martedì 18 aprile 2017

Mondo
Nelle omelie di Pasqua. Risurrezione e speranza
L'Osservatore Romano
L’auspicio di un mondo senza violenze e persecuzioni: è stato questo il tema predominante delle omelie e dei sermoni pronunciati dai rappresentanti delle confessioni cristiane che, quest’anno, hanno celebrato insieme la Pasqua. «Dio — ha ricordato dalla basilica del Santo Sepolcro l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico «sede vacante» di Gerusalemme dei Latini — voleva salvarci dall’ultimo nostro nemico: la morte.
La morte è dove non c’è Dio, la morte è nelle tremende situazioni delle popolazioni di Siria, Iraq, Yemen, in ciò che è accaduto ai nostri fratelli copti che, ancora una volta, sono stati tremendamente massacrati in Egitto, a Tanta e ad Alessandria, nelle ferite, nella geografia della nostra Terra santa».
Se crediamo davvero nella resurrezione, «se crediamo alla forza dello Spirito, alla forza della parola, se affidiamo tutte queste situazioni a Lui, se le facciamo diventare domanda, preghiera, grido, allora — ha spiegato monsignor Pizzaballa — queste stesse situazioni diventeranno un sentiero di vita. Non ripieghiamoci o chiudiamoci nelle nostre paure. Non permettiamo alla morte e ai suoi sudditi di spaventarci. Sarebbe un negare con la vita la nostra fede nella risurrezione. E non limitiamoci nemmeno a venerare questo sepolcro vuoto. La resurrezione è l’annuncio di una gioia nuova che irrompe nel mondo che non può rimanere rinchiusa in questo luogo, ma che da qui deve ancora oggi arrivare a tutti».
Anche il cardinale Mario Aurelio Poli, arcivescovo di Buenos Aires, ha sottolineato nella sua omelia che «con la resurrezione inizia una missione per tutte le nazioni e il messaggio centrale sarà per sempre che Egli vive, è resuscitato dai morti, come aveva promesso e ci ha aperto le porte del cielo che il peccato aveva chiuso». Per Poli, «Pasqua significa che qualcuno, Gesù, facendo sua la nostra umanità, è passato dalla morte alla vita e con Lui tutti coloro che credono passeranno da questo mondo al Padre, anche se devono sopportare momenti di morte fisica. Pasqua — ha aggiunto il porporato — è il centro della nostra fede, la fonte di ogni grazia che proviene dai sacramenti che noi chiamiamo pasquali. Se celebreremo la Pasqua confermeremo la fede nel Risorto, che è venuto a riscattare ciò che c’era di divino nell’uomo e che con la sua resurrezione ha aperto la storia chiusa delle nostre miserie e che adesso è illuminata dalla misericordia». L’arcivescovo di Buenos Aires ha concluso con l’auspicio che la «Pasqua ci confermi nella resurrezione di Gesù e nella convinzione che tutto si può redimere poiché Egli ha detto: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”».
Secondo il patriarca di Mosca, Cirillo, «la via del Salvatore è la via dell’amore», osservando che seguendo Cristo «si apprende il mistero della felicità umana dischiusoci da Dio, che è nascosto nell’amore incondizionato che tutto perdona, mostrato dal Salvatore sulla croce, che dovrebbe riflettersi nella nostra vita». Nel suo messaggio in tv, il primate della Chiesa ortodossa russa ha detto che «l’inferno non è un luogo ma uno stato d’animo, è la vita senza Dio. Per nostra volontà decideremo di restare in uno stato infernale senza Dio, lontani dal nostro prossimo; allora, le porte del paradiso per noi resteranno chiuse poiché — ha concluso — non vi è altra via verso la vita eterna se non seguire Cristo, tenendo la sua mano e seguendo la sua strada».
Dalla comunità di Taizé, il priore, fratel Alois, nella preghiera pronunciata in occasione della Pasqua ha sottolineato: «Gesù Cristo, con la tua risurrezione sei diventato la nostra speranza. La morte, la violenza e l’abbandono non hanno avuto l’ultima parola. Anche se permani invisibile, noi possiamo accoglierti nella nostra preghiera, e possiamo servirti in ogni persona che incontriamo, specialmente in chi soffre. A tutti prometti la gioia di Dio per sempre».
Un pensiero alle vittime degli attacchi terroristici in Egitto e alle comunità cristiane perseguitate nel mondo è stato rivolto dal primate della Comunione anglicana, Justin Welby, arcivescovo di Canterbury: «Oggi in tutto l’Egitto il popolo di Dio si è riunito per adorare colui che era morto e adesso è vivo. Sette giorni dopo gli orribili attentati contro queste comunità cristiane, sarà proclamata e vissuta la risurrezione. La fede cristiana comincia con colui che è risorto dai morti. Gesù il Crocifisso è vivo. Nei percorsi difficili che tutti noi affrontiamo, nei momenti in cui subiamo una perdita — ha detto nel sermone pronunciato in cattedrale — la comunità di testimoni della resurrezione deve restare a fianco e, con amore e dolcezza, portare la speranza».

L'Osservatore Romano, 18-19 aprile 2017