mercoledì 12 aprile 2017

Libia
Libia, migranti venduti come schiavi
Avvenire
(Daniela Fassini) Non è immigrazione irregolare. Non è fuga dalla guerra, dalla fame e dalla carestia. È schiavitù. Il migrante che parte da un qualsiasi Paese subsahariano in Libia rischia di essere venduto come schiavo. La denuncia che arriva dall' Oim (l' Organizzazione internazionale per le migrazioni) è drammatica, confermata dai racconti e dalle testimonianze raccolte in Niger e Libia. «Qui non si tratta di migrazioni - spiega Giuseppe Lo Prete, capo progetto Oim in Niger - ma di vera schiavitù, fra l' altro messa in atto in modo sistematico.
Non solo case di detenzione, campi lavoro, sequestri, abusi sessuali, quindi, come eravamo abituati a denunciare fino ad ora. Ma un autentico mercato degli schiavi». In un Paese in guerra, dove tutti sono più poveri e disperati, il 'business' dei migranti si evolve e diventa sempre più drammatico. Perché tutti ci vogliono guadagnare e trarre profitto. Le storie che arrivano da quella terra martoriata e insanguinata sono terribili. 
Come quella di S.C., giovane senegalese, in procinto di rientrare al suo Paese, con l' aiuto dell' Oim, dopo aver passato mesi nell' inferno libico. Negli ultimi tempi il personale dell' agenzia ha infatti avuto accesso a diversi centri di detenzione libici per cercarne di migliorare le condizioni. È qui che è avvenuto l' incontro con S.C. che ha raccontato di aver viaggiato dal Senegal fino ad Agadez, dove ha dovuto corrispondere ad alcuni trafficanti l' equivalente di circa 320 dollari per poter raggiungere la Libia a bordo di un pick- Nup. 
«I due giorni di viaggio nel deserto sono andati abbastanza bene rispetto a quanto succede a molti migranti - racconta Lo Prete - abbiamo infatti sentito di molti casi in cui sono abbandonati dopo esser caduti dal camion o assaliti da banditi armati lungo il percorso». Una volta arrivato a Sahba - sud ovest della Libia - il senegalese è stato accusato dal conducente del pick-up di non aver mai pagato la somma pattuita dal trafficante, ed è stato portato insieme agli altri compagni di viaggio in un' area di parcheggio dove ha potuto assistere a un vero e proprio "mercato degli schiavi". «Ci ha raccontato che i migranti subsahariani erano venduti e comprati da libici, con il supporto di persone di origine ghanese e nigeriana che lavoravano per loro», prosegue il funzionario Oim. S.C. è stato "comprato" e trasferito nella sua prima prigione, un edificio privato con oltre 100 migranti in ostaggio. I rapitori li costringevano a chiamare casa per farsi spedire il denaro del riscatto: 480 dollari per poter proseguire il viaggio. Soldi che non aveva. 
È stato quindi "comprato" da un altro libico, che lo ha portato in una casa più grande, dove è stato fissato un nuovo prezzo per il suo rilascio: 970 dollari, da pagare tramite Western Union o Money Gram su un conto in Ghana. Grazie all' aiuto della famiglia, S.C. è riuscito a raccogliere qualche soldo e a lavorare come interprete per i rapitori, ripagando così in parte anche il riscatto. Quelli invece che non erano in grado di pagare, racconta S.C. «erano uccisi o lasciati morire di fame». 
«Tutti i migranti che passano dalla Libia finiscono nelle 'case' di detenzione, che non sono carceri 'ufficiali' ma edifici privati, gestiti da gruppi armati - prosegue Lo Prete - qui i trafficanti chiedono il riscatto e se il migrante non è in grado di pagare, viene sfruttato col lavoro non retribuito o, nel peggiore dei casi, abbandonato e lasciato morire per denutrizione. I gruppi armati si passano di mano in mano i migranti. E dal 'business' ci guadagnano anche le comunità. Tutti sanno ma nessuno parla, perchè si dividono il ricavato». I nigeriani sono i più efferati. C'è una rete ben organizzata, conferma l' Oim, suddivisa per naziona-lità, che parte dalla Nigeria, ad esempio e arriva fino in Italia. 
Anche in Mali si stanno 'organizzando', così come in Senegal, Gambia e Guinea Conakry. Le stesse nazionalità che si ritrovano a Lampedusa. Dai centri di transito in Niger e in Libia, l' Oim sta attivando i ritorni volontari. «Sono molti quelli che stanno tornando dopo aver passato l' Inferno in Libia - racconta Lo prete - nei primi tre mesi di quest' anno dal Niger ne abbiamo accompagnati 1.500 verso la la Nigeria, il Senegal e il Mali. L' anno scorso, in tutto abbiamo fatto 5mila ritorni». 
I rientri nel proprio Paese sono percorsi lunghi e molto difficili: il migrante è choccato, ferito fisicamente e psicologicamente e umiliato. Spesso la sua famiglia ha venduto tutto per investire su di lui. «Proprio per far sì che questa realtà sia conosciuta in tutta l' Africa, stiamo registrando testimonianze di migranti che sono passati per queste terribili esperienze e le stiamo diffondendo sui social media e sulle radio. - conclude il portavoce Oim a Ginevra, Leonard Doyle - I testimoni più credibili di queste sofferenze sono spesso proprio i migranti che tornano a casa con il nostro aiuto. La loro voce ha un peso e un significato speciale, che nessun' altra persona può avere».