giovedì 13 aprile 2017

(Angelo Scola) Come dire una parola sulla guerra che non sia disperatamente inadeguata? Due volte nel secolo  scorso è calata sull’intero globo, portando con sé il suo lugubre corteo di lutti e tuttora sembra in  corso una terza guerra mondiale «a pezzi», per riprendere l’espressione di papa Francesco. Tutti  credevano che il primo conflitto, il primo a fregiarsi del titolo di “mondiale”, sarebbe stato una  guerra-lampo, ma a ben vedere si spense solo nel 1945. Autentica «guerra dei Trent’Anni del  ventesimo secolo» - come ebbe a definirla Raymond Aron -, provocò sconvolgimenti che ancora  incidono in profondità in tutto l’Occidente ma anche nel mondo musulmano e nell’Asia orientale.Eppure non è sufficiente rievocare quelle immagini di allora, come non basta l’elenco delle ferite  materiali e psicologiche inferte alle città e ai loro abitanti. Per rifiutare la guerra occorre sforzarsi di  pensarla; mentre rinchiuderla nel regno del puro irrazionale significa esporsi al pericolo del suo  eterno ritorno. Vorrei rievocare quella che mi sembra essere la grande intuizione di René Girard, che nel suo celebre saggio «La violenza e il sacro» scrive: «Per far cessare la vendetta non basta  convincere gli uomini del fatto che la vendetta è odiosa; è proprio perché ne sono convinti che si  fanno un dovere di vendicarla». Con queste paradossali parole Girard denuncia il rischio di un  pacifismo ingenuo, che s’illuda di chiudere le porte della guerra con la semplice dimostrazione della sua dannosità sociale ed economica. Finché il conflitto è lontano, presentarne gli aspetti distruttivi  svolge opera di dissuasione. Ma quando l’incendio s’avvicina, quegli stessi aspetti distruttivi  diventano una potente spinta emotiva per mobilitarsi e rispondere alla minaccia. Non a caso, ogni  ostilità tende a presentarsi come la risposta a un’aggressione precedente, con immancabili scambi di accuse su chi abbia cominciato per primo, come dimostra il dibattito storiografico, tuttora aperto,  sulle responsabilità nello scoppio della prima guerra mondiale. Insomma, tutti sanno che la guerra è  odiosa. Lo sanno talmente bene che, pur di evitarla, sono disposti... a farla. Questa considerazione  può forse spiegare perché l’uomo, in fatto di guerra, sembra non imparare mai dalla sua storia.  Istruttiva è la vicenda del Novecento: è innegabile che l’«inutile strage » del primo conflitto  mondiale abbia condotto a una messa in discussione della violenza in termini fino ad allora  sconosciuti. Il Novecento è infatti il secolo dei movimenti pacifisti di massa, del magistero di san  Giovanni xxiii, del beato Paolo vi e di san Giovanni Paolo ii, di personalità politiche della statura di  Gandhi o di Martin Luther King. Ma è anche il secolo che ha conosciuto in assoluto più morti  militari e civili e che ha vissuto sotto l’imperio della paura; paura dell’annientamento atomico  prima, diventata oggi paura di un terrorismo che viene percepito come pericolo mondiale, anche  oltre le sue effettive capacità militari. Il nostro è quindi un tempo profondamente contraddittorio,  sospeso tra aspirazioni sempre più nobili e pericoli sempre più brutali. Per realizzare le prime e  scongiurare i secondi occorre allora chinarsi sulle radici profonde della guerra. Indagare da dove  venga all’uomo la ricorrente tentazione della violenza è quindi essenziale per non ridurre tutto a una questione di congiunture sfavorevoli, cambiando le quali s’instaurerebbe una pace perpetua.