mercoledì 12 aprile 2017

Benin
(Jean-Baptiste Sourou) Seicento chilometri a nord-ovest di Cotonou, capitale economica del Benin, c’è Natitingou, nel cuore della catena montuosa dell’Atacora. Appena fuori città si trova, in aperta campagna, esattamente a Pèporiyakou, l’ultima nata delle comunità monastiche del Benin: Notre-Dame de l’Ecoute. Le suore benedettine sono lì da dieci anni, anche se sono arrivate nella diocesi nel 2005. Monsignor Pascal N’Koué, allora vescovo di Natitingou, desiderando un posto di rigenerazione spirituale che sostenesse il cammino di evangelizzazione e la vita di fede del popolo di Dio, si rivolse all’abbazia benedettina di Jouques, nel sud della Francia, da dove arrivarono in cinque.Ad accoglierci alle porte del monastero c’è madre Nathalie Courtois, priora di quella comunità di undici religiose tra cui tre beninesi: «Nonostante ci manchi la nostra casa madre in Francia, stiamo ricevendo molto vivendo qua. Abbiamo ritrovato dei valori persi in Europa — spiega — specialmente il valore del tempo da dedicare all’altro, e questo fa pienamente parte della spiritualità benedettina. L’ospite che viene, il pellegrino che bussa è il Cristo stesso che accogliamo. Questo lo stiamo reimparando qua. È una grande esperienza. Su questo tema la nostra comunità si aiuta mutuamente: le nostre sorelle africane devono imparare a programmare, a prevedere le cose, noi a dedicare più tempo alla riflessione, al presente».
Pur essendo dedite alla preghiera, alla vita comunitaria e al lavoro manuale, le benedettine sono molto attente alle vicende della popolazione locale, di cui una buona fetta non conosce ancora Cristo. Hanno fra l’altro messo in piedi un progetto di rimboscamento di diecimila alberi in una zona dove, dice la religiosa francese, «troppi alberi sono stati tagliati e mai rimpiazzati» con gravi conseguenze sociali ed economiche. Due ettari sono già piantati e il progetto consentirà alle suore anche di insegnare alle popolazioni come approfittare delle risorse dell’ambiente senza danneggiarlo irrimediabilmente. L’obiettivo è creare delle associazioni di donne che producano gli ingredienti (mais, miglio, soia e riso) di cui hanno bisogno per fabbricare la loro farina “arricchita” per bambini denutriti o malnutriti. «Le mamme — dice madre Nathalie — saranno così sicure di coltivare dei prodotti da vendere al monastero e questo è un bene notevole per loro che spesso hanno sulle spalle l’economia domestica. Ogni anno le informeremo delle nostre necessità di cereali. Le faremo anche consigliare e seguire da ong esperte in agricoltura».
Oltre alla foresteria, al refettorio e a una sala di conferenze ben attrezzata, le suore fabbricano le ostie e gestiscono un frutteto, un orto e una fattoria da dove proviene la carne fresca poi venduta. Tutto questo suscita ammirazione nei loro vicini: «La gente rimane sorpresa nel vedere che noi, donne bianche e per lo più religiose, lavoriamo come loro usando per esempio la zappa. Non capiscono. Credo che è grazie alla nostra testimonianza concreta che il regno di Dio si espanderà in queste terre di prima evangelizzazione», sostiene la priora di Notre-Dame de l’Ecoute.
Fra tutte le lodevoli opere intraprese dalle benedettine, spicca il loro sforzo di adattare l’ufficio divino in latino alle realtà africane. Non sono le prime a intraprendere tale esperienza, ma la loro è del tutto particolare. Infatti quando le suore decisero di venire in Benin, la preoccupazione era se dovessero usare la liturgia delle ore in latino, come fanno a Jouques, oppure il francese. Il vescovo consigliò loro di «portare quello che avevano per poi vedere sul posto cosa cambiare». Arrivate in Benin, hanno provato ad accompagnare la liturgia in latino con la kora (strumento musicale a corde molto in uso presso altre comunità monastiche in Africa), solamente però per l’ufficio in francese. Il monaco a cui chiesero di aiutarle ad adattare l’ufficio in latino alla kora fu all’inizio reticente, ma, con l’insistenza di suor Nathalie, il lavoro finale «fu molto bello. Trovavo che, grazie alla kora, tutto avesse qualcosa di leggero», racconta la priora.
Tempo dopo le suore conobbero una giovane cantante del coro gregoriano di Parigi in visita in Benin. «All’inizio trovò strano sentire che accompagnavamo il gregoriano con uno strumento, ma quando arrivò qua e ci ascoltò, apprezzò la cosa e ci incoraggiò, tanto che si fermò alcuni mesi per aiutarci a lavorare meglio il canto. Da lì è nata Lumière grégorienne, una raccolta di cantici in latino per il tempo pasquale accompagnati con la kora», conclude suor Nathalie.
L'Osservatore Romano, 11-12 aprile 2017.