venerdì 17 marzo 2017

Vaticano
Tra la Suburra e Trastevere resta ipotetica l’ubicazione della casa dove abitò l’apostolo San Paolo a Roma
L'Osservatore Romano
(Enrique Mena Salas) Pubblichiamo le conclusioni di un lungo studio appena apparso sulla rivista «Anales Valentinos» (III, 2016, pp. 253-309). L’autore insegna nella facoltà di teologia San Vicente Ferrer di Valencia.
Secondo gli Atti degli apostoli 28, 16-30, una volta giunto a Roma, Paolo di Tarso ottenne dalle autorità romane il permesso di risiedere fuori dall’accampamento carcerario, in un locale affittato a sue spese. Così va inteso il termine utilizzato, mìsthoma, secondo la versione latina conductum, casa affittata, che indica che siamo di fronte a una notizia tradizionale, anteriore alla redazione lucana, proveniente da circoli probabilmente romani o italici, che si distacca dal significato comune di salario o paga dei Settanta.

A partire da ciò, abbiamo esaminato il tema in tre fasi. Nella prima abbiamo analizzato la possibilità che Paolo, dato il suo status sociale di civis Romanus, e dato il motivo principale dell’accusa, di natura religiosa, al suo arrivo a Roma potesse ottenere una custodia blanda. Per giustificare la sua condizione di cittadino romano, al di là dei problemi posti dal testo degli Atti degli apostoli, siamo ricorsi ad alcuni dettagli delle sue lettere (Romani), da cui emerge la sua conoscenza previa della legge e delle istituzioni romane, tratto tipico di chi si muove nell’ambito della cittadinanza. Per sottolineare la motivazione religiosa, abbiamo avvalorato l’affermazione di Festo nelle sue litterae dimissoriae, in cui assicurava che Paolo era stato mandato a Roma per una causa religiosa: sosteneva che un uomo morto fosse ancora in vita (Atti degli apostoli 25, 18-19). Tale motivazione non fu considerata un pericolo per Roma, perciò gli imputati si potevano giudicare senza grande rigore. Si comprende allora la militaris custodia di Paolo, piuttosto che la custodia libera. Va inoltre tenuto presente che l’apostolo, ebreo e di Tarso di Cilicia, negli anni 56-60 dell’era cristiana, poté godere di condizioni favorevoli dinanzi alla corte imperiale perché gli ebrei avevano ottenuto la cittadinanza romana in quanto liberti e perché gli abitanti di Tarso avevano appoggiato la famiglia giulio-claudia nelle guerre civili. Poppea Sabina era favorevole ai primi e non distingueva ancora bene tra questi e quanti appartenevano alla nuova setta dei cristiani. Nella seconda fase di studio, abbiamo esaminato i dati forniti dalle lettere autentiche scritte da Paolo durante la prigionia, soprattutto quelle ai Filippesi, osservando tra l’altro che vari temi salienti sono in comune con il finale degli Atti degli apostoli, come il coraggio (parresìa) dell’apostolo e la libertà (akolùtos) nella missione cristiana, nonostante la prigionia. Ciò può aiutare ad avvalorare il carattere tradizionale paolino della narrazione lucana. In questa ottica si può comprendere meglio la custodia blanda che abbiamo appena esaminato.
Inoltre l’ambiente sociale riflesso nello scritto si esprime, da un lato nella guardia pretoriana e negli agenti carcerari (Filippesi 1, 13), e dall’altro, negli schiavi e nei liberti della Familia Caesaris (Filippesi 4, 22). Il raffronto con i nomi presenti in altre fonti, come i Clemente e Romani 16, 3-16, a partire da testimonianze epigrafiche, offre però pochi dati certi. Può essere stata una delle persone lì citate a offrire all’apostolo il locale in affitto. Tra l’altro va sottolineato che tra i cristiani della fine del i secolo c’erano già dei membri della casa dell’imperatore, con un certo prestigio nell’amministrazione. O che qualcuno di origine ebraica, come Erodione, poteva essere stato un schiavo appartenente alla casa erodiana a Roma, paragonabile all’altro Coetus Herodiòn, che divenne vilicus, mestiere legato alla custodia e all’amministrazione di immobili, tra i quali c’erano gli horrea. Il tema è però aperto a nuove indagini in futuro.
Infine, la terza fase è suddivisa in due parti. La prima si concentra sul ruolo che probabilmente svolsero i coniugi Aquila e Prisca — artigiani liberi, con un buon livello economico — nel garantire la sicurezza al prigioniero Paolo, fuori dal carcere, dinanzi alle autorità romane. Come avevano interceduto per lui a Efeso (Romani 16, 4), così potrebbero averlo fatto a Roma. Inoltre l’ambiente rarefatto delle chiese romane in quegli anni, con fazioni a favore o contro la predicazione e la persona di Paolo, come mostrano le lettere ai Romani e ai Filippesi, può aver contribuito a far sentire a Paolo Il bisogno di trovare un luogo dignitoso e indipendente. In tal modo s’infondeva fiducia ai seguaci e si evitava la vergogna della prigione e di quelli che ritenevano che un prigioniero non si potesse presentare come evangelizzatore. Fu la casa affittata a conferirgli questa posizione sociale d’onore.
La seconda parte si concentra sul modo in cui Paolo trovò un locale in un horreum, dato fornito dalla versione greca dell’apocrifo Martyrium Pauli. L’informazione, nonostante le obiezioni di Rapske, è avvalorata da altri dati noti. Paolo era fabbricante di tende, come i suoi amici Aquila e Prisca. A Roma c’erano, in base a testimonianze epigrafiche, associazioni di questo mestiere (collegium tabernaculariorum) che tra l’altro appartenevano alla casa del Cesare. L’apostolo nelle sue lettere insiste sul bisogno di lavorare per guadagnarsi da vivere e ottenere una certa indipendenza rispetto ai suoi oppositori. Bisogna inoltre tener conto del ritrovamento di resti archeologici di comunità cristiane molto antiche che si riunivano in locali di horreum, come nel caso di Santa Cecilia e di San Clemente. Fu così quindi che, nell’ambito degli artigiani, Paolo poté affittare anche a Roma un locale al piano superiore o sul retro di un negozio, di una bottega o di un piccolo magazzino, dove si ammassavano le stoffe e il cuoio, molto comuni negli horrea. Poteva essere il locale più adeguato per guadagnarsi da vivere e al tempo stesso avere un’abitazione, che forse poteva anche fungere da luogo di riunione per alcuni cristiani.
Infine abbiamo cercato di localizzare la casa; se Paolo era un artigiano che lavorava il cuoio, probabilmente si trovava a Trastevere, antico quartiere ebraico, o, se lavorava il lino cilicio, forse stava nel popoloso quartiere della Suburra, per la sua vicinanza ai castra praetoria.
In ogni caso, la casa di Paolo a Roma continuerà a essere un mistero.
Quell’artigiano che affittò per due anni interi 
(Fabrizio Bisconti) Le riflessioni proposte dal suggestivo studio di Enrique Mena Salas sull’attività e sulla condizione dell’apostolo Paolo a Roma e il tentativo di una possibile localizzazione della casa affittata a sue spese, ricordata dagli Atti degli apostoli (28, 16-20), conducono a riconsiderare con attenzione i luoghi romani collegati al soggiorno e alla prigionia dell’apostolo delle genti.
All’arrivo in città, l’apostolo Paolo può essersi rivolto ad Aquila e Prisca, i coniugi che lo avevano ospitato a Efeso, e che potrebbero averlo accolto nella loro dimora romana, dove presumibilmente si svolgevano delle riunioni liturgiche e dove soggiornarono anche Luca e Pietro. La loro residenza, sede di una vera e propria domus ecclesiae, è tradizionalmente localizzata sull’Aventino, sotto la chiesa di Santa Prisca, dove sono stati rinvenuti i resti di una domus e di un luogo dedicato al culto di Mitra.
Le fonti, però, ricordano che l’apostolo Paolo aveva ottenuto di abitare in una casa in affitto, dove rimase per «due anni interi» (Atti degli apostoli, 28, 16); una passio greca ci informa che si sistemò in una zona di magazzini, dove è probabile che svolgesse la sua attività di tessitore. A tal proposito acquista interesse la tradizione che colloca la prima dimora romana di Paolo nel luogo in cui sorse la chiesa di San Paolo alla Regola, vicino al Tevere, dove si erano stabiliti artigiani che si occupavano della lavorazione del cuoio e in un settore tradizionalmente legati alla comunità giudaica, nell’ambito della quale si innestò il cristianesimo della prima ora. Sotto la chiesa, gli scavi hanno portato alla luce due magazzini di epoca domizianea e una domus con pavimenti in mosaico di epoca severiana.
Più difficile risulta attribuire veridicità alla localizzazione di una casa di Paolo nei sotterranei della chiesa di Santa Maria in Via Lata dove, insieme a Luca, l’apostolo avrebbe dimorato e dove sarebbe stato incatenato in attesa del processo. Collegata a questa leggenda è la colonna in granito addossata al muro del primo vano, che mostra tracce degli anelli di una catena e che reca incise, in diagonale, le parole latine verbum Dei non est alligatum, ossia “la parola di Dio non è incatenata”, citazione della seconda lettera a Timoteo (2, 9). Proprio questa sarebbe la colonna alla quale venne incatenato l’apostolo, mentre un pozzo con vera ottagonale sarebbe stato costruito nel luogo in cui le preghiere di Paolo fecero sgorgare miracolosamente l’acqua dal terreno. Una tarda iscrizione, infine, ricorda il luogo come l’oratorio di san Paolo apostolo, di Luca evangelista e di Marziale martire, dove si trovava una delle sette immagini della beata Vergine dipinte da san Luca e dove quest’ultimo scrisse gli Atti degli apostoli.
Per completare il quadro delle ipotesi, è necessario menzionare un altro luogo tradizionalmente collegato alla presenza paolina a Roma, ossia la basilica di San Sebastiano sulla via Appia. Proprio al terzo miglio della regina viarum si trovano le testimonianze più antiche del culto congiunto di Pietro e Paolo, che i calendari liturgici romani fanno partire nel 258, l’anno del consolato di Tusco e Basso. La tradizione vuole che durante gli anni complicati delle persecuzioni le reliquie dei principi degli apostoli furono portate ad catacumbas per motivi di sicurezza. La memoria apostolorum, dove si svolgevano i riti funerari e i refrigeria in loro onore e che conserva centinaia di graffiti che invocano Pietro e Paolo, è inglobata nella basilica circiforme voluta dall’imperatore Costantino e dedicata in origine proprio ai due apostoli.
All’interno della chiesa, inoltre, venne apposto l’elogio che papa Damaso (366-384) compose in loro onore. L’incipit del carme recita: Hic habitasse prius sanctos conoscere debes nomina quisque Petri pariter Paulique requiris (“Tu che vai alla ricerca dei nomi di Pietro e insieme di Paolo, devi sapere che i santi in passato qui dimorarono”). L’utilizzo del verbo latino habitare, senza alcun riferimento preciso allo status funerario di tale permanenza, portò Bruno Luiselli, seguito da Margherita Guarducci, a immaginare che esistesse una tradizione, ben nota nel iv secolo, di un loro temporaneo soggiorno, da vivi, in quella stessa località. A sostanziare ulteriormente questa tradizione dobbiamo ricordare la presenza di un graffito, all’interno di uno dei mausolei addossati alla chiesa, che fa riferimento alla domus Petri, che alcuni non hanno esitato a identificare con la cosiddetta villa grande, una casa di abitazione rinvenuta negli scavi sotto il complesso basilicale.
L’individuazione dei luoghi paolini nell’Urbe continua a rimanere ipotetica, sia per la difficoltà nel definire la condizione di Paolo durante la prigionia, sia per la realtà oscillante delle prime domus dove l’apostolo delle genti si sarebbe spostato durante il soggiorno romano. Mentre alla luce delle ricerche archeologiche e delle fonti letterarie sono sicuri i luoghi del martirio e della deposizione di Paolo sulla via Ostiense, dove si innalza ancora il santuario apostolico, completamente ricostruito dopo l’incendio del 1823, i luoghi della vita e delle gesta a Roma del principe degli Apostoli, del doctor gentium, rimangono ancora nel campo fluttuante delle ipotesi e si legano alle chiese titolari, attorno alle quali si sono create nei secoli del medioevo delle affabulazioni leggendarie che documentano un culto diffuso piuttosto che controprove storiche certe e affidabili.
L'Osservatore Romano, 17-18 marzo 2017