mercoledì 19 aprile 2017

(a cura Redazione "Il sismografo")
(Damiano Serpi - ©copyright) Questa è stata la domanda, così semplice e così complicata, che Alessio, un ragazzino di 14 anni, visibilmente e seriamente preoccupato dei rischi che Papa Francesco può correre durante il suo prossimo viaggio in Egitto, ha voluto rivolgere al suo parroco durante un incontro in oratorio questa mattina. Già, perché sfidare apertamente le minacce di chi è ben avvezzo a usare la violenza ? Perché rischiare così tanto per questo desiderio di voler andare in Egitto dove da tantissimi anni oramai i cristiani vengono perseguitati e uccisi per la loro fede in Gesù Cristo ?
Non è forse più pericoloso andarci per lui che è il Papa che per ognuno di noi ? La risposta del sacerdote è stata semplice e immediata: si è rischioso, tanto, ma Papa Francesco ci va perché deve e vuole farsi prossimo proprio a quei nostri fratelli che soffrono questa situazione e hanno bisogno della nostra vicinanza spirituale e anche personale. Tuttavia non ha scelto di andarci solo per questo. Ci andrà per ribadire l’esigenza di dover aprire le porte al dialogo con chi non la pensa come noi e, pur professando un’altra fede, vuole la pace. Affronterà le insidie del viaggio per costruire ponti su quel Mediterraneo, Mare Nostrum dei Romani, ormai diventato un cimitero di migranti che fuggono via da fame, pestilenze e guerre. Il Papa ci vuole ardentemente andare per dimostrare al mondo che la pace si costruisce impegnandosi reciprocamente, che il rispetto si deve guadagnare con fatti concreti, che il fare è importante tanto quanto il dire, se non di più. Ci andrà perché è stato invitato a farlo e, quando si è invitati con amicizia, non si può e non si deve deludere chi ci vuole ospitare solo perché si ha paura di farlo o si da retta a chi, minacciandoti, cerca di farti cambiare idea. 
Ciò nondimeno, forse la risposta più diretta alla domanda così ansiosa di quel ragazzo può essere  un’altra. Ci andrà perché c’è bisogno di dimostrare a tutti che non si può e non si deve vivere nella paura del futuro rintanandosi nella sicurezza del presente. Il Papa manterrà il suo impegno perché bisogna affermare nel concreto che il terrore non può condizionare la vita degli uomini nell’affrontare ciò che è buono per aprire le porte alla speranza. Quel viaggio si farà perché bisogna dare concreta testimonianza che il buio non potrà mai dominare sulla luce. Il mondo, tutto il nostro mondo, si sta sempre più chiudendo in sé stesso per via della paura e del terrore che pochi vogliono imporre per loro personali interessi. Non solo la paura del terrorismo, degli attentati, della morte violenta che altri uomini vogliono procurarci addirittura a casa nostra, ma soprattutto la paura del diverso, di chi non è come noi, di chi non si conosce e non si vuole neanche imparare a conoscere. La paura che deriva dall’egoismo, dal terrore di perdere quello che si ha o di doverlo condividere con gli altri meno fortunati di noi. La paura di restare nudi davanti al confronto con un mondo in caotica e liquida trasformazione che, pezzo dopo pezzo, ci sta spogliando di tutte quelle false certezze, bugiarde verità e ingannevoli sicurezze che ci avevano fatto dimenticare degli altri e, in fin dei conti, di noi stessi. La paura che, invece di farci percorrere la strada maestra dell’incontro, ci fa scegliere i vicoli senza uscita dell’isolazionismo, del rinchiuderci dentro casa, del costruire alti e invalicabili muri, della corsa senza limiti all’acquisto di sempre più potenti armi o del sognare di vivere in rifugi super tecnologici, ma umanamente desolati, che con le grate alle porte e alle finestre assomigliano più a delle prigioni che a delle dimore.
Il viaggio in Egitto di Papa Francesco, che inizierà il prossimo 28 aprile, non è solo un importantissimo momento di dialogo e di incontro con l’Islam, di ecumenismo tra i cristiani (anche per la partecipazione, resa nota in queste ore, del Patriarca Bartolomeo)  e di sana e pacifica risposta a chi usa la violenza per imporre il proprio potere o volere. No, il viaggio in Egitto, proprio perché è per il Papa rischioso come lo fu quello nella Repubblica Centrafricana, se non di più, è un segno rivolto a tutti noi perché ci sia di esempio e ci trasmetta il coraggio di uscire dal proprio recinto per affrontare le sfide per il futuro senza avere paura di navigare con coraggio nel mare in tempesta. Il gesto del Papa di voler comunque affrontare ogni rischio e continuare nella strada che si è deciso di percorrere, nonostante le minacce, va oltre l’esigenza di voler confermare la volontà della Chiesa nel perseguire il dialogo con l’Islam moderato e con i nostri fratelli cristiani che soffrono l’ecumenismo del sangue. È per noi un esempio concreto da seguire ogni giorno dinnanzi ai tanti rischi che siamo chiamati ad affrontare nella nostra vita quotidiana. È il gesto di un Papa che non vuole solo esortarci ad essere Chiesa viva, ma che vuole testimoniare lui per primo che non ci si deve arrendere neanche davanti a chi ci può minacciare e ci odia per questo nostro voler essere innamorati della vita e non della morte.
Non so se l’uomo Papa Francesco, il Jorge Mario Bergoglio nato in Argentina da una famiglia di immigrati italiani, abbia paura di affrontare questo viaggio così delicato proprio in questo particolare momento della storia dell’umanità. Mi piace, comunque, pensare di si perché anche questo aspetto lo avvicina a tutti noi semplici uomini del mondo chiamati a vivere ogni giorno la vita donataci dal Padre.  So invece per certo che come successore di Pietro non gli importa avere paura, ma essere sereno davanti al percorso che il Signore gli porrà innanzi. Quella serenità che serve per andare avanti con la speranza di poter sempre rappresentare quella Chiesa in cammino e con la certezza di poterlo fare seguendo la luce del potente faro del Vangelo.
Forse, dopo queste spiegazioni, Alessio resterà ancora molto preoccupato per questo viaggio del Papa, però potrà capirne meglio il valore e l’importanza dei gesti che sicuramente potremo vedere e che ci renderanno testimonianza di un altro piccolo ma fondamentale passo in avanti verso quell’incontro di cui abbiamo tutti bisogno in un periodo di grande difficoltà per il mondo intero.