca. La storia della commissione del dipinto è abbastanza singolare poiché in realtà, l'allora governo repubblicano della Spagna, chiese al pittore, nel gennaio 1937, la creazione di grande murale dedicato al Paese da esporre nel suo padiglione nell'Esposizione mondiale di Parigi. Picasso ricevette in due momenti un rimborso spese: prima 50.000 franchi e poi altri 150.000. In una nota firmata da Max Aub, in data 28 maggio 1937, e indirizzata all'ambasciatore Luis Araquistáin, si confermano questi pagamenti. La nota precisa che Picasso non stabilì nessun prezzo e quindi alla fine il denaro consegnato servì solo a coprire i costi sostenuti dal maestro per l'acquisto del materiale.
Secondo la testimonianza di George Steer, Picasso iniziò a lavorare nel gennaio 1937 ma dopo aver saputo della tragedia di Guernica, con un gigantesco studio preliminare fatto di decine e decine di disegni, modificò il progetto iniziale, mettendosi all'opera con inedita frenesia. Lavorò giorno e notte e finì il dipinto nel maggio 1937. Guernica, ormai opera famosissima, fu esposta per alcuni anni in Francia e infine, nel 1942, fu trasferita al Museum of Modern Art di New York. Da qui, nel 1982, tornò per la prima volta in Spagna "dopo 45 anni di esilio". Lo stesso Picasso aveva stabilito che il dipinto entrasse in territorio spagnolo solo dopo la fine del franchismo. Dal 1982 il Guernica si può ammirare presso il Museo Nazionale Centro di Arte Regina Sofia, a Madrid.
Il racconto del dipinto (349×777 cm), proposto con la  tecnica del cubismo, tende a deformare la realtà e a geometrizzare le forme. In concreto Picasso ha utilizzato solo una scala di grigi per rendere la drammaticità di ciò che stava rappresentando. Come hanno sottolineato alcuni critici "la scena di guerra non è immediatamente identificabile per chi non conosce il contesto in cui è stata realizzata". (...) "La composizione è simmetrica (la scena è divisa in due zone uguali) mentre lo schema centrale è triangolare (due triangoli rettangoli). Intanto le figure laterali del toro a sinistra e della donna a destra fanno da quinte alla scena. L’impostazione è a trittico centrata a sinistra sul toro e sulla donna col bambino in braccio, al centro sul cavallo e a destra sulla figura femminile con le braccia alzate; tutte e tre le parti culminano in un grido di dolore."
I diversi simboli presenti nel dipinto aiutano a comprendere il significato drammatico del dipinto. Su questi Picasso però non diede una spiegazione univoca; anzi, quasi sempre si rifiutò di parlare della sua opera.
•  Il cavallo che urla, secondo alcuni critici rappresenta la natura ferita, secondo altri il segno di come la nobiltà e la fierezza (tipiche del cavallo, ma anche della Spagna) vengano ferite a morte dalla brutalità della guerra
Il toro, simbolo della Spagna, è presente nella cultura occidentale con un duplice significato: da un lato, rappresenta la fertilità, la virilità, la forza, dall’altro è l’oscuro nemico da battere (come nella corrida spagnola)
•  La donna col bambino morto in braccio, rappresenta il dolore universale dell’uomo
•  Il soldato caduto è il simbolo della gioventù distrutta dalle atrocità della guerra
•  Le donne, di cui una che scappa, una che regge un lume e un’altra che grida dall’interno di una casa, sono altri segni di dolore e rassegnazione
•  I segni della violenza (la ferita del cavallo, la spada spezzata in mano al soldato caduto, le bocche spalancate in un grido di dolore) rendono ancora di più tangibile la tragicità dell’evento
•  La luce non è più quella del Sole (che non continua a splendere su Guernica) ma proviene da due fonti artificiali: la lampada posta al centro della scena e il lume retto dalla donna dentro la casa;
• Il fiore in mano al soldato e l’uccello (forse una colomba) a sinistra della lampada sono, però, segni di pace e speranza
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Il lascito di Guernica nelle parole di Mario Iceta, vescovo di Bilbao
Come avevamo già approfondito nell'articolo precedente il bombardamento di Guernica rappresenta un termine post quem doloroso e universale nella storia dell'umanità: il sacrificio delle popolazioni civili nelle successive guerre, il sistematico uso della violenza, mirata e organizzata, su chi è privo di difese. In Spagna ogni anniversario è, come è ovvio, molto sentito poiché si tratta di una delle pagine più nere della recente storia del paese
Per il prossimo 80esimo anniversario del tragico evento saranno quindi organizzate cerimonie, momenti di riflessione e studio, come è già avvenuto negli anni passati. 
Sei anni fa, commemorando i 74 anni del bombardamento, il vescovo di Bilbao Mario Iceta, nato a Guernica nel 1965, raccontò ad Europa press come la famiglia da parte di sua madre riuscì a sopravvivere al bombardamento. «I miei nonni, così come mia madre, che all'epoca aveva nove anni, mia zia che ne aveva sedici e mio zio di sette - ricorda il prelato - fuggirono nelle campagne fuori dalla città. La casa della famiglia fu distrutta ma grazie a Dio tutti loro riuscirono a sopravvivere».
L'esperienza del bombardamento e di essere stati sfollati ha segnato quindi la famiglia del vescovo Iceta nonché la sua stessa sensibilità: «Guernica - ha specificato il presule  - è stato un evento luttuoso che non deve ripetersi mai più, deve stare davanti alle nostre coscienze come un evento del passato che ci deve insegnare cosa è stata capace di fare l'umanità, dobbiamo imparare dai nostri errori e dal nostro passato. Le celebrazioni che ci apprestiamo a compiere ogni anno devono essere dei concreti atti volti alla ricerca della pace, che è un dono che il Signore ci concede e che noi siamo tenuti a costruire con impegno e costanza».
Sono parole, queste pronunciate da mons. Iceta sei anni fa, che risuonano spesso in questi giorni in cui sembra che la lezione di Guernica di 80 anni fa - e tante altre ancora più drammatiche del resto del XX secolo - non sia stata sufficiente all'umanità per mostrare le crudeltà di che è stata capace
Gli appelli del Papa per la Siria e nel caso di altri teatri di guerra sparsi nel pianeta; le parole del Segretario per le relazioni con gli altri Stati mons. Richard Gallagher a proposito del bombardamento atomico di Hiroshima e quelli di tanti altri osservatori e operatori di pace ci ricordano che siamo ancora tristemente lontani dal quel traguardo di pacifica convivenza che tutti agognamo.