mercoledì 12 aprile 2017

Australia
Le condizioni di vita degli aborigeni australiani
L'Osservatore Romano
(da Brisbane Stefano Girola) Era il 1966 quando lo scrittore comunista australiano Frank Hardy convinse gli aborigeni del Northern Territory Council a scrivere una lettera aperta al segretario generale delle Nazioni Unite, U Thant. I firmatari del documento denunciavano «la triste situazione della grande maggioranza della nostra gente, la discriminazione e le molte ingiustizie di cui siamo vittime».
Più di cinquant’anni dopo, sono ancora le Nazioni Unite a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla condizione degli indigeni australiani. La relatrice Onu sui diritti delle popolazioni indigene, la filippina Victoria Tauli-Corpuz, dopo una breve visita in Australia, ha condannato lo squilibrio nei tassi di incarcerazione, che vedono gli indigeni costituire un quarto dei carcerati, nonostante siano solo il tre per cento della popolazione totale. Nel Northern Territory, il 95 per cento dei giovani incarcerati sono aborigeni. Anche le promesse di ridurre la mortalità infantile e aumentare l’aspettativa di vita degli indigeni non sono state mantenute.
L’intervento dell’Onu è causa di imbarazzo per il governo di Malcolm Turnbull, anche per l’ombra che questa accusa proietta sulla candidatura australiana a un seggio nel Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Tauli-Corpuz è stata esplicita in proposito: «Alcune questioni chiave, sollevate da troppi anni dagli indigeni, dovranno essere affrontate prima che l’Australia possa entrare nel Consiglio».
Fra i motivi di preoccupazione sollevati dall’inviata Onu, vi sono anche le insoddisfacenti condizioni sanitarie e lavorative di molti indigeni e i livelli «profondamente preoccupanti» di razzismo. Tauli-Corpuz ha criticato il mancato sostegno governativo alle richieste avanzate da attivisti aborigeni. Mentre alcuni stati australiani stanno valutando questa ipotesi, l’attuale governo federale non sembra intenzionato a perseguire una via che, secondo Tauli-Corpuz, è cruciale per raggiungere una duratura riconciliazione.
Nonostante i ringraziamenti per il lavoro svolo dalla relatrice Onu, il ministro federale per gli affari indigeni, Nigel Scullion, ha sottolineato inesattezze nella bozza della relazione. Inoltre, secondo Scullion gli sviluppi positivi degli ultimi decenni non sono stati adeguatamente considerati: «La grande maggioranza degli abitanti originari dell’Australia sono attivamente impegnati nelle loro comunità, così come tutti gli altri. Lavorano o studiano e non hanno problemi con la giustizia».
Soprattutto nelle maggiori città, i progressi di cui parla il ministro sono difficili da negare. Fino agli anni sessanta la maggior parte degli aborigeni era del tutto ai margini della società australiana. Oggi gli indigeni sono sempre più attivi in tutti gli ambiti, dallo sport professionistico allo spettacolo, dal mondo accademico a quello professionale e nella politica. I cambiamenti legislativi che li hanno riguardati negli ultimi decenni non sono stati mossi dall’intento di discriminarli come in passato, ma da quello di favorire la loro integrazione. Le attitudini nei loro confronti dei giovani australiani sono migliorate rispetto alle generazioni precedenti. Può darsi che una visita di due settimane sia insufficiente per cogliere cambiamenti verificatisi lentamente nell’arco di decenni.
Tuttavia, nelle zone più lontane dalle città, il quadro cambia drasticamente. Lo sa bene il vescovo cattolico di Broome nel remoto nord-ovest, Christopher Alan Saunders, a capo di una diocesi di 773.000 chilometri quadrati dove vivono in tutto 50.000 persone. Dietro paesaggi straordinari e selvaggi si cela, ignorata dalla maggioranza degli australiani, una situazione gravissima, con tassi di suicidio fra i più alti al mondo. Per Saunders, «questa crisi è alimentata da un abuso senza precedenti di droga e alcol, che sta contribuendo a diffondere un senso di depressione e impotenza».
Non è sempre stato così. Anziani missionari e aborigeni ricordano ancora comunità funzionali e pacifiche. Secondo il vescovo Saunders, il 1984 fu il punto di svolta. Fu allora che cominciò la triste conta dei suicidi, soprattutto giovanili, coincidenti con la diffusione di stupefacenti e con l’escalation nell’uso di alcol. Il vescovo di Broome è critico verso proposte come quella del governo del Western Australia di chiudere le “disfunzionali” comunità remote e di forzare gli aborigeni a trasferirsi nei centri rurali o nelle città: una scelta comoda per il governo, secondo Saunders, perché taglierebbe i costi per fornire servizi di base come la fornitura di acqua ed elettricità o la rimozione della spazzatura. Chiudere le comunità remote situate sulle terre ancestrali significherebbe però perpetuare quelle situazioni di espropriazione e di frattura dei legami culturali e spirituali che secondo molti sono alla radice dei drammi attuali.
Se povertà e disoccupazione rimangono i problemi principali delle comunità remote, la soluzione magica non saranno però altri programmi governativi calati dall’alto. Per Saunders, «tutti i programmi del mondo non faranno nemmeno una goccia di differenza se gli aborigeni non riconosceranno che anche il loro stile di vita contribuisce alle conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti». Patrick Dodson, leader indigeno noto come “il Padre della riconciliazione”, sottolinea come il numero di aborigeni morti in custodia della polizia è drasticamente diminuito dopo l’apposita commissione reale di inchiesta del 1987-1991. Nulla di altrettanto efficace è stato fatto per ridurre il tasso di incarcerazione aborigena, che da allora è salito dal 14 al 27 per centro.
Oggi il sistema giudiziario è percepito da molti indigeni come una forza ostile che spinge i deboli e vulnerabili verso un futuro cupo. Tuttavia, precisa Dodson, per liberarsi dalla tirannia del sistema giudiziario, gli aborigeni devono assumersi le proprie responsabilità per i danni che si infliggono a vicenda: «La violenza familiare, l’abuso di droghe e alcol, la negligenza verso i figli non dovrebbero essere tollerate come la norma».
Sembrano passati secoli da quando, nel 2000, centinaia di migliaia di persone marciarono sull’Harbour Bridge di Sydney per chiedere al governo di inserire la riconciliazione con gli aborigeni al primo posto delle priorità nazionali. O da quando l’atleta aborigena Cathy Freeman, mandando in delirio una nazione patita per lo sport con il trionfo alle olimpiadi di Sydney, simboleggiò traguardi che sembravano finalmente a portata di mano: riscatto e riconciliazione.
Forse anche il movimento per la riconciliazione nazionale è stato una delle vittime “indirette” degli attentati dell’11 settembre. Da allora al primo posto dell’attenzione politica e mediatica ci sono altri temi: terrorismo, immigrazione e rapporti con l’islam. Persino la fondatrice del partito One Nation, Pauline Hanson, che negli anni novanta infarciva i suoi discorsi con i peggiori stereotipi sugli aborigeni, è tornata oggi in auge con una retorica molto diversa: messi da parte gli aborigeni, il suo bersaglio principale sono ora gli immigrati musulmani.
L'Osservatore Romano, 11-12 aprile 2o17