martedì 11 aprile 2017

Italia
30 anni fa la scomparsa di Primo Levi. Testimone della pagina più oscura del secolo scorso
(a cura redazione "Il sismografo")
(Francesco Gagliano - ©copyright) Primo Levi moriva l'11 aprile di 30 anni fa dopo essere sopravvissuto a una delle peggiori atrocità che l'uomo abbia mai compiuto verso i propri simili: l'eliminazione sistematica di coloro che - etichettati come Untermenschen dalla lucida mente criminale nazista - non vennero più considerati membri del consorzio umano, e pertanto condotti alla morte come "non-umani", appartenenti a "razze inferiori". 
La testimonianza che Primo Levi portò dal campo di sterminio di Auschwitz ha contribuito, assieme ad altre sue opere e di altri sopravvissuti, sia a far conoscere all'umanità intera l'orrore dell'Olocausto in maniera aperta e diretta, sia a ridare dignità a tutti coloro che hanno patito quelle indicibili sofferenze, riconferendo loro il naturale stato di essere umani.
Per ricordare uno dei maggiori scrittori e testimoni del nostro paese abbiamo però scelto di ripubblicare un racconto inedito uscito su Il Sole 24 Ore di domenica 2 aprile, a cura di Domenico Scarpa. Racconta l'epopea degli sci di Primo Levi, abbandonati nel luogo dove il giovane chimico torinese fu catturato, assieme ad altri partigiani, dai fascisti, il 13 dicembre 1943. Rimasti nel rifugio di montagna isolato dalla neve che l'inesperta banda aveva adibito come ricovero in Valle d'Aosta, gli sci di Primo Levi furono presi e utilizzati da un altro giovane partigiano per attraversare le montagne e trovare riparo in Svizzera, da dove poi sarebbero tornati in maniera tanto rocambolesca quanto fu quella che riportò Levi in Italia al termine della Seconda Guerra Mondiale.
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Gli sci di Primo Levi (Domenico Scarpa, Il Sole 24 Ore) 
«Era il 13 dicembre 1943. Ricordo Primo Levi, insieme a Luciana Nissim e a Vanda Maestro (che non doveva tornare da Auschwitz), ammanettati, nella piazza di Brusson; i fascisti che brandivano moschetti e fiaschi di vino ostentavano i prigionieri come un trofeo di caccia. Non si poté fare nulla per sottrarglieli di mano». 
Quando assistette di nascosto a questa scena, Paolo Spriano aveva appena compiuto i 18 anni. Il futuro storico del Pci era allora un ragazzino magrissimo e furbo, ed era già, con il nome «Pillo» che avrebbe mantenuto poi sempre, un partigiano combattente: perciò avrebbe voluto fare qualcosa per quei prigionieri. Magro come lui, anche il ragazzo esposto in manette sulla piazza di un piccolo villaggio della Val d’Ayas aveva tentato di fare il partigiano senza riuscirci, privo com’era di esperienza militare. 
Levi era salito in montagna subito dopo l’armistizio dell’8 settembre, pure lui sospinto dal desiderio di «fare qualcosa» ma senza sapere cosa né dove, né con chi o come. «Davvero non sapevamo nulla. Dovevamo inventare la Resistenza: fare il partigiano era anche un mestiere da imparare». 
In questa intervista del 1975 Levi dice «noi» alludendo alle due amiche e agli altri compagni arrestati con lui poco più su, ad Amay, nell’albergo Ristoro sepolto da un metro di neve, nelle prime ore dell’alba. «Pur sprovveduti, magari anche sventati, l’importante rimane che sulle montagne ci siamo andati», aggiunge. E in verità, durante quelle prime settimane di un’Italia occupata per due terzi dalle truppe tedesche, e governata da una Repubblica-fantoccio con sede a Salò, la risoluzione di «andare in montagna» era un’incognita ancora indeterminata tra il cercare un riparo e l’esporsi nella guerriglia, tanto più per chi come Levi risultasse «di razza ebraica» e in quell’anomala vacanza al Ristoro di Amay avesse avuto con sé, fino a due settimane prima della cattura, sua madre Rina e sua sorella Anna Maria. Facilmente in quei tempi preliminari le cose si potevano confondere. 
Le confuse anche un ragazzo caduto insieme con Levi nel rastrellamento del 13 dicembre e che oggi, a 93 anni, è qui presente a raccontarlo come fosse stato ieri: ma lo racconta scambiando per una sorella e una cugina di Levi le sue compagne Luciana e Vanda. Nel 1943 Yves Francisco è un giovane falegname, nipote dei proprietari del Ristoro di Amay. È nato a Reims da una coppia di emigrati valdostani di idee antifasciste. Gli piace sciare, per questo frequenta Amay che è in posizione dominante, la veduta aperta sulla piana di Aosta a occidente, sul massiccio del Monte Bianco a nordovest, su Cervinia e il confine svizzero verso nord. 
Un luogo aperto, Amay, e fin troppo esposto: «Era la notte del 13 dicembre del ’43. Io ero venuto a trovare i miei zii. All’alba ho sentito degli spari, era la milizia confinaria che veniva su da Châtillon, risalivano la mulattiera. E loro hanno sparato alla gente del villaggio, pensavano che fossero quei partigiani che erano nascosti su a Frumy. Sono arrivati su e ci hanno circondati». Limpido e semplice, il racconto di Yves Francisco fa da filo conduttore nel documentario Gli sci di Primo Levi che Bruna Bertani ha realizzato per Rai5. Quelli di montagna sono buoni sentieri da imboccare se si desidera percorrere, come qui avviene, l’intera vita e opera di Levi secondo tracciati insoliti: «La mia trasgressione era la montagna – racconterà Levi a Giovanni Tesio –. Ho cominciato a fare delle cose imprudenti abbastanza presto, in università, non in liceo. La mia trasgressione era quella». 
Amay è un villaggio assai piccolo. Ha case basse con tetti coperti di lastre di ardesia da cui spicca nella bella stagione qualche lungo stelo verde. Dall’albergo Ristoro, la facciata in pietra ed esigui balconi di legno massiccio, Primo Levi dovette allontanarsi più volte, ma non per arrampicare. Qualche compagno infatti lo aveva trovato, e una parvenza di banda partigiana cominciava a prendere forma: «Ci era giunta voce che in una valle secondaria, sopra Nus, c’era un vecchio socialista che aveva un fienile a quota duemila e rotti e che in questo fienile c’erano dei mitra. E noi siamo partiti, a piedi naturalmente, di notte, ci siamo fatti tutti questi chilometri dal Col de Joux a Nus e poi da Nus su fino al fienile, abbiamo svuotato il fienile (che era un lavoro da bestia) in mezzo alla neve, e abbiamo trovato un caricatore di pallottole di legno, di quelli che servono per esercitazioni. Uno. Ed essendo ancora persone civili abbiamo rimesso a posto tutto il fieno, prima di ridiscendere a valle». Quelle persone civili erano partigiani ed ebrei. All’alba del 13 dicembre Maria Varisellaz, proprietaria del Ristoro e zia di Yves, fu arrestata anche lei dalla milizia fascista, con l’accusa di aver ospitato «ribelli» e giudei. «Poi – racconta Yves – ci hanno fatto scendere al villaggio e ci hanno allineati lungo questo muro». 
I moschetti in pugno, i fascisti minacciavano di fucilarli tutti. Ma non potevano, osserva Yves, perché nessuno di loro era armato, tantomeno la maestra della scuola elementare rurale, lei pure messa al muro con gli altri. Condotti a valle in manette, il giovane chimico e il giovane falegname finirono in prigione insieme. «Io non sapevo che fosse Primo Levi», dice oggi Yves Francisco con un bellissimo anacronismo, quasi volesse giustificarsi, nel rievocare quei giorni: in merito ai quali ha in serbo una storia mai raccontata prima d’ora. «Quando Primo Levi si era rifugiato qui dai miei zii aveva portato con sé anche l’attrezzatura di montagna. Aveva un bel paio di sci, che quando ci hanno arrestato sono rimasti lì da mia zia». Palesatosi come ebreo, Levi fu avviato con le sue compagne a Fossoli e di lì ad Auschwitz, mentre Yves fu liberato; più tardi avrebbe disertato la chiamata alle armi della Repubblica di Salò, decidendo di riparare in Svizzera. Bisognava però evitare la funivia che sale da Cervinia al Plateau Rosa, presidiata dai nazifascisti. Lungo altri sentieri, in compagnia di un cecoslovacco e un capitano degli alpini, Yves aveva già superato una valle, quando dovette fermarsi: «Bisognava avere gli sci per andare in Svizzera. Era ghiacciaio, era un’avventura di alta montagna. E così son tornato indietro, di notte, prendo gli sci di Primo Levi, e all’alba partiamo su». 
Dopo un intero giorno di cammino Yves fu in Svizzera. Gli sci di Primo Levi, gli sci dell’alpinista spericolato nonché partigiano mancato, che le Alpi le avrebbe superate dentro un vagone piombato diretto a un campo di sterminio, quegli sci diventavano la salvezza di un ragazzo ricercato dai fascisti. «E poi quando la guerra volgeva al termine, in aprile, sono tornato indietro da solo, sono sceso da questa parte con gli sci e li ho riportati là dove Primo Levi li aveva depositati da mia zia». La foto ce li mostra in primissimo piano. 
Ma c’è una parte della loro storia che non è stata raccontata nemmeno nel documentario di Rai5; riguarda gli attacchi di quegli sci, che nell’immagine sono in primo piano. Fra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 la Svizzera accoglie, spesso malvolentieri, migliaia di profughi italiani: personaggi illustri, gente comune, ebrei. Tra i primi spicca la principessa di Piemonte Maria José, che con i suoi tre figli trascorre in Svizzera ben venti mesi. Dopo l’8 settembre, dopo la fuga a Brindisi che ha lasciato l’Italia nel caos e in mano ai tedeschi, la famiglia – suo marito Umberto di Savoia, suo suocero Vittorio Emanuele III – si è come dimenticata di lei, che del resto non l’ha mai sentita come una famiglia. 
Conclusa la guerra, il 29 aprile 1945 Maria José decide di rientrare in Italia clandestinamente, zaino in spalla e sci ai piedi: un’impresa arrischiata e romantica nella quale l’accompagnano il marchese Giovanni Resta Pallavicino, suo gentiluomo di corte, e il giovane capitano degli alpini Alberto Deffeyes, antifascista fin da ragazzo e militante per l’autonomia valdostana. L’accompagnano, infine, quattro partigiani unitisi a loro per il rientro. Quando la principessa di Piemonte giunge al confine con l’Italia, trova ad attenderla un’automobile di partigiani che la scorta fino al castello di Sarre da cui venti mesi prima era partita. In un punto non precisato, l’itinerario di Maria José e del suo seguito incrociò quello di Yves Francisco che aveva ancora ai piedi gli sci di Primo Levi. 
A qualcuno del seguito dovettero fare gola gli attacchi di quegli sci: modello Kandahar, con cavo a molla metallico e leva anteriore di serraggio, che permettevano sia di procedere a tallone libero sia di bloccare maggiormente il piede. Era il modello più recente, sicché uno degli accompagnatori della principessa pensò bene di smontarli, sostituendoli con il modello più antiquato che è ben visibile nella foto qui riprodotta. Chissà se Primo Levi ha saputo qualcosa di questa storia. Si sa solo che in un giorno non precisabile ritrovò e recuperò i suoi sci dalla zia di Yves. 
Possiamo dire però che sarebbe stato felice all’idea di aver salvato indirettamente un amico dalla leva forzosa di Salò, così come si sarebbe certamente divertito apprendendo di essere stato promosso, in maniera ugualmente forzosa e indiretta, a fornitore della Real Casa di Savoia.