martedì 18 aprile 2017

Libia
Gli angeli dei migranti
Repubblica
(Pietro Del Re) A loro è andata bene. Il gommone mezzo sgonfio sul quale navigavano senza bussola e stipati come sardine, perché tra uomini, donne e bambini se ne contavano più di cento, è stato intercettato poco prima dell' alba dal radar dell' Aquarius. Un' ora dopo, bagnati, infreddoliti e ancora impauriti dopo la notte trascorsa al largo delle coste libiche, i migranti erano già tutti sul ponte di questa solida nave umanitaria, 77 metri per una stazza di 1812 tonnellate, con cui dal febbraio dello scorso anno le squadre di soccorso di Medici senza frontiere e di Sos Mediterranée cercano di arginare il numero dei profughi morti in mare.
Uno soltanto non ce l' ha fatta, asfissiato dalle esalazioni di miscela del piccolo motore fuoribordo con cui il gommone era salpato da una spiaggia non lontana da Tripoli. Viaggiava da solo, perché dopo che il medico di Msf, Conor Kenny, ha inutilmente cercato di rianimarlo, nessuno l' ha pianto. Aveva sì e no vent' anni, ed era senza documenti. Nessuno potrà quindi identificarlo, e per i suoi parenti sarà per sempre scomparso nel nulla. 
Ma andrà a ingrossare la lista delle vittime senza nome di questo esodo senza fine, tra le quali si contano le 98 ripescate in queste stesse acque giovedì scorso, o le 22 ritrovate l' altro ieri, domenica di Pasqua. «Nel 2016 sono affogati 5000 migranti e, senza di noi che da soli ne abbiamo salvati 11mila, questa cifra sarebbe molto più alta», dice Nicola Stalla, 38 anni di Alassio ed ex ufficiale di coperta di navi mercantili, che dal ponte di comando dell' Aquarius coordina le operazioni di salvataggio. «Eppure, tra le istituzioni c' è chi ci addossa colpe insensate, come di essere collusi con gli scafisti libici e di rappresentare noi stessi un pool factor, e cioè un fattore di attrazione che spinge i barconi a prendere il mare. Ma è sbagliato dire che le ong provochino una crescita dei flussi, perché nel 2014 dopo che le operazioni di Mare Nostrum furono bloccate, il numero di gommoni continuò ad aumentare». 
A criminalizzare l' operato degli umanitari ha cominciato Frontex, l' agenzia europea delle polizie di frontiera. Ora, anche per l' olandese Marcella Kraay, coordinatrice di Msf sull' Aquarius, sono soltanto calunnie: «Ci muoviamo in un quadro internazionale in strettissimo collegamento con il Mediterranean rescue coordination center di Roma che gestisce tutte le nostre operazioni, dall'individuazione del gommone alla rotta da seguire per raggiungere il porto di accoglienza. Senza contare che i trafficanti di uomini sono le persone che detestiamo di più al mondo». 
Del resto, basta trascorrere qualche giorno sull' Aquarius per accorgersi come a bordo sia considerato chi specula sulle sfortune altrui e per valutare l' alta professionalità dell' equipaggio. Per evitare stragi quando intervengono sui gommoni alla deriva, le squadre di soccorso seguono con marziale rigore i protocolli di salvataggio; e le stesse persone sanno dimostrare una generosa compassione nei confronti dei migranti accolti sulla nave, esausti dopo la loro avventurosa traversata. Dopo il nostro primo soccorso c' è un improvviso traffico di navi, nelle acque internazionali al largo delle coste libiche. Nel raggio di poche miglia incrociamo la Dattilo della Guardia costiera italiana, un motoscafo della Marina di Tripoli e altre tre grosse imbarcazioni di organizzazioni umanitarie europee: tutti affaccendati attorno ad altri sei gommoni carichi di migranti fino all' inverosimile. 
Da Roma viene deciso che all' Aquarius spetterà il compito di occuparsi di quattro di questi. Perciò, a sera, sul ponte della nave ci saranno 515 migranti, di cui una cinquantina di donne e bambini, finalmente felici, perché rifocillati e con abiti puliti. Provengono da Eritrea, Somalia, Costa d' Avorio, Senegal, Guinea Conakry, Tunisia, Pakistan, Bangladesh. «Invece che sul pool factor bisognerebbe concentrarsi sul push factor, ossia sui motivi che spingono i migranti a imbarcarsi su mezzi di fortuna, perché molti di quelli che raccogliamo sui gommoni preferiscono morire in mare piuttosto che restare in Libia. Loro non cercano il paradiso, ma fuggono dall' inferno», ci dice Benedetta Collina di Sos Mediterranée mentre distribuisce il primo pasto caldo agli ospiti della nave. 
Una nota diffusa dall' Oim, l' Organizzazione internazionale per le migrazioni, e basata su interviste fatte in Niger e Libia negli ultimi mesi, descrive l' ex repubblica di Gheddafi come «un inferno di torture, in cui i migranti sono merce da comprare, vendere e gettare via quando non ha più valore ». Lo verifichiamo noi stessi sull' Aquarius, raccogliendo la testimonianza di Rodolphe, di Abidjan, che ci racconta di suoi compagni di viaggio «uccisi come animali dai libici perché si rifiutavano di lavorare gratuitamente »; o quella di Mohammed, originario della periferia di Dakar, al quale le guardie carcerarie di Tripoli hanno «per gioco» staccato un pezzo di orecchio; o anche quella di Djamal, meccanico di Dacca, derubato e picchiato a sangue da un gruppo di uomini armati appena sbarcato in Libia. Contro le ong ha parlato anche il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, il quale durante un' audizione in Parlamento a marzo ha sollevato più di un dubbio sull'«improvviso proliferare» di navi di organizzazioni non profit, avanzando il sospetto che ci sia qualcosa di molto poco umanitario nel comportamento di alcuni. 
In altre parole, Zuccaro crede che possano esserci interessi economici dietro i salvataggi in mare. Ai dubbi del procuratore di Catania risponde Anthony Lucas- Tassel, 36 anni e in marina da 20, pilota dei gommoni per il trasbordo dei migranti: «Il mare è il mio giardino e quando ho scoperto che ci moriva tutta questa gente mi sono licenziato per arruolarmi nell' umanitario. Adesso guadagno meno della metà di prima, ma almeno ho la coscienza a posto per- ché sono consapevole che se ce ne andiamo noi i morti ricominciano ad aumentare. I gommoni che soccorriamo hanno una sopravvivenza che non supera le 10-15 ore, dopodiché affondano con tutti i loro sfortunati passeggeri». 
Se nel 2016 il 30% dei salvataggi è stato effettuato dalle ong, nei primi mesi del 2017 quella percentuale è salita ad almeno il 50%. Il procuratore Zuccaro sottolinea che tuttavia il numero dei morti non sia diminuito. «Ma non siamo noi né la causa né la soluzione del problema, la nostra è una soltanto una risposta umanitaria», dice ancora Nicola Stalla. «Fino a quando persone disperate non avranno alternative sicure per entrare in Europa, noi dobbiamo restare in mare per salvarle. Diamo verosimilmente fastidio perché siamo gli occhi della società civile europea. E siamo i soli, assieme ai giornalisti ospitati a bordo, a raccontare che cosa avviene nella frontiera più pericolosa al mondo». Martina Svensson, anestetista di Msf sa bene che una volta sbarcati a Pozzallo, a Cagliari o a Catania, per la maggior dei migranti ospitati sull' Aquarius comincerà un nuovo viaggio, anch' esso pieno d' insidie e di dolore. «Noi gli abbiamo però evitato una morte orrenda», dice l' anestetista. Già, perché appena diminuisce l' attività di soccorso, aumenta fortemente la mortalità di chi s' imbarca in Libia. Lo dimostrano le statistiche.