domenica 16 aprile 2017

Iraq
Sono trentamila i bambini apolidi nati in territori iracheni controllati dai jihadisti. Senza documenti e senza diritti
L'Osservatore Romano
(da Bartella Francesca Mannocchi) Anja ha ventisette anni e tre figli. La più piccola di pochi mesi. È in coda presso gli uffici mobili che la polizia e i servizi segreti iracheni hanno attrezzato a Bartella, un villaggio cristiano a est di Mosul, liberato lo scorso novembre all’inizio dell’offensiva per la riconquista della seconda città irachena sotto il controllo del cosiddetto stato islamico (Is). Anja aspetta il suo turno, come centinaia di altre persone ogni giorno, per chiedere i propri documenti. «L’Is — dice seduta a terra con i suoi bambini — non ha rubato solo le nostre vite, ha rubato anche il nostro passato, distruggendo i documenti di identità».Secondo la fondazione Quilliam sarebbero almeno trentamila i bambini nati in questi anni nei territori iracheni sotto il controllo dell’Is e, al momento, questi bambini sono apolidi, perché la loro nascita — se registrata — risulta solo nei documenti dell’Is, documenti ovviamente non riconosciuti dallo stato iracheno. Marwa, la figlia di Anja, non è in possesso di alcun documento. Oggi tutta la famiglia vive nel campo profughi di Dibaga.
Dopo il 2014, anno dell’occupazione di Mosul, i terroristi dell’Is hanno imposto una rigida interpretazione della legge islamica, imponendo le proprie tasse, i propri regolamenti, i propri uffici e documenti. «Ho preferito che mia figlia crescesse senza documenti piuttosto che subire l’onta di registrarla in un ufficio dell’Is — dice Anja — ma ora che siamo liberi mia figlia, essendo apolide, non ha alcun diritto. Non ha diritto alle medicine, non avrà diritto all’istruzione. Soprattutto non ha una nazionalità».
Tutte le persone in coda a Bartella hanno una storia tragica da raccontare, qualcuno ha perso un figlio, altri sono stati vittime di torture nelle carceri dell’Is. Sono pochi, tuttavia, coloro che parlano apertamente. La paura è ancora tanta, nonostante la gioia della liberazione.
Negli uffici mobili ogni persona che vuole richiedere i documenti deve essere sottoposta a un interrogatorio, i servizi segreti devono verificare che non siano stati affiliati del cosiddetto stato islamico, devono soprattutto controllare che non abbiamo contatti con i miliziani di Al Baghdadi ancora in città. Controllare, dunque, che non siano spie.
Makhmoud ha circa sessant’anni. È in coda. È stanco. Ha in mano quello che resta dei documenti della sua famiglia. «Quando l’Is ha occupato il mio quartiere, ho fatto un buco sul pavimento della camera da letto e ho nascosto un po’ di soldi e dei documenti» dice mentre li mostra. «Quando mio padre è morto abbiamo deciso di non registrare la sua scomparsa. E come noi sono decine, forse centinaia, le famiglie che hanno preferito non avere contatti con gli uffici dell’Is. Ma ora per noi è difficilissimo vedere riconosciuti i nostri diritti».
Makhmoud ha il volto teso, affaticato. Dell’Iraq dice di ricordare solo guerra negli ultimi quindici anni. «Ma più che per me — conclude — ho una grande preoccupazione per i bambini cresciuti per tre anni sotto le folli logiche e i violenti insegnamenti dell’Is. Come ricostruiremo la fiducia di questi bambini?».
Infatti, ai trentamila bambini nati in questi anni, vanno ad aggiungersi le migliaia di bambini che dal 2014 sono stati costretti a frequentare scuole islamiche o peggio, sono stati reclutati come soldati. Solo a Mosul prima dell’occupazione dell’Is i bambini erano seicentomila.
Ibrahim è in coda con il figlio di due anni, lui invece ha deciso di registrare la sua nascita negli uffici dell’Is per paura di ritorsioni. Tiene in mano il documento e si guarda intorno. A bassa voce dice che ha paura di essere additato come collaborazionista.
«Mio figlio deve avere i suoi diritti e sono in fila per questo — dice — ma so che il suo certificato di nascita può diventare un’onta. Questo paese è un paese di vendette incrociate e io ho tanta paura che qualcuno un giorno possa punire mio figlio solo perché la sua nascita portava il timbro di un ufficio dell’Isis».
Ibrahim dice di aver visto gente frustata in piazza per non aver registrato la nascita dei propri figli, per questo ripete «mi sentivo costretto a farlo».
Mahdi Waili, il capo della direzione del governo iracheno che si occupa di nazionalità, ha rilasciato una dichiarazione lo scorso dicembre rassicurando i genitori dei figli senza documenti: «Il ministero provvederà alla registrazione delle loro nascite». Eppure, alcuni mesi dopo la liberazione delle zone est della città, i servizi pubblici devono ancora essere ripristinati.
Abu Raid è padre di cinque figli, il più piccolo è nato nel novembre del 2014. È la quarta volta che si reca a Bartella a chiedere i suoi documenti. «Non ho modo di dimostrare che sia mio figlio, mi continuano a ripetere che devo dimostrare di essere il padre, ma come posso dimostrarlo? Quando è iniziata la guerra siamo fuggiti via in fretta, non ho avuto tempo di prendere nemmeno una coperta, figuriamoci dei fogli di carta». Poi, a bassa voce, Abu Raid sostiene che gli uffici mobili della polizia siano gestiti da funzionari corrotti, che solo chi paga riesce a ottenere i propri diritti, gettando un’ombra sulla ricostruzione di un paese appena liberato e già diviso.
Belkis Wille, ricercatrice di Human Right Watch, sostiene che le autorità irachene abbiano l’obbligo giuridico internazionale di concedere la cittadinanza a tutti i bambini nati apolidi nel loro territorio: «Dovrebbero farne una priorità per permettere a queste famiglie di reintegrarsi e di ottenere l’accesso a scuola e i diritti elementari per i loro figli il più rapidamente possibile».
Eppure, la strada per il riconoscimento dei diritti dei più vulnerabili — i bambini — appare tutta in salita.

L'Osservatore Romano,  15-16 aprile 2017