martedì 18 aprile 2017

Egitto
Al Cairo. Francesco, Bartolomeo, Tawadros e al-Tayyib: Il coraggio della pace
Avvenire
(Stefania Falasca)  Confermata la presenza del Patriarca ecumenico Bartolomeo al Cairo il 28 aprile su invito del Gran Muftì Ahmad al-Tayyib. Evento ecumenico e interreligioso che indica la via alla politica
Sotto la volta di Al-Azhar si troverà unita la Chiesa d’Oriente e d’Occidente. La mission di pace in Egitto ha acquisito ora un altro testimone di tutto rispetto: il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, primus inter pares tra i patriarchi ortodossi. Bartolomeo I ha confermato la sua presenza al Cairo il prossimo 28 aprile nel contesto della visita papale.

Arriverà il 27 e si fermerà fino al 29. Così i leader della Chiesa d’Oriente e d’Occidente e il Papa dei copti ortodossi d’Egitto Tawadros si riuniranno insieme con Ahmad al-Tayyib, il Gran Muftì della moschea dell’autorevole centro di riferimento teologico dell’islam sunnita. Se far detonare la pace è l’obiettivo, sarà perciò questa una congiuntura che già si prevede certamente carica di significato per la solidale manifestazione di un ecumenismo inclusivo a fronte del terrorismo fondamentalista e di dirompente suggestione nel complicato contesto della polveriera mediorentale.
L’invito al Cairo per Bartolomeo era partito proprio dall’imam di Al-Azhar. Il Patriarca ecumenico lo ha comunicato ai fedeli greco-ortodossi di Istanbul dopo la celebrazione della Pasqua al Fanar. In quella circostanza parlando di una lettera ricevuta dal «fratello papa Francesco», nella quale il successore di Pietro lo ringraziava per la sua vicinanza e si augurava di rivederlo presto, Bartolomeo ha aggiunto che l’occasione poteva essere molto vicina: «Sono stato invitato anch’io dall’Università di Al-Azhar al Cairo e il 28 aprile potrei essere con papa Francesco». Senza riserve è stata l’immediata adesione di Bartolomeo. E pronta la risposta di conferma. Non poteva del resto essere diversa per il successore dell’apostolo Andrea, non solo a motivo delle uscite già intraprese insieme a papa Francesco in Terra Santa e all’isola greca di Lesbo con l’arcivescovo di Atene Yeronimos per l’urgenza della questione migranti nella comune e sintonica direzione di contribuire uniti alla missione di servizio delle Chiese nel mondo, come per le iniziative di pace già compiute fianco a fianco, come l’incontro di preghiera in Vaticano l’8 giugno 2013, che volle riuniti i presidenti israeliano e palestinese, Shimon Peres e Mahmoud Abbas.
Pesa in questa scelta anche per il dialogo promosso all’interno della famiglia abramitica e diretto con l’islam che vede impegnato il patriarcato di Costantinopoli con sistematica attenzione fin dal 1986. Come aveva ricordato il rabbino David Rosen nel simposio ad Assisi per la pace (settembre 2016), Bartolomeo è stato in prima linea nell’organizzare incontri internazionali e interreligiosi per contrastare i mali del fanatismo religioso e dell’intolleranza e non ha mai cessato di dichiarare che la «guerra nel nome della religione è una guerra contro la religione». «Il dialogo con l’Islam è un dovere – spiega Bartolomeo ad Avvenire –, la Chiesa di Costantinopoli convive da sei secoli in un contesto dominato dall’islam. È quindi essenziale che ci sia un dialogo con i musulmani. Nell’atrio del nostro Patriarcato, qui a Istanbul c’è un mosaico simbolico. Silenziosamente, rappresenta un momento decisivo della storia complessa di una città in cui cristiani e musulmani hanno convissuto per secoli: è l’immagine di Gennadio Scolario, primo Patriarca del periodo ottomano, raffigurato con le mani tese, nell’atto di ricevere dal sultano Maometto II il firman, il decreto che garantiva la continuazione e la protezione della Chiesa ortodossa. Il mosaico è icona degli inizi di una lunga coesistenza e dell’impegno interconfessionale con la comunità islamica».
Negli ultimi decenni, il Patriarcato ecumenico si è molto impegnato nel dialogo interreligioso. Su quali siano i suoi fini e il significato pratico come via verso l’unità del genere umano il Patriraca di Costantinopoli ribadisce che «il dialogo dovrà servire alla migliore conoscenza reciproca e all’individuazione di punti di convergenza. Crediamo che solo attraverso la conoscenza vera dell’islam e dei suoi valori si può combattere il fondamentalismo. Non ci riferiamo tanto ai temi teologici e dogmatici – afferma ancora Bartolomeo – quanto a quelli sociali e di interesse universale, come la giustizia, la pace, la carità, la lotta alla violenza, la povertà, la corruzione, lo sfruttamento e l’abuso della persona, la guerra al fanatismo e al fondamentalismo. Se potremo operare assieme su questi fronti contribuiremo al miglioramento delle condizioni dell’uomo a livello mondiale». Un impegno condiviso con la Chiesa di Roma, con la quale già nella dichiarazione comune firmata da Bartolomeo e Giovanni Paolo II nel 2004 veniva scritto: «Tante sono le sfide da affrontare insieme per contribuire al bene della società: guarire con l’amore la piaga del terrorismo, infondere una speranza di pace, contribuire a sanare tanti conflitti dolorosi; costruire un vero dialogo con l’islam, poiché dall’indifferenza e dalla reciproca ignoranza può nascere soltanto diffidenza e persino odio».
È il medesimo spirito che anima l’imminente viaggio in Egitto. La possibilità di vivere e lavorare insieme esiste. Quello che invece vogliono i terroristi è dimostrare che questo non è possibile. «Il mondo è in guerra – ha detto il Papa sul volo diretto a Cracovia, nel luglio 2016 – ma questa non è una guerra di religione. Tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito? È una guerra a pezzi. Non è tanto organica, ma organizzata sì, da chi commercia armi».
L’odio tra le religioni è un’idea dei terroristi: «Questi tentativi vili di colpire persone in pace in luoghi di culto dimostrano che il terrorismo non ha religione – aveva detto a caldo Tawadros al premier Sherif Ismail dopo il pesante conto di vittime degli attacchi contro le due chiese copte nella Domenica delle Palme –. Sono atti che non danneggeranno l’unità di questo popolo e la sua coesione. Gli egiziani sono uniti di fronte al terrorismo, fino a quando sarà sradicato».
I copti sono milioni di cristiani egiziani che rappresentano in quanto tali la smentita vivente della falsa equazione di chi si ostina ancora a ridurre il cristianesimo a prodotto religioso dell’Occidente. La Chiesa copta porta inscritta nel suo stesso nome e nei cromosomi la fisionomia indelebile di Chiesa autoctona, fiorita nella terra dei faraoni dalla semina dell’annuncio evangelico dei tempi apostolici. Tawadros si proclama 117esimo successore dell’apostolo Marco. La difesa dell’identità della propria natura autoctona è un filo rosso costante nella vicenda di questa Chiesa. La conquista araba dell’Egitto avvenne con una facilità sconcertante solo perché i copti monofisiti accolsero a braccia aperte i musulmani, vedendo nel loro arrivo un provvidenziale strumento di liberazione dai bizantini.
I copti hanno preso parte intensamente ai movimenti nazionalisti egiziani. E nel secolo scorso la rinascita monastica è diventata il motore di una Chiesa che, seppure minoritaria, non si nasconde e resta ben visibile nella società egiziana, anche quand’è stata marginalizzata nella spartizione delle cariche in seno alle burocrazie civili. Il principio di cittadinanza sancisce il riconoscimento della presenza copta nella società civile. I gruppi che puntano oggi a destabilizzare l’Egitto hanno nei copti il loro bersaglio ricorrente proprio perché riconoscono che la stessa identità dell’Egitto attuale ha come tratto distintivo la convivenza – perdurata da secoli – tra islam sunnita e cristiani nativi egiziani.
 La presenza dei leader delle Chiese d’Oriente e d’Occidente sarà perciò segno della forza dell’umiltà di uno scambio rispettoso e fraterno per trattare e comprendere le realtà, in vista del bene comune. E considerato nel suo insieme questo viaggio, che si profila ancora una volta nel segno ecumenico, si fa icona viva e attuale delle prospettive aperte dal Concilio Vaticano II. Perché la solidarietà ecumenica, non riguarda solo cattolici e ortodossi, e oltrepassa gli stessi cristiani e musulmani. Perché ’ecumenismo non è fine a sé stesso. Perché l’unità dei cristiani non è un "serrate le file" motivato da ragioni ideologiche o di egemonia mondana, è un dono di grazia implorato dallo stesso Gesù al Padre come segno di riscatto dal male, riverbero visibile di redenzione. E perciò ha come naturale orizzonte il destino di tutti gli uomini e tutte le donne del mondo. Tanto più urgente e vitale tra le fiamme degli interessi mercenari che lacerano il Medio Oriente.