giovedì 20 aprile 2017

Regno Unito
Newman e il figlio maggiore della parabola. L’orizzonte di Dio
L'Osservatore Romano
(Hemann Geissler) Nel discorso Idee preconcette in religione, pronunciato il 4 dicembre 1831, John Henry Newman, come parroco anglicano di Santa Maria Vergine a Oxford, cerca di mettere in luce i sentimenti del figlio maggiore della parabola del padre buono. Il comportamento del padre nei confronti del figlio pentito può sembrare, a prima vista, come una «trasgressione delle regole dell’equità e della giustizia». Newman infatti afferma che, per affrontare la “difficoltà” secondo cui su questa terra spesso i malvagi stanno bene e i buoni devono soffrire, Dio «ha consentito più e più volte di dichiarare la regola che non devia dal suo governo — favore per colui che obbedisce, punizione per il peccatore».
Basandosi su simili pensieri, il fratello maggiore non riesce a comprendere perché il padre abbia organizzato una festa per il figlio ritornato, mentre egli non abbia mai ricevuto un tale dono. La sua incomprensione si dimostra con le parole: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici (Luca, 15, 29)». Tali parole fanno vedere come anche il fratello maggiore pur rimanendo a casa si sia interiormente allontanato dal padre. Come risponde il padre a questo rimprovero? Newman descrive la risposta come istruttiva: essa «è una sanzione della grande verità che sembrava essere messa in pericolo; cioè, che, alla fine, non è la stessa cosa l’obbedire e il disobbedire, in quanto essa ci manifesta espressamente che il penitente cristiano non viene posto sulla stessa base di coloro che hanno servito Dio consistentemente fin da principio». Il padre, infatti, dice: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo (Luca, 15, 31)». Il padre vuol quasi ricordare al figlio maggiore come egli lo ama: «Tu hai la mia piena fiducia. Tu sei sempre con me; e, allora, puoi tu veramente borbottare perché io, con un semplice gesto di contentezza, dimostro la mia soddisfazione per il recupero di un peccatore, e lo consolo con una promessa di misericordia; lui che, prima di udire una simile parola, stava annegando nel terrore di una meritata punizione?». Per quale motivo il fratello maggiore non riesce a comprendere il comportamento del padre nei confronti del figlio pentito? Newman mira a rispondere a questa domanda, cercando di entrare nel cuore del fratello maggiore. Il predicatore accenna innanzitutto a un pensiero troppo gretto, troppo umano, troppo dettato dalla pura routine: «Il figlio maggiore aveva sempre vissuto a casa sua; aveva visto le cose andare avanti per un’unica strada e, com’era naturale e giusto, si affezionò a loro in quell’unica maniera. Egli credeva di capire il modo di agire di suo padre e, quando gli capitò un avvenimento per il quale non si era mai preparato in precedenza, si perdette perché fu improvvisamente buttato fuori da quel cerchio preconcetto in cui aveva camminato fino a quel momento». Dio è diverso e più grande di quanto noi lo immaginiamo. E le sue vie sono diverse e più meravigliose di come noi pensiamo. Non dobbiamo chiudere Dio dentro il nostro piccolo orizzonte, ma rimanere aperti per il suo mistero che spesso ci sorprende. Non idee preconcette, ma generosa apertura per il suo agire: questo è l’atteggiamento retto nei confronti di Dio.
Newman passa ancora oltre e caratterizza l’atteggiamento del figlio maggiore come prepotenza. Secondo lui, i cristiani che sono su questa scia «non diventano soltanto ultra-fiduciosi di conoscere le vie di Dio, ma sono anche sicuri di questa loro ultra-fiducia. Non amano essere contraddetti nelle loro opinioni e, in generale, sono più tenacemente attaccati a quegli stessi punti che sono in modo particolare opera della loro propria invenzione. Si dimenticano che tutti gli uomini sono solo alla scuola della verità divina, e che loro stessi dovrebbero sempre essere pronti a imparare, e che possono essere sicuri della verità del loro credo, senza cercare di assicurarsi di trovare la stessa verità nei dettagli delle opinioni religiose». Newman è convinto che la vera fede è sempre aperta «con occhi svegli e orecchie aperte, nell’attesa di qualche segnale della volontà di Dio, sia che egli parli per mezzo della natura o per mezzo della grazia». Non prepotenza, ma riverenza e disponibilità verso la divina provvidenza caratterizzano i cristiani autentici.
In un terzo passo Newman fa presente che l’atteggiamento del figlio maggiore è anche espressione di ingratitudine. L’autentica fede è sempre connessa con la gratitudine: «Dio opera meravigliosamente nel mondo e, in certi periodi della storia umana, la sua provvidenza assume un aspetto nuovo. La religione sembra venir meno, quando non fa altro che semplicemente cambiare forma. Sembra che Dio abbandoni per un istante i suoi prestabiliti istrumenti e che conferisca ogni onore a coloro i quali sono stati modellati nella esplicita disobbedienza dei suoi comandamenti. Per esempio, qualche volta sembra che benedica gli sforzi di coloro che si sono separati dalla sua santa Chiesa più che quelli dei suoi leali operai. Qui si ha la prova della fede del cristiano il quale, se così stanno le cose, non deve opporsi a questo fatto, nel timore di potersi trovare eventualmente in lotta contro Dio. Ma egli deve prendere ogni cosa come un dono di Dio, tenersi saldo nei suoi principi, non rinunciare a essi perché le apparenze sono per quel momento contro di essi, ma deve credere che, alla fin fine, tutte le cose si appianeranno nel vero». Fiducia verso la divina provvidenza, quindi, non significa incertezza o instabilità, ma umile fermezza nella verità del Signore Gesù.
Infine, Newman mette in guardia nei confronti di un vizio che aveva corrotto il fratello maggiore e bussa sempre anche al nostro cuore: la scontentezza che può trasformarsi anche in durezza. «Guardiamoci da ogni forma di scontentezza; e, siccome non possiamo fare a meno di udire quello che accade nel mondo, guardiamoci bene da ogni sentimento intemperante e aspro verso coloro che hanno opinioni diverse dalle nostre. Preghiamo per i nostri nemici; cerchiamo di comprendere che gli uomini sono buoni per quel tanto che possono essere giustamente e sicuramente considerati come tali; rallegriamoci a ogni sintomo di pentimento, o a qualunque manifestazione di buoni principi in coloro che si trovano dalla parte dell’errore. Siamo indulgenti». Contentezza e gioia per i doni degli altri: questi atteggiamenti ci proteggono dalla durezza di cuore del fratello maggiore, ci danno serenità e fiducia.
L'Osservatore Romano, 20-21 aprile 2017