giovedì 13 aprile 2017

Mondo
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) A Domusnovas, un piccolo comune sardo a 50 km da Cagliari, da qualche tempo si costruiscono bombe. Ad onor del vero bisognerebbe precisare che si realizzano ogive e involucri per ordigni bellici, tuttavia il succo del discorso non cambia. Gli affari vanno bene, molto. Neanche l’insularità, elemento negativo per tantissime altre produzioni per via dell’alto costo dei trasporti, riesce a intaccare questo settore merceologico.  Le commesse fioccano, la linea produttiva corre e si garantiscono tante buste paghe mensili, quasi un centinaio, in un territorio dove vi è solo disoccupazione. Da alcuni anni in questa landa desolata di Sardegna si è creato un gemellaggio indotto dalle vicissitudini oscure della vita.
Da una parte l’Arabia Saudita che, avendo in corso una guerra nello Yemen, ha bisogno di rifornimenti bellici continui, dall’altra un’azienda che vuole produrre e ottimizzare i guadagni producendo armi. Sullo sfondo restano i dipendenti, gli impiegati, gli operai sardi che ogni giorno, per sfuggire alla disoccupazione, sono costretti a produrre qualcosa che, prima o poi, porterà morte a dolore a dei propri simili in qualche parte del mondo.
A guardarla con gli occhi dell’economista o del libero mercato non c’è nulla di male nel fabbricare queste bombe, soprattutto perché si danno posti di lavoro che, se si chiudesse, nessun altro garantirebbe. Poi, ci tengono ad aggiungere per le strade del paese, non si compie nulla di illegale. Assolutamente, la ditta paga regolarmente le tasse, ha le autorizzazioni del governo italiano, è ligia nel rispettare le prerogative dei dipendenti. Insomma, si assiste soltanto a quello che in gergo tutti noi abbiamo sempre sentito enunciare come regola base dell’economia di mercato: a una data domanda corrisponde un’adeguata offerta. Punto.
Se si va in giro per il centro abitato a chiedere qualche altro commento o impressione sulla presenza di quella fabbrica di bombe, nessuno ha tanta voglia di parlare, anzi nessuno ha alcuna voglia di parlare. Chi, per ruolo o per impegno civico, non può sottostarsi alle domande ribadisce solo due cose molto semplici. C’è così tanta disoccupazione da poterne esportare con gli autocarri pieni, se chiude questa fabbrica si perdono anche queste ultime buste paga che permettono a quasi un centinaio di famiglie di vivere e all’economia del paese di respirare. D’altronde, aggiungono, se non le si producono qua le bombe lo farebbero da qualsiasi altra parte perché farlo non è proibito, quindi perché dobbiamo essere noi a doverci sacrificare due volte ?
Si, certo è così. Perché, nell’era della globalizzazione senza confini, dover rinunciare a produrre qualcosa che ti da reddito se questo non è illegale, proibito e non cozza contro nessuna legge positiva che si ha l’obbligo di rispettare ? Per di più perché doverlo fare quando si ha la certezza che poi altri lo farebbero al tuo posto e a te non resterebbe che la disoccupazione con l’ulteriore triste scelta di dover diventare un “migrante nostrano” ? Forse perché comunque c’è quel sentimento di pudore nel dover ammettere che si sta comunque producendo qualcosa che arrecherà solo dolore e morte ? Forse perché nella parte più nascosta della propria coscienza qualcosa ti dice comunque che ciò che fai ogni giorno, pur essendo formalmente corretto,  non è poi così tanto giusto, bello, chiaro e pulito ? Forse perché ti senti in colpa quando, proprio tu che da operaio sei impegnato 8 ore al giorno nel confezionare ogive e involucri per bombe, senti dentro di te come macigni le parole di Papa Francesco che si appellano alla coscienza di chi “costruisce e traffica armi per denaro” affinché cessi questo uso spropositato di violenza e di sangue che genera odio continuo ? Ci siamo mai chiesti o posti il problema di cosa noi faremmo se fossimo nei panni di chi lavora in quella fabbrica solo per poter avere uno stipendio che altrimenti non avrebbe ? Come ci sentiremmo noi davanti alle parole di un Papa che ci riguardano da vicino e toccano i nostri interessi più vivi ?
Nessuno dei dipendenti di questa fabbrica di armi può e vuole parlare. Non solo non vogliono aggiungere altro a quanto già tanti  dicono sul loro conto e su come siano pericolose le loro forniture militari, ma hanno la precisa consegna della ditta a tacere su tutto e, soprattutto, a non dare all’esterno alcun tipo di notizia su ciò che si fa e si conosce dentro le mura dell’opificio. Loro, i dipendenti, hanno inoltre un ulteriore incubo. La paura che la troppa pubblicità negativa e l’asfissiante pressione mediatica costringano la ditta a delocalizzare l’attività di produzione all’estero e, quindi, lasciare a casa le maestranze locali. Tuttavia non è possibile trattenere tutto quello che si prova dentro di se proprio davanti ai richiami di un Papa, per di più come Francesco, in un periodo come il nostro, dove le tante guerre a pezzi stanno portando la società mondiale a ritenersi ormai inglobata in una guerra mondiale non dichiarata ma di fatto pienamente belligerante. Nessuna consegna per contratto o per vincolo di servizio può limitare l’esigenza di chi sente proprie nel cuore quelle parole del Papa, ma è costretto a produrre bombe per poter vivere, per poter dare da mangiare ai propri figli, per poter tirare a campare ogni giorno senza dover rubare, non pagare le tasse o chiedere al proprio comune quell’assistenza giornaliera necessaria per poter comprare le cose indispensabili ai propri figli.
Loro, i dipendenti tanto disprezzati di quella fabbrica, non possono parlare e questo, oltre a potersi capire benissimo perché oggi perdere il lavoro è come entrare in guerra, ci dimostra anche che la loro è una posizione senza libertà di espressione e di scelta. Ciò nondimeno, per loro parlano gli occhi bassi quando entrano da quelli cancelli per il turno quotidiano, parlano i loro modi sbrigativi per togliersi dalla pubblica via quando escono dalla fabbrica per tornare a casa, parla la loro voglia di essere lasciati in pace da chi, venuto da fuori con l’idea di saper tutto, fa troppo in fretta ad accusare tutti di essere “portatori di morte”. Ecco perché, insistendo e facendo capire loro che non si ha alcuna intenzione di metterli nei guai con domande e con richieste di informazioni troppo invasive, prima o poi, sempre e rigorosamente con notizie di terza o quarta mano, riesci comunque a comporre un puzzle che nessuno altro vuole evidenziare in modo chiaro una volta per tutte. I primi ad essere a disagio e ad avere consapevolezza di ciò che vuol dire fare quel lavoro sono proprio loro, i dipendenti di quell’azienda.
Nessuno di quei lavoratori è fiero di ciò che produce. Cercano semplicemente di lavorare al meglio per non perdere quel posto di lavoro che hanno e che, qui in questa terra abbandonata da tutte le istituzioni, è come l’oasi in un grande deserto. Non ci penserebbero due volte a costruire qualcos’altro con quel ferro e quell’acciaio, che sanno abilmente piegare alle esigenze dell’uomo, se solo fosse data loro la possibilità di scegliere, ma quella possibilità non c’è e nessuno gliela darà. Inutile, per loro, farsi illusioni. Producono bombe perché c’è chi, in tutta legalità, le ordina e le compra pagando in contanti. Questo si chiama business e, il mondo, è regolato da questo. Per loro tutto si chiude qua, come dentro un compartimento stagno. Questi dipendenti sanno che l’ipocrisia è dietro l’angolo. L’ipocrisia di uno Stato che parla di pace ma autorizza a fabbricare armi perché questo fa aumentare il Pil nazionale che si ha bisogno di pubblicizzare per vincere le elezioni, l’ipocrisia di una società che ripudia giustamente la guerra ma non si cura poi di chi non ha il lavoro, di chi lo perde o viene scartato dalla società, l’ipocrisia della stampa che accusa il traffico di armi ma che poi plaude giuliva quando un “potente della terra” spinge un pulsante per bombardare il “cattivo di turno”. L’ipocrisia di chi oggi scende in piazza contro chi lavora nelle fabbriche di armi, ma che domani accetterebbe di rimpiazzare quegli stessi dipendenti perché ormai noi tutti sappiamo che la società globalizzata vive su un grande e unico target “mors tua, vita mea”. Cosa dovrebbero fare queste persone, questi nostri fratelli che, per poter vivere, fabbricano materialmente le armi ?
La scelta per loro, tutta personale, è soltanto tra due cose molto semplici: lavorare per costruire bombe che uccideranno qualcun altro, chissà quando e dove, oppure  licenziarsi per tornare ad essere disoccupati in un territorio dove non c’è null’altro di produttivo. A questo si riduce la loro scelta, niente di più semplice. È inutile girarci attorno, qui non si è nel salotto di qualche circolo vip della politica dove si può dire tutto e il contrario di tutto tanto l’emolumento mensile, peraltro cospicuo, arriva lo stesso. Bisogna decidere se dar voce alla propria coscienza, che sa bene quale è il lavoro che si sta facendo ogni giorno e quanto il tuo contributo, seppur indiretto, sia comunque prezioso per chi poi usa quelle bombe sulla gente comune, e quindi scegliere di tornare a essere disoccupati, oppure se sia più urgente pensare a come dare da mangiare alla propria famiglia e, di conseguenza, lavorare senza porsi tante domande perché dentro di te il tarlo già lavora da solo. Una terza via, purtroppo, non esiste.
È una guerra tra poveri anche questa, guerra alimentata da una globalizzazione senza regole che sta al servizio di chi ha i soldi e di chi sfrutta in ogni modo le difficoltà dell’altro. Chi non ha lavoro, e sapendo che se perde il suo non ne troverà un altro, non è libero, non può esserlo. È troppo facile accusare qualcuno senza capirne la difficoltà oggettiva e metterlo in croce solo per questo senza cercare i veri responsabili che lucrano sulle scelte più importanti. Ciò che chiedono a gran voce dentro di loro questi dipendenti addetti, oggi, a costruire bombe, è solo la possibilità di lavorare dignitosamente per portare avanti la propria vita e la propria famiglia. Sono pronti, lo crediamo veramente, a dedicare la propria professionalità per realizzare altro che bombe e involucri per missili. Sarebbero felici di poterlo fare, forse anche guadagnando qualcosa in meno. Ma chi può assicurarlo o garantirlo  ? Loro sono oggi utili perché producono bombe, questo deve farci riflettere. Chi dei tanti politici che oggi vogliono far chiudere quella fabbrica assicura loro che poi, una volta chiusa la produzione di morte, il lavoro per loro e le loro famiglie non mancherà ? Possiamo accusare questi dipendenti di egoismo, davanti ad una società che si basa esclusivamente sul profitto personale e sul monetizzare ogni situazione a proprio vantaggio ?
Non sono in dubbio o in antitesi, neanche per questi dipendenti impegnati nel settore bellico, le parole accorate di Papa Francesco. Può sembrare strano ma è veramente così. Tutt’altro, proprio queste parole del Santo Padre sono per loro motivo di ulteriore crisi interiore e di profonda riflessione. Per ognuno di loro, anche se si cerca disperatamente di non pensarci per non esplodere dalla troppa pressione, le parole del Papa pesano il doppio. Pesano perché, fede personale a parte, danno ulteriore forza a quella vocina della propria personale coscienza che ogni istante ritorna a ricordare loro che, comunque la si voglia vedere o raccontare, si stanno sempre producendo bombe che uccidono bambini e non uova di Pasqua che fanno gioire i più piccoli. Pesano perché quelle parole sono comunque vere, concrete e inequivocabili. Pesano perché mettono in evidenza che per chi muore sotto le bombe c’è chi vive dal quel commercio e, seppur guadagnandoci onestamente e senza dover essere responsabile di alcun traffico, questo non può essere occultato o taciuto. Per di più, perché prendersela solo con questi lavoratori che costruiscono bombe e non con coloro che, sempre come lavoratori, realizzano droni militari, portaerei, navi da combattimento, caccia bombardieri o altre cose simili ? Non sono anche queste armi da guerre e di morte ? Ciò nonostante cos’altro possono fare ?
Crediamo veramente che se questi dipendenti decidessero, in un sussulto di grande ed estrema moralità individuale, di non voler più dare il loro personale contributo nel costruire bombe, allora non si troveranno altri disposti a farlo per la semplice paga giornaliera o, forse, addirittura per meno ? Crediamo veramente che chi riceve un semplice salario per svolgere un ruolo in quella catena di montaggio possa, una volta deciso di abdicare alla propria recondita coscienza, ricevere aiuto dalla politica o dall’opinione pubblica che ora non fanno altro che chiedere che quella azienda chiuda i battenti ? Credete veramente che, chiusa quella fabbrica di morte, domani ci sarà qualcun altro, forse lo Stato, a occuparsi di quelle cento famiglie quando non avranno più un reddito e, mentre chiederanno lavoro e pane, qualcuno gli risponderà semplicemente “mi dispiace” ?
Forse qualcuno che crede in tutto questo c’è davvero, tuttavia a non crederci affatto sono proprio i dipendenti di quella fabbrica che sanno bene, per avere diretta conoscenza della situazione di propri amici, parenti e vicini di casa, che perdere un posto di lavoro significa solo diventare un numero da pubblicizzare in tv come statistica del tasso di disoccupazione o povertà.
Ma allora che fare ? Come riuscire a coniugare le sacrosante parole di Papa Francesco sulla necessità di fermare la produzione e il commercio di armi, che rendono ricchi pochi uomini e uccidono troppi fratelli, con l’esigenza di non far perdere il lavoro a chi oggi produce con le sue mani e il suo ingenuo armi e bombe solo perché questo è l’unico modo che ha per guadagnarsi il pane quotidiano ? Forse con l’urgenza di dire semplicemente la verità delle cose  per avere, poi, il coraggio di essere conseguenti nei fatti a ciò che si dice di credere. Il vero problema di questa nostra società è l’iniquità galoppante delle cose che ci sta facendo perdere il buon senso che dovrebbe stare alla base di ciò che realizziamo, diciamo e proclamiamo ogni giorno. Tutto quello che vediamo e sentiamo è oggi privo di qualsiasi elementare buon senso. Basta prendere una notizia e analizzarla a fondo per rendersi conto che ciò che dovrebbe essere il “buon senso” vogliamo in ogni modo venderlo come trionfo del più utile “senso comune”. È così per ogni cosa.
Si guardi ad esempio all’intervento militare americano in Siria dopo l’uso, tutto ancora da provare, di armi chimiche da parte del governo di Assad. Ciò che ha prevalso in tutta questa operazione non è stato il buon senso, ma l’esigenza di far passare il senso comune del “ti punisco perché sei stato malvagio, troppo malvagio” che si è voluto a tutti i costi veicolare al mondo intero come unica scelta giusta in quel preciso momento. Il buon senso è un’altra cosa, è ciò che serve per riuscire a legare tutto prima che ognuno di noi sia obbligato a correre ai ripari aggrappandosi ai vari e sfaccettati sensi comuni di una società che ha perso la bussola ormai da troppi lustri. Il buon senso ci serve per costruire una società più giusta, più equa, più equilibrata che si basi su principi comuni a tutti e perseguibili con l’aiuto e l’azione concreta di tutti. Il senso comune, al contrario, è sempre troppo momentaneo, eccessivamente foriero di equivoci, suscettibile di troppe giustificazioni e, cosa più grave, esageratamente annodata a variabili interessi individualistici. Il buon senso ci spinge, ad esempio, a ritenere dannosa la produzione di armi semplicemente perché le armi portano alla morte. Il senso comune di oggi, invece, ci vuole portare sempre più ad affermare che la produzione di armi non è poi cosa così cattiva perché ci permette  di avere quanto abbiamo bisogno per difenderci. Questo diffuso senso comune non ci dice nulla però su quale deve essere il limite dell’uso delle armi che ognuno di noi può essere legittimamente autorizzato a fare e, quindi, il tutto si conclude in una grande e folle corsa a riempirsi di armi per paura o per terrore dell’altro. Il buon senso ci spinge ad affermare che più armi ci sono in giro per il mondo è più si rischia grosso, il senso comune invece ci vuole spingere oggi a credere che più armi ci sono in giro per il mondo e più si ha l’effetto deterrenza verso chi è “cattivo”. Non importa se questo riguardi il singolo cittadino o la più grande super potenza al mondo. Il ragionamento è lo stesso. Così come il libero cittadino vuole poter oggi portare un’arma addosso per proteggersi dal malintenzionato con lo scopo di far pesare la minaccia della sua risposta in caso di aggressione, così la superpotenza può mostrare i propri muscoli di fronte ad un avversario come deterrente non solo per incutere paura ma, anche, per fargli fare ciò che si vuole.
Insomma, ancora una volta ci deve venire obbligatoriamente in aiuto il Vangelo e tutto l’esempio di “buon senso” che Gesù ci ha lasciato del suo insegnamento. Gesù è stato un uomo di “buon senso” in ogni cosa che ha fatto. Questo è un dato di fatto che non può essere confutato, neanche da chi non crede in lui come Dio ma solo come uomo. Lui, Gesù, non si è mai schierato secondo il “senso comune” del suo tempo, ma ha ogni volta badato all’uomo o alla donna che aveva davanti guardandolo negli occhi e scrutando il suo animo. Si riguardi l’esempio della lapidazione dell’adultera. Gesù non si è unito al senso comune della folla che, con le pietre in mano e seguendo ciò che era la legge del tempo, voleva punire quella donna peccatrice. Gesù ha usato il “buon senso” e ha guardato quella vittima sacrificale, ormai rassegnatasi alla lapidazione, non con gli occhi di chi deve giudicare con senso comune delle cose. Così, come si deve fare davanti a una vita donata da Dio, ha perdonato e dato una seconda possibilità a chi invece doveva essere uccisa a colpi di pietra, peraltro lanciate anche da chi era stato complice con quella donna nel compiere peccato. Proprio perché il Vangelo ci parla del “buon senso” questo lo rende un libro ancora oggi attuale, carico di significato vivo, ricco di verità. Se fosse stato, al contrario, un semplice libro di precetti e di regole legate ai tanti “sensi comuni” di un epoca passata non sarebbe stato solo che un libro di storia passata, affascinante quanto si vuole, ma che nulla ci può più insegnare.
 La vita, tutta la vita di ognuno di noi, deve basarsi su un sano buon senso delle cose del mondo e non solo sul conformarsi a ciò che momentaneamente è percepito dalla maggioranza, o da ampi strati della società, come utile senso comune delle cose. Ritornando alla fabbrica di armi e ai propri lavoratori, è chiaro che il buon senso dovrebbe spingerci non solo ad auspicare che non si costruiscano più bombe in quell’azienda, ma anche che i lavoratori, bisognevoli di uno stipendio degno, siano messi in condizione di essere liberi dal poter decidere e protetti dalla mancanza di lavoro. Le parole di Papa Francesco, proprio perché legate al Vangelo e al valore della vita umana, non sono mai contro qualcuno, ma per l’amore verso qualcuno e per proteggere il dono della vita che ognuno di noi ha ricevuto. In fin dei conti non fabbricano e trafficano armi solo coloro che materialmente le compongono,le trasportano e ci guadagnano direttamente, ma anche tutti noi che, seguendo più il senso comune del momento che il buon senso nelle cose, permettiamo che si creino le condizioni perché questi traffici avvengano e si sviluppino.  Abbiamo mai riflettuto su questo ? Forse è ora di iniziarlo a fare.