lunedì 10 aprile 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Venerdì scorso, 7 aprile, alcuni attentatori hanno rubato un camion fermo per delle consegne lungo le strade di Stoccolma e lo hanno condotto a folle corsa contro i pedoni che si trovavano in strada per farlo, poi, schiantare contro un centro commerciale. Bilancio 4 morti e una ventina di feriti tra i passanti inermi. Già dopo mezz'ora dall'attentato le nostre TV si collegavano in diretta con la capitale svedese. Tutte le principali reti televisive fermavano la normale programmazione per mandare in onda, giustamente e opportunamente, edizioni straordinarie dei telegiornali.Le redazioni si affrettavano a  rimodulare i contenuti dei talk show per garantire in tutta la serata, e in qualche caso anche per tutta la notte, i collegamenti in diretta con i luoghi dell'evento e con tutte le capitali europee.  Per interminabili ore commentatori, più o meno colti di sorpresa, e lucidi esperti si sono vicendevolmente alternati in video per dare la loro preziosissima opinione, per illustrarci in diretta ciò che stava avvenendo e per aiutarci a capire meglio. Appena intuito di che cosa si era veramente trattato, i leaders dei diversi paesi europei e della sua Unione si sono precipitati a rilasciare dichiarazioni che, condannando senza appello ciò che era stato così vilmente commesso, esprimevano vicinanza, cordoglio, affetto al popolo svedese e a tutte le famiglie delle vittime. Niente di nuovo, un dejà vu a cui ci stiamo abituando. 
Ieri, domenica delle palme, due violentissimi attentati hanno colpito i fedeli delle chiese cristiane copte di Tanta e Alessandria in Egitto provocando la morte di quasi 50 persone e il ferimento di altre 120. Forse nell'attentato di Alessandria l'obiettivo prescelto e ricercato dai terroristi era proprio quello di assassinare il patriarca copto Tawadros II. Mi sarei aspettato la solita copertura televisiva, l’interruzione delle programmazioni, la mandata in onda di edizioni straordinarie dei Tg e l’arrivo delle ferme prese di posizioni di condanna e di solidarietà con le vittime da parte di chi ci rappresenta nelle istituzioni. Tuttavia così non è stato. 
Nessuna trasmissione televisiva è stata bruscamente interrotta, nessuna programmazione TV è stata modificata e nessun palinsesto è stato stravolto per mandare in diretta le immagini di ciò che stava succedendo e che i network arabi stavano diffondendo già da ore sui loro schermi. Nessun esperto o commentatore è stato richiamato dal riposo domenicale, magari con un veloce collegamento telefonico, per aiutarci a capire cosa era successo, per dare il proprio parere o per approfondire ciò che era appena accaduto. Nessuno, o quasi, dei leader politici europei e mondiali si è sentito in dovere o in obbligo di rilasciare alla stampa una semplice e stringata dichiarazione per condannare ciò che era stato appena commesso e esprimere solidarietà a chi era stato colpito da quel cieco odio. Solo il presidente palestinese Abu Mazen si è affrettato a condannare immediatamente l’episodio e a esprimere la piena solidarietà sua e del suo popolo ai fratelli cristiani così violentemente colpiti. Se non fosse stata per la concomitanza della messa in onda in diretta TV da Piazza San Pietro della funzione del Papa per la celebrazione della domenica della Palme, nessuno avrebbe saputo in tempo reale di quello che era successo in Egitto.
Perché questo diverso modo di dare le notizie, di informare il pubblico e di reagire dinnanzi all'azione scellerata di terroristi dalla stessa guisa ? Perché nessuno dei "capi del mondo", neanche quel Donald Trump che ogni momento inonda il mondo di twitter per raccontarci ogni cosa che pensa,  ha sentito l'esigenza di esprimere solidarietà al popolo egiziano, alla comunità copta, ai cristiani colpiti da un così grande dolore ? A onor del vero ieri sera il presidente Trump un twitter sugli attentati in Egitto se lo è lasciato sfuggire, ma più per affermare di confidare nel polso fermo del Presidente egiziano Al Sisi che per esprimere solidarietà e vicinanza alla comunità cristiana copta colpita.
Perché nessuno ha sentito il bisogno di proporre una fiaccolata, di accendere qualche candela in una delle tante piazze europee oppure di proporre sui social network uno slogan del tipo  "je suis copte" che ormai, dopo gli attentati di Parigi, sono diventati l'emblema del sentimento popolare di sdegno verso chi uccide e di vicinanza verso le vittime ? Forse perché Stoccolma è una capitale della nostra Unione Europea a 27 mentre Tanta o Alessandria d'Egitto non lo sono e, a dirla tutta, probabilmente non abbiamo neanche idea di dove si trovino realmente nella cartina geografica ? Può darsi, ma perché allora quando è stato commesso l'attentato alla metropolitana di San Pietroburgo, in quella Russia che non solo non fa parte dell'Unione Europea ma che con noi europei non ha più neanche rapporti di buon vicinato, si è dato ampia diffusione alla notizia stravolgendo anche allora tutta l'informazione televisiva ? Forse perché Stoccolma o San Pietroburgo sono in linea d'aria a noi più vicine di Tanta o di Alessandria d'Egitto ? No, non può essere perché tutte e 4 distano da Roma pressappoco allo stesso modo, 2000 o 2100 km. Forse perché era certo che quelli di Stoccolma e San Pietroburgo erano con tutta probabilità attentati di matrice Isis, mentre quelli in Egitto potevano essere attribuiti a qualche regolamento di conti locale che poco può e deve interessare noi occidentali che ci ricordiamo del Mediterraneo solo quando dobbiamo fare i conti con le ondate di migranti o delimitare le aree di pesca ? Mah, difficile da credere anche perché l'Isis non ha tardato a rivendicare la paternità di questi due attentati di ieri in Egitto mentre non lo ha ancora fatto per quello di Stoccolma.
Ma, allora, perché questo modo diverso di trattare notizie del tutto simili ? Con tutta probabilità perché, nonostante tutto quello che si voglia dire o sostenere, siamo proprio noi i primi a creare vittime di serie A e vittime di serie B, o a distinguere tra attentati più meritevoli di condanna e attentati che, considerati luoghi e soggetti coinvolti, possono comunque essere meglio assimilati.  Se un attentato, fosse anche solo un innocuo tentativo di car ramming o l'uso di un coltello da parte di chi può essere meglio definito come squilibrato che come attentatore terroristico provetto, avviene nelle strade di una nostra città europea allora ci troviamo dinnanzi a un fatto gravissimo che merita, giustamente e opportunamente, di essere veicolato a tutti subito, senza sosta e con ogni dovizia di particolare. Guai in questo caso non esprimere solidarietà o mostrarsi vicino a chi soffre perché il pubblico ludibrio su internet o su facebook è dietro l’angolo. In questa casistica non bisognerà attendere tanto per vedere i nostri politici, tutti quanti in coro, non perdere un solo istante per collegarsi o preparare impegnati comunicati stampa dove esprimere vibranti condanne di ciò che avviene, riaffermare il valore della vita e pronunciare accorate parole di solidarietà. Il tutto accompagnato dall'impegno di fare ciò che è in loro il potere per evitare che certi fatti si ripetano.
Se, invece, due attentati simultanei uccidono quasi 50 fedeli cristiani dentro le loro chiese in Egitto dove si erano riuniti per pregare e lodare il Signore in una domenica importante per loro così come per noi, allora non ne vale la pena di scomodare il normale svolgimento dei palinsesti TV, non serve accendere ceri sulle piazze a memoria di chi è morto, non ci meravigliamo se chi "comanda" e ci “rappresenta” non  mostra la propria solidarietà a nostro nome alle popolazioni colpite. No, non ci scandalizziamo affatto. Non sentiamo assolutamente il bisogno di farlo perché, in fin dei conti, non sentiamo nostra quella tragedia. Per noi quei morti di ieri non valgono quanto i nostri morti. Quelle vittime inermi sono lontane dal nostro cuore, sono caduti che non ci appartengono. Certo sono stati trucidati,  tuttavia in cuor nostro non riusciamo a dare al loro sacrificio la stessa importanza che diamo quando dobbiamo trattare dei lutti di casa nostra o del versamento del nostro sangue all’estero. Ieri sono morti dei cristiani come noi, uomini e donne che credono in quel Gesù Cristo che ci ha sempre insegnato l’universalità dell’uomo. Ciò nonostante facciamo troppa fatica a considerare nostri questi morti. Qualcosa dentro di noi ci spinge sempre a considerarli in modo diverso. Prima di essere nostri fratelli nella fede, e nel sangue, sono comunque sempre degli arabi o dei nord africani che, come tali, sentiamo di dover trattare in modo diverso anche davanti all’azione abominevole del terrorismo internazionale che vogliamo combattere assieme.
Volete una prova di questo ? Aprite l’homepage di  qualsiasi testata giornalistica online e leggete i commenti dei lettori a margine delle notizie sugli attentati di ieri. Io lo ho fatto e sono rimasto di gesso. Il commento più delicato tra i tanti sconnessi pensieri era “Le religioni? Sono solo il male peggiore del mondo” oppure “Si scannano a vicenda, poco male, quando avranno ultimato finirà tutto”. Cosa avremmo detto noi se davanti ai morti del Bataclan a Parigi qualcuno avesse scritto come commento “la musica, il modo migliore per morire” oppure “volevano una serata movimentata, ecco sono stati accontentati” ? Perché se dei giovani europei vengono trucidati in un attentato terroristico in una discoteca parigina non possiamo che essere seri, attoniti, rispettosi del dolore altrui e composti, mentre se dei fedeli cristiani vengono egualmente trucidati in una chiesa egiziana ci sentiamo in diritto di passare sopra le loro sofferenze. Non siamo tutti uguali, uomini che meritano di vivere la propria vita ?
No, evidentemente no. Gli egiziani, che ieri hanno perso la vita per il solo fatto di aver voluto partecipare a una messa, non riusciamo proprio ad  equipararli ai nostri concittadini europei, russi, americani o canadesi vittime di attentati nel loro stesso modo. Gli attentati non sono tutti uguali per noi. Quelli che ci riguardano direttamente sono davvero degli attentati indegni e turpi che ci devono spingere all’uso di qualunque forza per debellare il male. Quelli, invece, che accadono in paesi che, per varie e multiformi ragioni o pregiudizi, riteniamo essere inferiori ai nostri standard culturali e sociali sono solo la prova evidente di ciò che pensiamo, ovvero che lì la nostra grande cultura e la nostra democrazia non sono ancora arrivate e quindi che si “scannino” pure tra di loro.
La realtà in tutto questo è che siamo noi i primi a non dare il giusto peso all'inviolabilità di ogni vita umana, chiunque l'attenti e chiunque debba soffrirne la criminale azione. Il terrorismo, quello che diciamo di voler combattere in ogni modo e dovunque, se non altro perché attenta al sacrosanto diritto di ogni uomo di vivere la sua vita, non è per noi tutto uguale, ma soprattutto non sono uguali le vittime che provoca. Bisogna avere il coraggio di ammettere che se il terrorismo non avesse iniziato a bussare alle nostre porte, portando la morte nelle nostre strade e piazze, noi “occidentali” non ci saremmo mai occupati dell’Isis, di Al Qaeda o di tutta quella galassia terrorista che da decenni attenta alla vita dei cristiani, delle minoranze religiose e degli stessi musulmani moderati nei paesi asiatici, medio orientali e africani. Il nostro egoismo e il nostro menefreghismo ce lo avrebbe impedito. Il problema che ci dobbiamo porre tutti non è quello di dover considerare la lotta al terrorismo come un impegno globale, ma far sì che sia veramente così nella realtà di ogni giorno e nel nostro ragionamento quotidiano di fronte agli eventi che accadono nel mondo intero e non solo nell’irto di casa.
Continuare a raccontarci la favoletta che bisogna lottare contro il terrorismo fianco a fianco tutti assieme perché questo è un problema di tutti, per poi trattare i singoli eventi con due pesi e due misure solo perché avvengono in aree diverse, non fa altro che aiutare i terroristi nel loro scopo principale, insinuarsi nelle piccole crepe che noi creiamo affinché diventino enormi voragini. Dobbiamo renderci conto che non siamo solo noi abili e capaci di guardare e giudicare il resto mondo. Lo sanno fare e lo fanno anche gli altri. Ieri il mondo “occidentale” ha perso l’occasione per dimostrarsi unito e coeso nel condannare gli attentati in Egitto e mostrare la piena e convinta solidarietà a quelle vittime, alla loro comunità e a chiunque abbia sofferto. Il terrorismo si combatte esaltando sempre il valore della vita e dell’importanza di ogni singola esistenza umana a prescindere da ogni altro fattore o condizione.
L’unica voce chiara, forte e, purtroppo, provata da quanto successo ieri è stata quella di Papa Francesco e della Chiesa. Il Papa ha sempre condannato ogni forma di violenza, di terrorismo e di guerra. Il Papa non ha mai fatto distinzioni e non ha mai fatto mancare vicinanza, solidarietà, commozione e partecipazione viva alla sofferenza di chi ha subito e subisce attacchi terroristici. Il Papa non valuta i contorni di ciò che accade ma esalta l’importanza e l’imprescindibilità del valore vita su ogni altra cosa. Questo ci insegna la Chiesa perché questo discende dall’insegnamento di Cristo. Purtroppo, però, non lo abbiamo ancora capito o, molto probabilmente, non ci va di capirlo perché partiamo dal pregiudizio che, in un modo o nell’altro, ciò che subiamo noi è sempre un torto mentre ciò che subiscono gli altri è, in qualche modo, sempre colpa loro. Tutti noi siamo più inclini a badare al contorno e giudicare in base alla sua reale consistenza. Solo modificando questo atteggiamento, ognuno per parte propria, possiamo davvero avere le chance per sconfiggere questo terrorismo moderno che, più delle stesse armi e dello stesso esplosivo, mira a dividere la società facendo leva sui nostri pregiudizi ed egoismi.