venerdì 14 aprile 2017

(Gianpaolo Romanato) Quando Alessandro Valignano fu nominato visitatore (cioè superiore) delle missioni in Oriente, nel 1573, la Compagnia di Gesù esisteva da poco più di trent’anni, ma si muoveva già su scala universale. I gesuiti erano arrivati ai confini del mondo: viaggiando verso ovest erano sbarcati in Brasile e cominciavano ad architettare quelle che diventeranno le Riduzioni del remoto Paraguay, forse la più geniale creazione della storia missionaria. Navigando invece verso est si erano insediati in India e si erano spinti fino alle soglie della Cina.Ma l’Asia era un continente sconosciuto, con culture evolute quanto quelle europee. Lì era tutto da fare. Valignano, che aveva solo trentaquattro anni, una vita tumultuosa dietro le spalle (era stato anche in carcere) e una laurea conseguita nella celebre università di Padova, nonostante tutto parve a Mercuriano, terzo successore di sant’Ignazio, l’uomo adatto a questo scopo. Da allievo del Collegio Romano e poi nei primi incarichi da professo, in Italia, aveva dato prova di fedeltà, prudenza, determinazione. Ma era anche un pezzo d’uomo gigantesco, per i suoi tempi, con un’energia incontenibile e un impeto che a volte stentava a trattenere. Non ci voleva di meno per sopravvivere in Oriente a climi sconosciuti, cibi impossibili, viaggi massacranti, fatiche di ogni genere fra popoli e culture ancora ignoti. Valignano partì nel mese di settembre del 1573. Si fermò cinque mesi a Lisbona (le missioni in India erano sotto patronato portoghese) e poi si imbarcò per Goa.
Nei 33 anni che gli rimasero da vivere, non tornò più in Europa. Viaggiò indefessamente tra India, Ceylon, Macao, Malesia, Giappone. Sulle fragili navi di allora, sfidando tempeste, pirati, malattie. Fu lo stratega che guidò l’avvio della missione in Cina, destinandovi Matteo Ricci. Il progetto missionario che i gesuiti poi adotteranno dovunque si deve a lui: l’adattamento, l’apprendimento delle lingue, l’inculturazione del cristianesimo nelle altre culture, la de-europeizzazione del cattolicesimo. La Chiesa cattolica doveva diventare cinese in Cina, indiana in India. Ma doveva rimanere sempre se stessa. Inculturarsi senza snaturarsi. Convertire senza convertirsi. Una sfida quasi impossibile, di cui solo oggi, nel mondo globalizzato, comprendiamo l’audacia e i rischi, ma anche la lungimiranza e la necessità. Un grande protagonista della storia moderna, Alessandro Valignano, meno noto e celebrato di quanto merita.
Il paese che gli diede più pensieri fu il Giappone. Vi soggiornò per quasi dieci anni, in tre momenti successivi. Lo studiò a lungo, in silenzio, e si rese conto che era un altro mondo, un abisso senza fondo. In queste isole remote, dove prima dei missionari nessun europeo aveva mai messo piede (Marco Polo ne parlò senza mai arrivarci) tutto era all’opposto dell’Europa. E se l’Europa non sapeva nulla del Giappone, anche il Giappone non sapeva nulla dell’Europa. Per farvi accettare il cristianesimo si doveva provare che era la religione di gente colta ed evoluta, non di barbari, come pensavano quegli isolani. Così, dopo avere scritto Il Cerimoniale per i missionari del Giappone, un’opera che ancora oggi ha molto da insegnare (questo giornale ne ha parlato diffusamente il 5 aprile 2013) e che servì a convincere i suoi confratelli che per essere accettati dovevano imparare e praticare tutte le buone maniere locali, a partire dalla pulizia personale, concepì un progetto grandioso. Mandare una delegazione giapponese in Europa. A che scopo? Per far vedere concretamente agli europei chi erano questi orientali, la cui missione richiedeva cospicui finanziamenti, che Roma e Lisbona non sganciavano volentieri. Ma anche per far vedere agli orientali che i gesuiti venuti nella loro terra non erano «gente povera e di poco conto», che «col pretesto di predicare cose del cielo andava a cercare rifugio in Giappone».
La determinazione di Valignano vinse tutte le difficoltà (compresa quella delle mamme giapponesi che non volevano lasciar partire i figli) e organizzò una delegazione di quattro giovani dell’alta società locale, appena adolescenti, spedendoli in Europa. Perché così giovani? Perché avevano più possibilità di sopravvivere al massacro del viaggio. E perché garantivano maggiore adattabilità e docilità alla guida dei padri. Accompagnati dallo stesso Valignano (che però dovette fermarsi in India) e da altri gesuiti, che invece scortarono sempre i giapponesi, questi partirono da Nagasaki il 20 febbraio 1582. Non vi faranno ritorno che il 21 luglio 1590. L’ambasceria di questi giovani durò otto anni! Quando rientrarono nel porto da cui erano partiti (e incredibilmente tornarono sani e salvi, essendo sopravvissuti anche al morbillo, che contrassero appena sbarcati in Europa), i genitori stentarono a riconoscerli, tanto erano cambiati.
Fu il primo contatto del Giappone con l’Europa, che suscitò un interesse enorme in tutto il continente e lasciò innumerevoli tracce letterarie (fino alla Storia della Compagnia di Daniello Bartoli, pubblicata settant’anni dopo, nella quale si parla ampiamente di questa gente così diversa) e pittoriche (i giapponesi sono ritratti in un affresco della biblioteca Vaticana e in un monocromo del Teatro Olimpico di Vicenza, oltre che in un quadro di Domenico Tintoretto, figlio di Jacopo). Il loro diario ci dà la misura di cosa significasse allora viaggiare. Fecero scalo a Macao, in Malesia, a Cochin e Goa (India), all’isola di Sant’Elena, per arrivare a Lisbona nell’agosto del 1584, un anno e mezzo dopo essere partiti. Attraverso Portogallo e Spagna giunsero a Livorno e poi, finalmente, a Roma. Era il 22 marzo 1585. Nella capitale, in un tripudio di festeggiamenti rimasero tre mesi. Poi cominciò il ritorno. Attraverso l’Italia toccarono Rimini, Bologna, Ferrara, Chioggia, Venezia, Padova, Vicenza, Verona, Mantova, Milano, Pavia, Genova (tutte città che descrissero minutamente), dove si imbarcarono per Barcellona. Fu l’anticipazione del gran tour che avrebbe contraddistinto molti letterati nei secoli successivi. Da Barcellona riattraversarono la Spagna, accolti dal re e da tutti i maggiorenti, diretti a Lisbona, via Coimbra. Qui ripresero il mare il 12 aprile 1586 (quattro anni dopo la partenza dal Giappone) per arrivare a Goa tredici mesi dopo. A Goa ritrovarono Valignano, che li accompagnò a Macao, dove si fermarono a lungo, e poi a Nagasaki, dove riapprodarono il 21 luglio 1590. Erano partiti appena adolescenti e tornarono uomini fatti.
Durante tutto il viaggio avevano tenuto un contegno irreprensibile e, suscitando lo stupore di tutti, quasi sempre impassibile. Ma presero appunti e note di tutto, secondo le istruzioni ricevute. Al ritorno, perciò, oltre a fare in patria gli ambasciatori itineranti di ciò che avevano visto (il primo scopo del loro viaggio), Valignano pensò bene di usare il loro diario per raccontare le meraviglie di questo gran tour europeo. Ne nacque un libro, scritto in forma dialogica (34 dialoghi) durante la lunga sosta a Macao, sulla via del ritorno, e pubblicato in latino grazie all’attrezzatura tipografica fatta arrivare apposta dall’Europa, che inaugurò in estremo Oriente la stampa con caratteri mobili. Sfumata allora l’edizione in giapponese (e forse cinese), quest’opera fondamentale ha dovuto attendere il Novecento per essere volta nelle lingue moderne: in giapponese nel 1942, in portoghese nel 1997, in inglese nel 2012 e ora, finalmente, anche in italiano, in un volume di straordinaria ricchezza informativa e iconografica, di cui dobbiamo essere grati ai curatori e all’editore: Alessandro Valignano, Dialogo sulla missione degli ambasciatori giapponesi alla Curia romana e sulle cose osservate in Europa e durante tutto il viaggio basato sul diario degli ambasciatori e tradotto in latino da Duarte de Sande, sacerdote della Compagnia di Gesù, a cura di Marisa di Riso, traduzione di Pia Assunta Airoldi, presentazione di Dacia Maraini, (Firenze, Olschki, 2016, pagine 668, euro 68).
Il libro fu dunque il primo ponte culturale fra Europa e Giappone. Sotto questo profilo la sua importanza storica è enorme. Non è da escludere però che abbia ottenuto anche un altro effetto, non voluto e certamente indesiderato, come è stato fatto notare dall’orientalista Adolfo Tamburello. Rivelando al Giappone la straordinaria potenza e capacità espansiva delle potenze europee — nel libro se ne leggono entusiastiche descrizioni, specie alla fine del XXI dialogo — Valignano pensava di accrescere il rispetto dei locali per la Chiesa. Non sappiamo se questo sia accaduto. E probabile però che abbia provocato proprio il risultato opposto, accendendo nei governanti nipponici il timore di un’aggressione. Si può ipotizzare che la traduzione in giapponese sia stata fermata per questo. E infatti la durissima e sanguinosa repressione che azzerò il cristianesimo in Giappone iniziò nel 1597, sette anni dopo la pubblicazione del libro, del quale, benché scritto in latino, sicuramente circolarono nel paese informazioni e, forse, degli estratti. Nel recente film Silence di Scorsese si attribuisce proprio a Valignano l’invio in Giappone dei due missionari che saranno sottoposti a tortura. In realtà la vicenda narrata nel film (e nello splendido romanzo di Shūsaku Endō, da cui è tratto) è di trent’anni successiva alla scomparsa del missionario, avvenuta nel 1606. È sbagliato, dunque, attribuirgli la responsabilità di questo massacro. Ma probabilmente fu proprio la finestra sull’Europa aperta con il libro a istillare nei governanti locali il terrore di un’invasione e il sospetto che i missionari ne fossero lo strumento. Tanto più che nelle Filippine, che non sono poi così lontane dal Giappone, una potenza europea, la Spagna, si era già insediata.
L'Osservatore Romano, 13-14 aprile 2017.