mercoledì 12 aprile 2017

Avvenire
(Stefania Falasca) Forse è il sangue sopra un ramo d'ulivo buttato tra i calcinacci di una chiesa esplosa in Egitto l'immagine simbolo di una pace a pezzi alla quale non ci si può abituare. E dall'Egitto alla Siria, al Congo, o in Sud Sudan, in Yemen... ancora vittime a dire che ogni guerra è inaccettabile. Perché ogni guerra è crimine, follia, suicidio dell'umanità.
La guerra è lontana? No. È vicinissima, perché la guerra tocca tutti, la guerra incomincia nel cuore. Anche a noi, allora, si indirizza il grido accorato del Papa che ci mette sotto gli occhi «l'impulso distorto» che rende indifferenti alle sofferenze dell' altro e fa dire «a me che importa?».Questo atto di accusa e questo invito al ravvedimento è rivolto a ciascuno di noi che nel quotidiano ci comportiamo come Caino e non vogliamo essere 'custodi del fratello', e nel nostro egoismo ripetiamo «a me che importa?». Ma dietro a eventi globalmente devastanti come le guerre non c' è solo l'indifferentismo individuale, l’assuefazione al «paganesimo dell'indifferenza», c' è di più, e non sono solo le ideologie che forniscono una giustificazione: «Dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c' è l' industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: 'A me che importa?'».
È conversione provare dolore, passare dall'indifferenza al pianto e alla vergogna per tutte le vittime della follia. La pace non può scaturire dai deserti dell'orgoglio e degli interessi di parte, dalle terre aride del guadagno a ogni costo e del commercio delle armi.
Pax Christi e Caritas italiana invitano oggi perciò alla preghiera e al digiuno per le vittime della follia dei conflitti, ma anche all'indignazione contro la guerra e le armi, comprese quelle nucleari di cui si parla all'Onu in questi mesi. «Solo la pace è santa, e non la guerra!». Spiegando che pace vuol dire «perdono», «accoglienza», «collaborazione» ed «educazione». Che «siamo chiamati a liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza, dei fondamentalismi e dell'odio». Quante volte si sono ascoltate queste parole: «Ci siamo posti in ascolto della voce dei poveri, dei bambini, delle giovani generazioni, delle donne e di tanti fratelli e sorelle che soffrono per la guerra; con loro diciamo con forza: No alla guerra! Non resti inascoltato il grido di dolore di tanti innocenti. Imploriamo i responsabili delle nazioni perché siano disinnescati i moventi delle guerre: l'avidità di potere e denaro, la cupidigia di chi commercia armi, gli interessi di parte, le vendette per il passato. Aumenti l'impegno concreto per rimuovere le cause soggiacenti ai conflitti: le situazioni di povertà, l' ingiustizia, terreni fertili per il dilagare dei fondamentalismi». Ma si può sperare in un nuovo tempo in cui il mondo globalizzato diventi una famiglia di popoli? Si può attuare la responsabilità di costruire una pace vera, che sia attenta ai bisogni autentici delle persone, che prevenga i conflitti con la collaborazione, che vinca gli odi e superi le barriere con l' incontro e il dialogo? «Nulla è perso con il dialogo, praticando effettivamente il dialogo - aveva detto il Papa ad Assisi -. E niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace».
L’ impegno comune per la pace fa parte dell'apertura vissuta con piena gratuità nella fede. E la via per manifestare questo atteggiamento di apertura per il dono della pace è anche la preghiera nella condivisione e nella collaborazione fattiva. La via per il dono della pace è la preghiera con gli altri. Perché «la pace è un dono, un dono che si merita con il nostro lavoro, ma è un dono».
La conseguenza di questo senso per la gratuità del risultato è che insieme con la strada del negoziato e del dialogo - molto importante - c' è anche quella della preghiera, come aveva affermato Francesco in un incontro interreligioso per la pace nel 2014. Sul volo di ritorno dalla Corea definì quell'incontro «passo fondamentale di atteggiamento umano» al quale diede un nome suggestivo: «Porta della preghiera». E se aprire questa porta è ammettere che i frutti di tale impegno sono regalati da Dio, non vedere la porta aperta non significa la sua chiusura. Forse adesso il fumo delle bombe, delle guerre, del terrore non lascia vedere la porta: ma la porta è rimasta aperta da quel momento. Questa porta per i cattolici non è una pia illusione, e neppure un'opzione. Per primi abbiamo ognuno il dovere di cercarla, e di attraversarla.