venerdì 14 aprile 2017

Italia
Perdono e riscatto
L'Osservatore Romano
(Gianluca Biccini) Una preghiera «perché sia alleviato il dolore dei familiari delle vittime della nostra violenza» e «possano così trovare la forza del perdono»: l’ha chiesta un detenuto a Papa Francesco, a conclusione della visita nel carcere di Paliano il pomeriggio del 13 aprile. Il Pontefice vi si è recato per celebrare la messa in Cena domini, rinnovando la tradizione — inaugurata già durante il ministero episcopale a Buenos Aires e proseguita dopo l’elezione al pontificato — di trascorrere il Giovedì santo con le periferie dell’umanità, lavando i piedi agli ultimi tra gli ultimi. E se nel 2013 scelse l’istituto penale per minori di Casal del Marmo, l’anno dopo i disabili della fondazione Don Carlo Gnocchi, nel 2015 i reclusi di Rebibbia e lo scorso anno i migranti del Centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto, ieri il Papa è andato nell’unico istituto italiano che ospita soltanto collaboratori di giustizia. Una piccola struttura protetta, dove scontano la loro pena quelli che lo Stato chiama «pentiti», i malavitosi chiamano «infami», ma per Francesco incarnano la pecorella smarrita, per cercare la quale il pastore lascia le altre cento. Uomini e donne protagonisti di drammatici fatti di sangue, spesso a capo o all’interno di feroci organizzazioni criminali, che attraverso un laborioso itinerario di cambiamento cercano di tornare sulla via della legalità e un faticoso reinserimento sociale.
Nella fortezza cinquecentesca fatta edificare dalla famiglia Colonna sono ospitati una settantina di detenuti, condannati a lunghe pene per aver commesso efferati delitti. Per la maggior parte si tratta di uomini di mezza età, ma alcuni hanno volti giovani. E non mancano le donne.
Con loro il Papa ha trascorso poco più di due ore, in un’atmosfera di serenità. Quella stessa che i reclusi sperimentano nel percorso riabilitativo, incentrato soprattutto sull’istruzione e la formazione per dare loro nuove opportunità di impiego e quindi di riscatto. Dal laboratorio di pizzeria e pasticceria a quello di falegnameria e restauro, dall’azienda agricola con produzione biologica, all’allevamento di animali da cortile, all’apicultura: tutte queste attività hanno anche lo scopo di lenire il disagio di vite in fuga, costrette a nascondersi, se non addirittura a cambiare identità per evitare le vendette.
Accompagnato dall’arcivescovo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e dall’aiutante di camera Mariotti, il Pontefice è giunto verso le 16 a bordo di una Golf blu. Un leggero venticello soffiava sulla collina a cinquecento metri di altitudine da cui si scorge un meraviglio panorama di campagna. Ad accogliere Francesco è stato il reggente della Prefettura della Casa pontificia, monsignor Sapienza, che gli ha presentato la direttrice Nadia Cersosimo, l’ispettore capo della polizia penitenziaria Vincenzo Verani e il cappellano don Luigi Paoletti. Varcati i sistemi di sicurezza che isolano il penitenziario dall’abitato circostante, nel cortile centrale il Pontefice ha deposto una rosa bianca ai piedi di una piccola statua mariana. Dopo una breve preghiera ha ricevuto il benvenuto dagli agenti di custodia — il cui motto è vigilando redimere — e dai dipendenti in servizio. Quindi in una grande sala interna ha salutato personalmente, uno per uno, tutti i reclusi. Strette di mano, abbracci e qualche lacrima di commozione hanno caratterizzato l’incontro, durante il quale sono stati presentati al Papa la maggior parte dei prodotti realizzati con il lavoro dei carcerati.
Ancor più toccante il successivo appuntamento del Pontefice, quando ha benedetto otto ammalati di tubercolosi e due persone — un uomo e una donna — sottoposte a regime di isolamento. «Sono all’inizio del percorso redentivo — ci spiegano — e devono trascorrere 180 giorni, ovvero sei mesi, senza contatti col mondo esterno». Ma il momento centrale della visita è stata la messa nella piccola cappella, concelebrata da monsignor Becciu e da don Paoletti. Indossati i semplici paramenti il Pontefice ha varcato il portone che durante il giubileo della misericordia è stato la “porta santa” della casa circondariale, con in mano il grande pastorale di legno donatogli dai detenuti di Ciudad Juárez nel viaggio in Messico nel 2016.
Durante il rito — diretto dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, coadiuvato dal cerimoniere Ján Dubina — il Papa ha indossato il grembiule, ripetendo l’umile gesto della lavanda e del bacio dei piedi a dodici detenuti, fra i quali due ergastolani. Significativa la presenza di tre donne, di un musulmano albanese che sarà battezzato a giugno e di un argentino — gli unici due non italiani — che durante la visita ha più volte offerto da bere del mate al Pontefice.
Anche le letture e le intenzioni di preghiera sono state proclamate dai carcerati, che hanno pure animato la processione offertoriale, mentre altri quattro hanno svolto il servizio all’altare come chierichetti. A coordinarli l’agostiniano Paolo Benedik, sagrista pontificio. Si sono preparati per questo giorno importante con l’aiuto della canossiana suor Rita Del Grosso e dei volontari della comunità di Sant’Egidio, che a Paliano hanno avviato un laboratorio di iconografia. Durante la liturgia eucaristica, il Papa ha dato la prima comunione a un giovane siciliano e poi ha distribuito l’ostia a tutti i presenti. Infine dopo il canto dell’inno Tantum ergo sacramentum, Francesco ha impartito ai presenti una doppia benedizione: la prima, ha detto loro, da estendere «alle persone che portate nel cuore. Facciamo silenzio per pensare a chi volete che arrivi questa benedizione» li ha invitati. La seconda, su esplicita richiesta della direttrice, che nel rivolgergli un breve saluto, ha espresso la gratitudine della comunità: «L’abbiamo attesa — ha detto emozionata — come si aspetta una persona cara, di famiglia. Grazie a lei, ora perdono e speranza accompagneranno la vita sia di chi qui lavora, sia dei “miei” detenuti, visto che sono un po’ la mia famiglia».
Infine, con un piccolo fuori programma, il Pontefice ha di nuovo incontrato tutti i presenti sul piazzale, dove in un clima di convivialità ha assaggiato alcuni dolci siciliani, conversando con i detenuti. Intorno alla fontana riverniciata di fresco con i colori bianco e giallo del Vaticano in segno di omaggio, uno di loro ha recitato la poesia dialettale napoletana della Madonna dei mandarini, molto apprezzata da Francesco, che la conosceva e vi ha già fatto riferimento in diverse circostanze; un altro ha suonato musiche calabresi con un organetto costruito con le proprie mani; uno ha letto la lettera con la richiesta di perdono ai familiari delle vittime. «Tu — ha detto commosso — sei il Papa dei maltrattati, per questo vogliamo rivolgerci a te come a un papà. E un padre quando deve, rimprovera e corregge; ma soprattutto perdona». Altri hanno voluto abbracciarlo o gli hanno chiesto di firmare fotografie dei loro cari. E proprio allora sono venute fuori le storie più toccanti, come quella di un uomo che ha mostrato l’anziana madre malata, e quella di un altro che è rinchiuso da undici anni: più o meno gli stessi che ha suo figlio. Non lo vede da quando aveva pochi mesi, ma presto potrebbe incontrarlo. «Gli porterò questo regalo del mio amico Francesco», confida mostrando orgoglioso l’immagine del ragazzino con l’autografo papale.
L'Osservatore Romano, 14-15 aprile 2017