martedì 11 aprile 2017

Egitto
«Il nostro sangue per il messaggio al governo Sisi»
Avvenire
(Lucia Capuzzi) «Il duplice significato è evidente. Per prima cosa, i terroristi hanno voluto mandare un messaggio politico al governo che sta distruggendo le loro postazioni nel Sinai. E lo hanno scritto con il sangue dei copti, un bersaglio più facile rispetto a un' installazione militare. Gli attacchi di domenica sono, però, anche un tentativo cruento per cercare di fermare il dialogo in atto tra la Santa Sede e al-Azhar. Gli estremisti hanno percepito la sintonia e i passi l' uno verso l' altro. E ne hanno paura».
Padre Simon Mbuthia, kenyano, vive al Cairo da quindici anni. Nella capitale egiziana, nel quartiere- isola di Zamalek, il religioso comboniano guida Dar Comboni, istituto Pontificio di lingua araba e cultura islamica. Non solo un centro studi: Dar Comboni coniuga alla formazione un intenso impegno nell' ambito sociale, in particolare nell' assistenza ai profughi africani. E, nel fare quotidiano, promuove il dialogo tra cristiani e islamici. Come esperto, padre Simon è profondamente convinto che l' ennesimo massacro non sia dovuto a ragioni religiose. «Certo, i gruppi fondamentalisti cercano di creare una frattura sociale, contrapponendo le varie comunità. In questo gioco perverso, i copti diventano uno strumento: ucciderli è il modo più immediato per fomentare divisione e paura». 
Tanto più che la strage è avvenuta in un giorno importantissimo della fede cristiana: la Domenica delle Palme. I terroristi sono molto attenti all' aspetto simbolico. Da qui l' idea di colpire proprio all' inizio della Settimana Santa. Un momento ancora più speciale quest' anno perché precede di poco il viaggio di papa Francesco. Gli occhi dei media internazionali sono concentrati sull' Egitto e sulla sua comunità cristiana. Attaccare quest' ultima garantisce all' azione un' ampia eco. 
I fondamentalisti hanno necessità di pubblicità. Ora più che mai. Sono in evidente difficoltà. Non solo in Egitto. Devono, dunque, far sentire la propria presenza. Che significato acquisisce in questo contesto il viaggio del Papa? 
Nelle ultime settimane, tanti cattolici copti mi hanno manifestato la loro gioia per l' arrivo di Francesco. La gente è entusiasta. Dopo i tragici avvenimenti, però, questo viaggio acquista un significato ancora più importante. Perché è un segno potente di speranza. Di conforto. Di Resurrezione. 
Come sta reagendo la comunità copta? 
Con coraggio. Le faccio un esempio. Domenica celebro la Messa alle 19. Tutti sapevano dei massacri di Tanta e Alessandria. Eppure la chiesa era piena. Nessuno è rimasto a casa per paura. Anzi. C' era ancora maggior partecipazione. 
E gli islamici? 
C' è stata una dimostrazione forte di solidarietà ufficiale, sia dal mondo religioso musulmano sia dal governo. A me, però, ciò che colpisce maggiormente è il dolore spontaneo degli islamici. Tanti amici mi hanno chiamato per esprimermi il loro cordoglio. Il personale che lavora con noi si è precipitato a esprimerci sostegno. La stragrande maggioranza dei musulmani è pacifica. E convive da secoli in armonia con i copti. Senza alcuna frizione. Il dialogo della gente comune è quello per me più fruttuoso. 
Che cosa intende? 
Parlo che il dialogo che si fa, non a livello teorico, bensì pratico. Nasce dall' affrontare insieme problemi comuni: lavoro, impegno politico, sociale, studio. Cristiani e musulmani fanno delle cose insieme e, così, imparano a conoscersi. Non solo a tollerarsi: hanno occasione di diventare amici. E quando accade, l' uno comincia a guardare con occhi differenti la religione dell' altro. Vai oltre le differenze. Non per negarlo. Ma per riconoscere quanto di buono vi sia nell' altro. E offrire a lui quanto di buono abbiamo noi.