martedì 11 aprile 2017

Italia
Francesco in Egitto, non una sfida ai terroristi bensì una testimonianza di vita e amore
(a cura Redazione "Il sismografo")
(Luis Badilla - ©copyright) E' stato lo stesso Papa Francesco, ieri, a confermare di persona ai Superiori francescani che per quanto riguarda il suo viaggio in Egitto nulla è cambiato. Andrà e lo farà con più partecipazione e affetto di quanto nutriva prima dei crimini di domenica a Tanta ed Alessandria. Questa sua decisione non è una sfida ai terroristi. Non ne ha bisogno. Questa sua decisione è una testimonianza di amore e di vita. Sono l'amore e la vita le uniche vere risposte alla morte e all'odio ribadisce Francesco dal giorno della sua elezione.
E' risaputo che considerazioni di questa natura non piacciono a tutti. Esiste dissenso anche in ambienti e gruppi di cattolici. Questi critici vorrebbero un "papa guerriero", preferibilmente anti-islamico, e con acrobazie di ogni tipo si ostinano nel sostenere che la risposta di Francesco è inefficace e controproducente, non all'altezza della gravità e pericolosità della situazione.
La cosa più difficile da accettare è che arruolano a favore delle loro tesi anche  Gesù e il suo Vangelo. Poi amplificano, dove possono, la litania della "chiesa che vive momenti di grave confusione". Appunto, ecco la confusione! Ma è quella loro e non della Chiesa; quella di chi continua a pensare che il Papa è il comandante in capo della civiltà cristiana occidentale, la guida della crociata del cristianesimo contro tutti, l'asse portante di un dominio ideologico travestito di spiritualità.
No!, quella chiesa è finita, da tempo, e non solo con Jorge Mario Bergoglio che in questo senso e percorso calca le orme di numerosi predecessori. Questi critici di turno pur di far quadrare i loro conti ignorano, nascondono o manipolano il magistero di molti Papi, almeno da Benedetto XV in poi.
La decisione di confermare il suo pellegrinaggio in Egitto è un gesto che non si può leggere con le categorie della geopolitica o dei rapporti di forza. Non è questa la missione di Pietro perché non è ciò che Gesù è venuto ad annunciare agli uomini. Il Papa non vuole la guerra. Nessuna guerra. Il suo pensiero, come ha confessato più di una volta, è trafitto di un'impellenza diversa e contraria: la pace, anzi dalla costatazione di aver “perso la pace”.
Il 27 luglio scorso,  sull'aereo che lo portava a Cracovia, ha parlato ancora di guerra declinando la questione con un ottica tanto originale quanto veritiera. «E’ guerra. Non abbiamo paura di dire questa verità:  il mondo è in guerra, perché ha perso la pace», ha detto testualmente per precisare dopo: «Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliamo la pace. La guerra, la vogliono gli altri. Capito?».
E chi sono "gli altri"?
Coloro che  hanno i mezzi per tessere i rapporti umani diversamente, spesso usando la forza, il sopruso e il dominio. Il frutto di questo modo di agire, tanto potente quanto consolidato, è sotto gli occhi di tutti. Si è agito per secoli, in particolare negli ultimi decenni, pensando solo al dominio degli uni sugli altri e quindi ciò che vediamo in questi anni di terrore ambientale quotidiano non ci sorprende più di tanto. Era più che prevedibile. Basta pensare alla spregiudicatezza con la quale si è continuato, nonostante le terribili conseguenze, a fabbricare armi di ogni tipo e ad accumulare fortune, private e statali, trafficando con questi strumenti di morte.
Oggi la morte ingiusta, in particolare di civili innocenti, è "normale" e non passa giornata che il bilancio dei lutti sia peggiore di quello del giorno precedente. La morte non naturale è entrata in ognuno di noi come una coordinata scontata della vita quotidiana. Le nostre culture hanno perso il senso e il significato della vita e questa non fa più parte del bene comune; anzi, si è finito per rendere accettabile lo scarto della vita dell'Altro.
Cosa fare allora?
Andare dove questa vita dell'Altro è stata offesa e distrutta per testimoniare che la fratellanza e l'uguaglianza, l'affetto e il rispetto reciproci, l'amore e la vita possono vincere ogni guerra e ristabilire la vera pace, quella del Vangelo. Pensare così significa appartenere “ad un’altra cultura”, appunto quella del Vangelo.